Presentato oggi a Roma il nuovo rapporto di Legambiente

Ecosistema rischio 2016, la fotografia del dissesto idrogeologico che affonda l’Italia

Solo nel 2015 18 morti e 3.694 sfollati. Ma nel 10% dei Comuni si costruiscono ancora edifici in aree impossibili

[17 maggio 2016]

ecosistema rischio 2016

Secondo un recente rapporto elaborato sotto il cappello dell’Onu, negli ultimi vent’anni il 90% degli eventi disastrosi che hanno colpito la popolazione umana nel mondo sono legati a eventi climatici: tempeste, inondazioni, ondate di caldo. È l’incedere dei cambiamenti climatici che avanza, e l’Italia non è certo immune da questa tendenza. Anzi, sul nostro territorio – bello quanto fragile – i cambiamenti climatici vanno a incrociarsi con una crescente esposizione al rischio idrogeologico (aumentato di oltre il 50% negli ultimi 8 anni, secondo i geologi), creando un mix che si sta rivelando esplosivo.

Numeri e dati aggiornati sul rischio idrogeologico in Italia sono stati illustrati oggi a Roma da Legambiente, nel corso di un convegno per la presentazione del dossier Ecosistema Rischio 2016, e mostrano come nel 2015 frane alluvioni abbiano causato nel nostro Paese 18 vittime, 1 disperso e 25 feriti con 3.694 persone evacuate o rimaste senzatetto in 19 regioni, 56 province, 115 comuni e 133 località. Secondo l’Istituto di ricerca per la protezione idrogeologica (Irpi) del Cnr, nel periodo 2010-2014 le vittime sono state 145 con 44.528 persone evacuate o senzatetto, con eventi che si sono verificati in tutte le regioni italiane, nella quasi totalità delle province (97) e in 625 comuni per un totale di 880 località colpite.

Ancora oggi oltre 7 milioni di cittadini – come documentato anche dall’Ispra – si trovano ogni giorno in zone esposte al pericolo di frane o alluvioni. In ben 1.074 comuni (il 77% del totale) sono presenti abitazioni in aree a rischio; nel 31% sono presenti addirittura interi quartieri e nel 51% dei casi sorgono impianti industriali.

«È evidente l’urgenza di avviare una seria politica di mitigazione del rischio che sappia tutelare il suolo e i corsi d’acqua e ridurre i pericoli a cui sono quotidianamente esposti i cittadini», ha dichiarato il responsabile scientifico di Legambiente Giorgio Zampetti, che ha coordinato l’evento cui tra gli altri hanno partecipato Mauro Grassi, responsabile Struttura di missione contro il dissesto idrogeologico,  e Bernardo De Bernardinis, presidente Ispra. «La prevenzione – insiste Zampetti – deve divenire la priorità per il nostro Paese, tanto più in un contesto in cui sono sempre più evidenti gli effetti dei cambiamenti climatici in atto. Per essere efficace però, l’attività di prevenzione deve prevedere un approccio complessivo».

Interventi di prevenzione strutturale troppo spesso puntuali e non ispirati ad un approccio sistemico infatti – lo dimostrano le esperienze degli ultimi anni – non bastano, e possono addirittura accrescere il rischio. A livello nazionale secondo Legambiente la presidenza del Consiglio, con la Struttura di missione Italia Sicura, ha dato un segnale importante per uscire dalla logica dell’emergenza superando la tendenza degli ultimi anni in cui sono stati spesi circa 800 mila euro al giorno per riparare i danni e meno di un terzo di questa cifra per prevenirli. Nonostante le numerose lacune che ancora non sono state sanate e le risorse mancanti per gli investimenti, per il Cigno verde è apprezzabile il ruolo di cabina di regia e coordinamento assunto da Italia Sicura, con i primi frutti del lavoro di razionalizzazione si sono cominciati a vedere quando sono stati recuperati e stanziati i primi 654 milioni di euro per i primi 33 cantieri che fanno parte del più ampio Piano delle città metropolitane che comprende 132 interventi complessivi per un totale di oltre 1,3 miliardi euro (a fronte di 40 stimati come necessari).

Se a livello statale dei passi avanti sono comunque stati realizzati, a livello locale resta ancor più da lavorare. L’indagine presentata oggi da Legambiente riguarda proprio le attività nelle amministrazioni comunali, e solo 1.444 comuni (su oltre 8mila) hanno risposto al questionario degli ambientalisti; tra questi, appena 12 sono le città capoluogo (Roma, Ancona, Cagliari, Napoli, Aosta, Bologna, Perugia, Potenza, Palermo, Genova, Catanzaro e Trento).

Il campione raccolto rimane comunque più che rappresentativo, e non lascia intravedere segnali incoraggianti, a partire dalle attività finalizzate all’informazione dei cittadini sul rischio e i comportamenti da adottare in caso di emergenza: la legge 100 del 2012 ha stabilito l’obbligo di adottare un piano d’emergenza di protezione civile entro 90 giorni dall’entrata in vigore della legge stessa, ma ancora oggi alcuni Comuni continuano a non adempiere a questo importante compito (l’84% dei xomuni ha un piano di emergenza che prende in considerazione il rischio idrogeologico, ma solo il 46% lo ha aggiornato).

Ma c’è di più: l’urbanizzazione delle aree a rischio non è solo un fenomeno del passato, tanto che nel 10% dei Comuni intervistati sono stati realizzati edifici in aree a rischio anche nell’ultimo decennio. Solo il 4% delle amministrazioni ha intrapreso interventi di delocalizzazione di edifici abitativi e l’1% di insediamenti industriali, eppure per correggere gli errori urbanistici del passato è necessario abbattere e spostare dove possibile ciò che non si può difendere dalle alluvioni e dalle frane.

Proprio le città rappresentano oggi il cuore della sfida per l’adattamento ai cambiamenti climatici e agli affetti che essi comportano. È qui – concludono da Legambiente – che si produce la quota più rilevante di emissioni ed è qui che l’intensità e frequenza di fenomeni meteorologici estremi sta determinando danni crescenti, mettendo in pericolo vite umane e determinando danni a edifici e infrastrutture. Non possiamo più rimandare di fare i conti con questa realtà.