Frane e alluvioni nel Modenese: il “Patto per il territorio” mai fatto

8 anni fa Legambiente proponeva idee per dire stop alla cultura dell’emergenza

[13 dicembre 2017]

In questi giorni la provincia di Modena ha subito ancora una volta grossi danni provocati dal maltempo, dopo mesi di siccità, e tra le aree colpite e allagate c’è ancora una volta quella dove si vuole pervicacemente realizzare la bretella Campogalliano-Sassuolo che le associazioni ambientaliste (e non solo) giudicano inutile dal punto di vista economico e del traffico e dannosa per l’equilibrio ambientale e idrogeologico dell’intera area. Come scrive su Facebook Alessandra Filippi del Circolo Legambiente di Modena “Angelo  Vassallo” «E qualcuno avrà anche la faccia tosta di dire che la bretella Campogalliano-Sassuolo risolverà anche questo problema, ci potrei scommettere…», Secondo Legambiente le esondazioni di questi giorni sono «Un film già visto e rivisto e che rivedremo» e per far capire quanto nulla sia cambiato rispetto a un problema ben noto ripubblica un comunicato datato 14 gennaio 2010, risalente ormai a quasi 8 anni fa, e che letto oggi sembra, purtroppo la facile profezia di una ormai stanca Cassandra. Ve lo riproponiamo:

 

Frane e alluvioni: un “patto per il territorio” per dire stop alla cultura dell’emergenza

Il maltempo ha di nuovo messo in ginocchio l’Italia e la tempestività dei soccorsi del Sistema di Protezione Civile ha impedito il verificarsi di nuove tragedie. Secondo Ecosistema rischio 2009 di Legambiente e Protezione Civile, l’Emilia Romagna si colloca all’ottavo posto nella classifica delle Regioni che hanno la percentuale maggiore di territorio esposto al rischio idrogeologico (89%):

Nel 77% dei comuni coinvolti sono presenti abitazioni in aree esposte al pericolo di frane e alluvioni, nel 24% dei casi sono presenti in tali aree interi quartieri e nel 49% fabbricati e insediamenti industriali. Nel 17% dei comuni campione d’indagine sono presenti strutture sensibili o strutture ricettive turistiche nelle aree classificate a rischio idrogeologico, mentre nel 20% dei comuni non viene ancora realizzata una corretta manutenzione del territorio. Nonostante sia così pesante l’urbanizzazione delle zone a rischio appena il 10% delle amministrazioni comunali ha provveduto a delocalizzare abitazioni e solo nel 7% dei casi sono stati avviati interventi di delocalizzazione dei fabbricati industriali.

La Provincia di Modena si colloca al quarto posto in Regione con il 94% dei Comuni sottoposti a rischio idrogeologico.

Non più tardi del 5 dicembre 2009, durante un convegno sull’eventuale opportunità di riqualificazione del territorio offerta dall’istituzione del Parco Regionale del fiume Secchia, organizzato da Legambiente assieme a Italia Nostra, WWF e le associazioni aderenti alla Consulta per la tutela e la valorizzazione dell’ambiente e del patrimonio storico-artistico del Comune di Modena, veniva nuovamente ricordato che il problema idraulico del nostro territorio ha origini nel passato. Nel settore di pianura a sud di Modena, a partire dalla fine del XIX secolo, la costruzione di argini, muri e pennelli realizzati per proteggere il territorio dalle esondazioni ed acquisire terreni per l’agricoltura, ha condotto ad un restringimento degli alvei. Successivamente, a partire dalla metà del 1900, i letti fluviali si sono approfonditi e canalizzati, sia nei tratti di alta pianura sia nei tratti vallivi a causa dell’intensificazione dell’attività estrattiva lungo gli alvei stessi per far fronte alle espansioni dei centri urbani e degli insediamenti produttivi. Per rimediare a queste sovraescavazioni sono state costruite “briglie” a valle di tutti i ponti con conseguente aumento della capacità erosiva e del processo di approfondimento, capaci di scalzare al piede le briglie stesse come dimostrato anche dai crolli recenti di quelle del Ponte della Docciola del Panaro nel dicembre scorso.

Nel settore di pianura a nord di Modena, dove i corsi d’acqua scorrono pensili, ossia più alti del terreno circostante, la lunghezza del corso del Panaro è stata ridotta dell’11 per cento e quella del Secchia del 12 (10 chilometri di fiume in meno!), attraverso i cosiddetti i tagli di meandro, rettificazione delle anse fluviali eseguita per ridurre l’erosione delle sponde e rendere più veloce il deflusso delle acque e spostando così semplicemente più a valle l’impatto delle piene. Nonostante la costruzione negli anni ’70 delle Casse di Espansione di regolazione delle piene il problema alluvione non è stato risolto (vedi la chiusura dei ponti della bassa a partire dal 26 dicembre 2009 per l’allerta piena).

Occorre infine non trascurare l’ulteriore contributo al dissesto che potrebbe derivare dalla mancata pianificazione su vasta scala degli interventi di interruzione della continuità fluviale determinati dall’intubamento di tratti più o meno lunghi di corsi d’acqua per il prelievo a scopo idroelettrico e che si va a sommare a quelli già esistenti a scopi irrigui e potabili.

Non è quindi a caso che le associazioni ambientaliste e i comitati si preoccupino da anni di denunciare la scarsa manutenzione delle opere per lo smaltimento idraulico, di contrastare smodate politiche di espansione urbana e infrastrutturale, i piani estrattivi sovradimensionati; non è più possibile accettare la cultura dell’emergenza, della quale sembrano eterni prigionieri il sistema degli Enti locali e delle istituzioni regionali e nazionali, incapaci di programmare nei tempi dovuti un sistema di interventi di prevenzione.

In area Appenninica, i numerosissimi fenomeni franosi verificatesi nell’inverno scorso e in quello attuale, con notevoli danni e disagi per la popolazione (vedi ad esempio le frane della Strada Provinciale 62 presso Guiglia nel dicembre 2008 o la frana di Merizzana presso Pievepelago del dicembre 2009), testimoniano, casomai ce ne fosse bisogno, come il territorio montuoso sia soggetto a una intensa dinamica di dissesto idrogeologico. Si ricorda, al riguardo, come nell’Inventario dei fenomeni franosi in Italia, e nella Cartografia del Dissesto della Regione Emilia Romagna, i fenomeni censiti in Emilia Romagna siano circa 70.000, di cui 7170 in Provincia di Modena (dato aggiornato al 2005). I fenomeni franosi che puntualmente si verificano, spesso come riattivazione di frane preesistenti,  dopo ogni periodo di maltempo sottolineano come sarebbero necessarie ricerche organiche e periodiche per aggiornare  la situazione del dissesto soprattutto ai fini di una corretta pianificazione territoriale.

E’ di questi giorni la conferma che per la sola Provincia di Modena verranno stanziati 15 milioni di euro per far fronte ai danni provocati dalle piene di dicembre.

Legambiente chiede agli enti locali, a partire dai Comuni e dalla Provincie, di creare un Patto che coinvolga tutti i soggetti gestori del territorio affinché gli investimenti siano a vantaggio di una gestione organica e sistemica del suolo in tutti i suoi aspetti, urbanistici, ambientali, sociali, di manutenzione, anziché nella realizzazione, ad esempio, delle superstrade di turno che amministratori di tutti i colori chiedono all’unisono.

Per una concreta mitigazione del rischio Legambiente ha sintetizzato delle proposte di intervento prioritarie:

Delocalizzare i beni esposti a frane e alluvioni, se legali. Attuare interventi di delocalizzazione degli edifici, delle strutture e delle attività presenti nelle aree a rischio rappresenta una delle soluzioni apparentemente più difficili da percorrere, ma risolutive ed economicamente convenienti.

Ridurre drasticamente la cementificazione e la impermeabilizzazione del suolo, subordinando le eventuali nuove espansioni edilizie al censimento e all’utilizzo delle migliaia di alloggi sfitti e delle aree produttive inutilizzate attualmente esistenti.

Adeguare lo sviluppo territoriale alle mappe del rischio. Intervento necessario per evitare la costruzione nelle aree a rischio di strutture residenziali, produttive e impiantistiche e per garantire che le modalità di costruzione degli edifici tengano conto del livello e della tipologia di rischio presente sul territorio.

Evitare la realizzazione di grandi infrastrutture in aree delicate e soggette ad esondazione, come ad esempio la inutile e devastante bretella autostradale Campogalliano Sassuolo prevista in fregio al fiume Secchia.

Ridare spazio alla natura. Restituire al territorio lo spazio necessario per i corsi d’acqua, le aree per permettere un’esondazione diffusa ma controllata, creare e rispettare le “fasce di pertinenza fluviale”, adottando come principale strumento di difesa il corretto uso del suolo.

Torrenti sorvegliati speciali. Rivolgere una particolare attenzione al denso reticolo di corsi d’acqua minori, visti gli ultimi avvenimenti in cui proprio in prossimità di torrenti si sono verificati gli eventi peggiori e sono stati compiuti gli scempi più gravi.

Avere cura del territorio. Attuare una manutenzione ordinaria diffusa del territorio che non sia sinonimo di artificializzazione e squilibrio delle dinamiche naturali dei versanti o dei corsi d’acqua. Una corretta manutenzione deve prevedere interventi mirati e localizzati dove realmente utili e rispettosi degli aspetti ambientali.

Investire nella difesa del suolo. Nonostante l’urgenza di una gestione accurata e sistematica, ancora non si è verificato un impegno concreto da parte del Governo nazionale per l’impiego di adeguate risorse, soprattutto economiche. La finanziaria 2010 ha colpito ulteriormente l’ambiente, con un drastico intervento anche sulla tutela del territorio e la difesa del suolo, dove sono state più che dimezzate le risorse stanziate rispetto agli anni scorsi.

Convivere con il rischio. Applicare una politica attiva di “convivenza con il rischio” con sistemi di allerta, previsione delle piene e piani di protezione civile aggiornati, testati e conosciuti dalla popolazione.

Lotta agli illeciti ambientali. Rafforzare le attività di controllo e monitoraggio del territorio per contrastare illegalità come le captazioni abusive di acqua, l’estrazione illegale di inerti e  l’abusivismo edilizio.

Verifica puntuale dei risarcimenti e degli aiuti previsti per i danni derivati da eventi di dissesto idro-geologico con garanzia che rispondano a condivisibili criteri di solidarietà e non salvaguardino invece in alcun modo irregolarità ed abusi che nell’occasione dovrebbero anzi emergere come tali ed essere conseguentemente perseguiti e rimossi imputandone i costi ai responsabili anziché alla collettività.

Gestire le piogge in città. Bastano oggi eventi piovosi non straordinari per causare allagamenti e provocare danni rilevanti. Allagamenti che purtroppo causano a volte anche delle vittime. Per questo uno dei grandi problemi ambientali anche in città è la gestione delle acque di pioggia per le quali andrebbero ripristinate o create reti scolanti dedicate, presupposto peraltro indispensabile anche per qualunque risanamento in termini qualitativi. E’ necessario inoltre rendere obbligatorie per tutti i nuovi edifici le cisterne interrate per la raccolta delle acque piovane, prevedendo inoltre incentivi per gli edifici esistenti. Questo sia per limitare gli effetti delle precipitazioni concentrate sulla rete fognaria, sia per garantire il riutilizzo delle acque per la irrigazione dei giardini e/o per gli scarichi WC.

Pianificare su area vasta i prelievi idrici irrigui e per la produzione di energia idroelettrica, al fine di consentire lo sviluppo di questa fonte pulita e rinnovabile di energia garantendone però la compatibilità con il sistema idrogeologico e naturalistico.

Cultura del risparmio delle acque sotterranee: occorre limitare il consumo di acque sotterranee. La subsidenza a Modena è stata recentemente quantificata in circa 1 cm/anno. Lo sprofondamento della città produce forti inefficienze nella rete scolante, cioè gravi alluvioni.

Legambiente  –  Circoli di Modena, Formigine e San Cesario

14 gennaio 2010