Governo del territorio, dopo tanti dubbi qualche provocazione

[28 agosto 2013]

L’estate consegna ai cittadini una confusione politica forse maggiore a quella lasciata prima del periodo feriale agostano. Se si guarda ai problemi del governo del territorio questa ha caratteri peculiari frutto anche di provvedimenti legislativi ormai caotici, “omnibus” come si suole dire, che sostanzialmente sona riforme di facciata più che di sostanza.

Proviamo allora a lanciare delle provocazioni.

  1. L’Imu, ovvero una tassa sul patrimonio immobiliare: c’è in quasi tutti i paesi, è essenziale per finanziare i comuni, ma ogni marchingegno sarà sempre ingiusto se non c’è una reale riforma del catasto: via i vani e dentro i mq., riclassificazione tipologie edilizie (troppe ville villette sono civili abitazioni), ridefinizione delle zone censuarie; rielaborare tutto mettendo insieme la conoscenza del territorio degli enti locali e gli uffici catastali; lasciare libertà ai comuni di agire all’interno di un determinato “range” di fluttuazione dell’imposta per utilizzare la medesima come forma incentivante o disincentivante per l’affitto o per non lasciare patrimonio inutilizzato, per indurre la ristrutturazione ai vari livelli del patrimonio edilizio esistente;
  1. Superamento delle province: è un falso problema, una operazione di solo immagine politica, il nodo è passare da circa 8800 comuni alla metà; i referendum per l’unificazione annegano nei campanilismi retrò e nel piccolo cabotaggio politico, quindi taglio per legge: sotto 10.000 abitanti non c’è più il comune, che si aggreghino e per via dell’aggregazione riescano a integrare strutture amministrative e tecniche che la riduzione della spesa per il personale, l’impedimento delle assunzioni e la spending rewiew stanno uccidendo, e quindi sono, o saranno sempre più, impossibilitate a garantire i servizi;
  1. Il governo del territorio va semplificato: troppi strumenti, procedure e tempi di definizione degli strumenti  troppo lunghi, strumenti vaghi invece che più cogenti in relazione a specifiche competenze istituzionali e specificatamente diversificati, per poi consentire, a livello edilizio, l’abolizione di una quantità incredibile di procedimenti autorizzativi ex ante, ovvero la responsabilizzazione totale di progettisti, imprese e committenza, poteri di controllo ex post della pubblica amministrazione e rigorosissime sanzioni per chi sgarra, tanto che sicuramente si premierebbe alla fine la professionalità e la capacità di chi opera seriamente nella filiera delle trasformazioni territoriali ed edilizie.

Nel breve giro di un articolo giornalistico non si può andare molto oltre, ma sembra sempre più evidente che ha poco senso introdurre di volta in volta  supposte semplificazioni o sanzioni per il ritardato adempimento della P.A., come fa il “decreto del fare”, ora legge 98/2013, che peraltro introduce anche qualche elemento di confusione sia in merito alle specifiche competenze statali in materia, sia riguardo, per esempio, all’esclusione dalla semplificazione degli edifici sottoposti a vincoli paesaggistici o culturali quando il vincolo paesaggistico ordinariamente e generalmente è imposto a porzioni di territorio.

E questo senza commentare il non senso della possibilità di presentare una SCIA e richiedere contestualmente allo sportello unico per l’edilizia di provvedere ad acquisire tutti gli atti di assenso (a partire dall’autorizzazione sismica a quella paesaggistica, e così via), una forma per scaricare sugli enti locali già in affanno per carenze di personale ed organizzative ulteriori carichi di lavoro (tanto che viene anche il sospetto, e si farà sicuramente peccato a pensare male, che in realtà si vogliano affossare questi enti).

Lasciamo poi perdere le norme sulla trasparenza che impongono che le proposte di deliberazione di piani urbanistici siano prima della loro adozione/approvazione pubblicati sul sito internet delle amministrazioni competenti a pena della loro nullità, un passaggio del tutto inutile, almeno per il cittadino che comunque ha solo una possibilità di intervenire nel procedimento facendo ricorso al TAR su di un atto amministrativo assunto.

Per questo appare utile, finito agosto, “provocare” per sperare che nel generale impazzimento della politica ci sia qualcuno che voglia pensare concretamente alle necessità dei cittadini, alla capacità operativa degli enti locali.

di Mauro Parigi