Più del 56% dei paesaggi costieri italiani è deturpato

La cementificazione non conosce crisi, trasformati 2.194 km di coste italiane

Legambiente: «Con il silenzio-assenso della legge Madia rischi aumenteranno, va cambiata»

[19 agosto 2015]

coste italiane cemento

L’Italia ha oltre 8mila chilometri di coste, che oltre a definirne i confini nel blu del Mediterraneo rappresentano da sempre una parte rilevante dell’identità, della storia e della memoria collettiva del nostro Paese – oltre che una risorsa turistica importantissima e un patrimonio naturale di straordinario pregio. Queste stesse coste sono oggi sotto forte minaccia: il nuovo dossier di Legambiente, che prende in esame 13 regioni (Sicilia e Sardegna si aggiungeranno l’anno prossimo), documenta come ossia il 56,2% dei paesaggi costieri siano stati trasformati dall’urbanizzazione. Mangiati dal cemento.

Dal 1985, anno della Legge Galasso e delle sue tutele paesaggistiche e ambientali, sono stati cancellati dal cemento circa 222 chilometri di paesaggio costiero. Un ritmo di quasi 8 km l’anno, con il risultato che oggi sui 3.902 chilometri di coste che Legambiente ha analizzato da Ventimiglia a Trieste, oltre 2.194 sono ormai cementificati. Dal 2008 il settore delle costruzioni ha perso il 32% degli investimenti, pari a circa 64 miliardi di euro, ma neanche questo è riuscito a frenare in modo incisivo l’avanzata della cementificazione.  Si tratta di numeri pesanti, che non possono però lasciare spazio alla rassegnazione.

«Bisogna aprire cantieri di riqualificazione ambientale e culturale delle aree costiere, per fare di questi territori il cuore dell’idea di sviluppo che si immagina per l’Italia nei prossimi anni – ha esortato il vice presidente di Legambiente, Edoardo Zanchini – Occorre partire dalla rigenerazione energetica del patrimonio edilizio, che lungo le coste è spesso vecchio e inadeguato, dalla valorizzazione delle potenzialità turistiche e dallo sviluppo di una moderna mobilità sostenibile per l’accesso al patrimonio di spiagge, pinete e altre attrazioni naturalistiche e culturali. Al centro delle politiche devono essere posti gli interventi di adattamento ai cambiamenti climatici in linea con la programmazione europea sul tema, che individua come prioritarie le operazioni capaci di fermare l’erosione dei litorali e rafforzare il sistema di dune ancora esistenti».

In Calabria, che detiene un triste record, si è di fronte a dati impressionanti. Le trasformazioni interessano più del 65% dei rispettivi paesaggi costieri, e su un totale di 798 chilometri sono 523 quelli trasformati da interventi edilizi, anche illegali. Nel podio della cementificazione seguono Lazio, Abruzzo e Liguria (63% di coste consumate).

L’Abruzzo viene definita dal Cigno Verde un caso emblematico, perché negli ultimi decenni è stata creata una vera e propria barriera tra il mare e l’entroterra con decine di appartamenti (invenduti) e palazzi realizzati praticamente sulla spiaggia, come nei casi di Montesilvano, Silvi, Francavilla al Mare, Torino di Sangro e Vasto. Nel Lazio spiccano invece le criticità di tratti come il Lido di Ostia, le spiagge di Fiumicino, Santa Marinella e Scaglia, in cui non solo si è consumato suolo a scopo residenziale quasi esclusivamente per seconde case e servizi correlati, ma è stata occupata la spiaggia con attrezzature turistiche imponenti. Ma anche la Liguria non è da meno: su un totale di 345 km di costa ne sono scomparsi 218. Negli ultimi venti anni sono stati sfregiati 4mila metri di paesaggi costieri naturali in gran parte a favore di nuove seconde case, ville e palazzi, per l’espansione di alcuni agglomerati che si susseguono lungo la costa e per attività turistiche e portuali.

Come risulta evidente dalle Regioni in cima alla lista per la cementificazione delle coste, è il versante tirrenico quello che è stato intaccato nella maniera più rilevante: infatti, meno del 30% delle sue aree rimane oggi libero da costruzioni. Nell’Adriatico che pure non se la passa bene, invece, è soprattutto la morfologia costiera, dal delta del Po alle lagune venete, dal Conero al Gargano, ad aver costituito un ostacolo nei confronti della cementificazione.

Ma tutte le coste dello Stivale, indipendentemente dal litorale, potrebbero ben presto trovarsi a fronteggiare una nuova ondata di aggressioni, stavolta sotto la spinta del governo. Con il testo di riforma della Pubblica amministrazione (la cosiddetta Legge Madia, che prevede tra l’altro anche l’addio al Corpo forestale dello Stato), approvato definitivamente dal Parlamento il 4 agosto, in caso di ritardo di oltre 90 giorni da parte della Soprintendenza i termini e le condizioni per l’acquisizione del parere decadranno e si determinerà un silenzio/assenso. Una norma che potrebbe apparire di buon senso di fronte all’elefantiaca lentezza dell’amministrazione italiana, ma che nasconde un risvolto inquietante.

Con il silenzio/assenso della Legge Madia i rischi per le coste italiane aumenteranno. Se molte minacce per il paesaggio costiero si sono realizzate all’interno di un quadro normativo che prevedeva piani regionali e vincoli di edificabilità, come quelli introdotti dalla Legge Galasso, è facile immaginare cosa potrà succedere in assenza di una riorganizzazione e di un rafforzamento degli uffici preposti alla gestione dei vincoli – ha spiegato il vice presidente di Legambiente Edoardo Zanchini – Per questo occorre cambiare le regole di tutela, che si sono rivelate del tutto inadeguate a salvaguardare i paesaggi costieri dalla pressione edilizia, e istituire un sistema di controlli adeguati e di condivisione delle informazione tra i Ministeri dei beni culturali e dell’ambiente, Regioni e Soprintendenze, Comuni e forze di polizia. Occorre poi completare la pianificazione paesaggistica, perché oggi solo Puglia, Sardegna e Toscana lo hanno fatto introducendo chiare indicazioni di tutela, attraverso un’intesa con il Ministero dei Beni culturali. La legge Madia deve essere cambiata proprio in questa direzione, prevedendo il silenzio assenso solo per le Regioni nelle quali sono in vigore dei piani paesaggistici, perché in queste realtà è chiaro cosa si può realizzare e cosa no. E’ urgente poi fissare, attraverso meccanismi di sanzione e premialità, un vincolo di inedificabilità assoluta per tutte le aree costiere ancora libere per una distanza di almeno 1 chilometro dal mare, nelle Regioni senza piani paesaggistici».