La villa romana del Cavo, il cemento, gli elbani e gli italiani

«Scontiamo la patologia, ormai cronica, di un radicato e aspro individualismo»

[6 dicembre 2015]

Cavo

Non si saprà mai se la brutta vicenda delle espansioni edilizie al Cavo, nel sito della villa romana, sia paradigmatica per l’Elba o per l’Italia intera. Sto per dire una cosa scomoda e antipatica: al di là delle enunciazioni di principio, gli Elbani odiano l’Elba almeno quanto gli Italiani odiano l’Italia. Si tratta di realtà geografico-storiche stracolme di ambienti, monumenti e memorie reputate inutilmente costose e di ostacolo allo “sviluppo”. Afflitti da una cronica depressione collettiva, Italiani ed Elbani (altro che gli allegroni delle barzellette!) pensano di essere un popolo sfortunato, cui è toccato in sorte un paese fatto di montagne bellissime, campagne ospitali e generose, spiagge affascinanti e tutto questo, talvolta, nel raggio di qualche centinaia di chilometri: un paese inutilmente complicato, verrebbe ironicamente da dire! E come gli Italiani hanno ormai dimenticato di essere stati il centro del mondo (per molti millenni), così gli Elbani (naturali e acquisiti) hanno dimenticato di essere stati il centro del Mediterraneo (per molti secoli).
In Italia e all’Elba si è stratificato un patrimonio ambientale e culturale ricchissimo.

Dalla vicenda del Cavo usciamo tutti sconfitti, dal punto di vista politico, amministrativo e culturale. Delle due prime categorie non intendo occuparmi. Ho partecipato, negli anni, a diverse attività di militanza attiva: la Valutazione Impatto Ambientale per il Corridoio Autostradale Tirrenico, la battaglia contro il Piano Particolareggiato per Baratti, il lavoro per il Piano Paesaggistico regionale. Ne ho ricavato la sensazione che la politica non esista. L’amministrazione dei suoli e del patrimonio culturale poggia su basi che definire ambigue è poco: da una parte la tanto venerata (e poco rispettata) Costituzione, dall’altra la consapevolezza che la furbizia, da noi, paga sempre.

Ma sul piano culturale ne avrei di cose da dire.

E’ vero che ci sono meno fondi che in passato per restauri, consolidamento e valorizzazione. Ma la tradizionale lagnanza sulla scarsità di risorse finanziarie non spiega tutto. Ci sono in Europa città piccole e piccolissime, a volte anche più povere di tante città italiane in cui prosperano musei e parchi culturali invidiabili. Noi scontiamo la patologia, ormai cronica, di un radicato e aspro individualismo, un tempo personale e tribale, oggi collettivo e politico.

Mancano anche armonia, coordinamento, equilibrio, intesa. E questi vanno raggiunti, con la collaborazione di tutti.

Non è vero che il patrimonio culturale non rende. Chi dice questo è perché vuole noi e i nostri figli ignoranti per poterci meglio abbindolare.

Della triste vicenda del Cavo, vediamo gli aspetti positivi. Alcuni cittadini, più attenti e curiosi di altri, hanno fatto il loro dovere di cittadini segnalando questa brutta cosa. Alcune associazioni, altrettanto meritoriamente, hanno approfondito la questione e si sono molto nettamente schierate. Hanno fatto bene.
Un luogo, quando è un luogo vero, viene conosciuto e apprezzato per le sue particolarità, non perché è omologato agli altri posti, inserito in una catena infinita di non-luoghi. Però, se i primi ad essere spossessati della loro stessa identità sono proprio gli abitanti del luogo, come possono raccontare la loro storia a quanti,

ignari, provengono da fuori?

Bisogna che sempre più la parte migliore dell’Elba faccia sentire la sua voce.

Perché c’è, questa parte migliore. Sono i millecinquecento fra bambini e ragazzi delle scuole elbane che hanno visitato questo autunno il nostro piccolo scavo archeologico di San Giovanni. Sono le Associazioni che a vario titolo sostengono il nostro progetto, diverse centinaia di persone motivate, attente, curiose e colte. Sono i semplici cittadini presi individualmente.

Non so come finirà la brutta faccenda di Cavo, un luogo che evoca ricordi felici e lontani. Servirebbe, a questo punto, una più attenta mappatura della zona e una meticolosa documentazione delle emergenze. Non occorre stanziare somme enormi. Serve utilizzare competenze adeguate, questo sì, e in un quadro armonioso, coordinato, equilibrato.

L’unica osservazione archeologica che mi sento di fare è questa: non si può trasformare un luogo del quale non si sa nulla o quasi, tanto più se si tratta di un edificio architettonicamente complesso. Fra l’altro, continuiamo a chiamarlo villa ma dove sono le prove che si trattasse effettivamente di una villa marittima e non di altro?

Franco Cambi

Professore Ordinario di Archeologia all’Università di Siena

 

Dopo Legambiente, sulla questione è intervenuta anche Italia Nostra Arcipelago Toscano. Ecco coda scrive l’associazione ambientalista:

Dopo un primo passo compiuto lo scorso 23 novembre ad opera del suo presidente onorario presso il sindaco di Rio Marina, questa Sezione di Italia Nostra Arcipelago Toscano avverte la necessità di tornare sulla villa romana di Capo Castello di Cavo, nel cui perimetro si sta registrando la sopraelevazione di un fabbricato, posto sul culmine del sito, che viene a raccontare – quando non se ne sentiva certo il bisogno – l’ennesima storia italiana di un’emergenza archeologica irragionevolmente punita.

​Tale iniziativa edilizia è l’ultima di una serie, lunga, ma divenuta intensa a partire dagli anni Sessanta-Settanta del secolo scorso, che ha mescolato agli ambienti di una domus tra le più interessanti dell’alto Tirreno una geografia di architetture deprecabili non già perché si sarebbero desiderate diverse da come le vediamo, ma perché semplicemente non avrebbe dovuto esserci. Non è necessario, infatti, che una nuova costruzione ne spodesti, distruggendola, una antica, perché la si debba rifiutare; basta che le si alzi dappresso, costituendo con la sua sola presenza il disconoscimento di una produzione intellettuale non limitata a un oggetto, ma estesa al suo contorno.

​Peraltro, nel nostro caso, la cementificazione ha accompagnato il più delle volte l’occultamento o la cancellazione delle strutture preesistenti che, studiate da Vincenzo Mellini nell’Ottocento, rilevate e riportate alla luce in alcuni segmenti da saggi di scavo eseguiti, tra il 1970 e il 1972 dal prof. Gianfranco Vanagolli e intorno al 1995 dal dott. Marco Firmati, oggi appaiono realisticamente suscettibili di una possibilità di lettura solo riguardo a un’area estremamente ristretta.

​Su di essa, tuttavia, si è ritenuto di poter fondare di recente un meritorio progetto di salvaguardia e valorizzazione, capace direstituire finalmente alla comunità un bene che le appartiene attraverso un virtuoso gioco di sinergie, rappresentate dal Comune di Rio Marina, dalla Sovrintendenza Archeologica per la Toscana e da un Comitato cittadino.​Non finisce di stupire, pertanto, mentre bisogna pur sottolineare che da molti mesi si attende di conoscere i termini di un piano di intervento ad hoc, anche finanziario, annunciato dalla stessa Sovrintendenza, senza il quale il Comune e il Comitato sono condannati all’inazione, come si sia potuto procedere da parte degli organi responsabili nel solco di un costume di insensibilità o di distrazione nei confronti dei beni paesaggistici e culturali che si riteneva ormai relegato ad un irreversibile ieri.

Italia Nostra Arcipelago Toscano