Una legge d’iniziativa popolare per fermare il consumo di suolo

La proposta del Forum Salviamo il Paesaggio di fronte allo stallo di politica e Parlamento

[6 febbraio 2018]

Un gruppo di lavoro multidisciplinare tecnico-scientifico formato da 75 persone, architetti, urbanisti, docenti e ricercatori universitari, geologi, agricoltori, agronomi, tecnici ambientali, giuristi, avvocati, funzionari pubblici, giornalisti/divulgatori, psicanalisti, tecnici di primarie associazioni nazionali, sindacalisti, paesaggisti, biologi, attivisti…  ha lavorato per 13 mesi alla stesura di un testo normativo sul consumo di suolo che ora viene proposto dal Forum Salviamo il Paesaggio con il titolo ”Norme per l’arresto del consumo di suolo e il riuso dei suoli urbanizzati”,

I promotori spiegano che si tratta di 10  articoli per una legge contro il consumo di suolo, per fermare «la modifica o la perdita della superficie agricola, naturale, seminaturale o libera, a seguito di interventi di copertura artificiale del suolo, di trasformazione mediante la realizzazione – entro e fuori terra – di costruzioni, infrastrutture e servizi o provocata da azioni, quali asportazione ed impermeabilizzazione».
Dieci articoli per una legge attesa da decenni e che sembrava potersi concretizzare dal 2009, quando un’ampia coalizione nazionale di associazioni, comitati e singoli cittadini rese evidente l’insostenibile peso della speculazione edilizia.

«Dieci articoli per una legge dal basso – dicono al Forum Salviamo il Paesaggio – dopo che lo scioglimento delle Camere ha sancito la fine ingloriosa del testo arenatosi al Senato, che ha vanificato lo sforzo avviato all’inizio della legislatura e l’impegno di tanti che avevano prestato il proprio servizio al Paese, producendo osservazioni, partecipando ad audizioni».

Per i promotori del progetto di legge quello della politica è un fallimento che «Ci obbliga a riprendere con energia la battaglia, perché di battaglia si tratta, per arrestare subito il consumo di territorio. Arrestare e non limitare o ridurre. Perché quello che serve oggi è un taglio netto. Un obbligo per legge. Una legge che oltre a porre la parola “fine” al film ‘Le mani sulla città’ che va in onda ininterrottamente dal secondo Dopoguerra, punti tutto sul recupero dell’enorme patrimonio edilizio esistente, sulla bonifica e riconversione ecologica delle immense aree dismesse e abbandonate (una vera e propria emergenza diffusa su tutto il territorio nazionale che deve vedere lo Stato applicare il principio costituzionale che prevede la tutela della proprietà privata solo se questa ha una funzione sociale), sulla valorizzazione urbanistica, sociale, economica e culturale sia dei centri storici e sia delle periferie dormitorio cresciute fuori dalle mura e ai margini delle autostrade».

Ma sarà difficile che il Parlamento che uscirà dalle elezioni del 4 marzo – che i sondaggi dicono che rischia di essere dominato dai Partiti dei condoni e da chi ha bloccato le proposte di legge sul consumo di suolo – accolga con favore il testo presentato oggi dal Forum Salviamo il Paesaggio, scritto dal basso, frutto del lungo lavoro di un folto gruppo di esperti e arricchito dalle ulteriori proposte di tutte le migliaia di suoi aderenti e delle oltre 1.000 organizzazioni che lo compongono. Eppure, come sottolinea il Forum, si tratta di «Dieci articoli che se approvati dal Parlamento Italiano sarebbero la mera l’applicazione della nostra Costituzione, pur sembrando una vera rivoluzione».

Ma le forze politiche che andranno a costituire il prossimo governo  si troveranno di fronte un Forum Salviamo il Paesaggio che si dichiara «pronto a raccogliere le firme dei cittadini, dopo averla presentata all’attenzione della prossima XVIII legislatura della Repubblica Italiana» e che ricorda che 9 anni fa, il 24 gennaio 2009, a Cassinetta di Lugagnano, in provincia di Milano, veniva promosso il manifesto della campagna “Stop al consumo di territorio” nel quale si leggeva: «Fertili pianure agricole, romantiche coste marine, affascinanti pendenze montane e armoniose curve collinari, sono quotidianamente sottoposte alla minaccia, all’attacco e all’invasione di betoniere, trivelle, ruspe e mostri di asfalto. Non vi è angolo d’Italia in cui non vi sia almeno un progetto a base di gettate di cemento: piani urbanistici e speculazioni edilizie, residenziali e industriali; insediamenti commerciali e logistici; grandi opere autostradali e ferroviarie; porti e aeroporti, turistici, civili e militari. Non si può andare avanti così! La natura, la terra, l’acqua non sono risorse infinite. Il paese è al dissesto idrogeologico, il patrimonio paesaggistico e artistico rischia di essere irreversibilmente compromesso, l’agricoltura scivola verso un impoverimento senza ritorno, le identità culturali e le peculiarità di ciascun territorio e di ogni città, sembrano destinate a confluire in un unico, uniforme e grigio contenitore indistinto. La Terra d’Italia che ci accingiamo a consegnare alle prossime generazioni è malata. Curiamola!”

E’ da lì che parte l’azione del Forum, costituito nel 2011 e dopo il consumo di suolo era riuscito a diventare una “emergenza” della quale discutevano politica e Parlamento, ma alle parole non sono seguiti i fatti e le norme, mentre la cementificazione sembra sparita dalla campagna elettorale e le liste pullulano di candidati condonasti

«Eppure, l’Italia non ha bisogno di una legge nazionale sul consumo di suolo. Ha bisogno di una buona legge nazionale sul consumo di suolo – conclude il Forum – Nel 2018, continuiamo a “divorare” terra al ritmo di 4 metri quadrati al secondo. Nel 2000 si era toccata quota 8 metri quadrati al secondo e la media degli ultimi 50 anni si attesta tra i 6 e i 7 metri quadrati al secondo. Solo tra il 2013 e il 2015 le nuove coperture artificiali hanno riguardato 250 chilometri quadrati di territorio, 35 ettari al giorno, 35 campi di calcio ogni 24 ore (Ispra, 2017). In termini assoluti, il consumo di suolo si stima abbia intaccato ormai circa 23.000 chilometri quadrati del nostro territorio, una superficie pari all’Emilia Romagna. Perdiamo suolo e con esso perdiamo biodiversità, bellezza, paesaggio, qualità della vita, salute, storia, agricoltura. Il nostro Paese è in grado, oggi, di produrre appena l’80-85% del proprio fabbisogno primario alimentare, contro il 92% del 1991. Consumiamo terra e siamo sempre meno in grado di garantirci il nostro cibo: non abbiamo più altro tempo a disposizione per invertire drasticamente la rotta».