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Marmo, le cave di Carrara e il falso conflitto ambiente-occupazione

[1 agosto 2016]

cave del sagro 5 marmo carrara

La vicenda delle cave del Sagro ha fatto riemergere il falso conflitto tra ambiente e occupazione. I comuni di Carrara e Fivizzano, la Provincia e il Parco, ergendosi a paladini dell’occupazione, sono pronti a realizzare una via d’arroccamento che colleghi le cave a Carrara e, nel frattempo, a far transitare i loro camion dalle strade di Carrara; ma, soprattutto, a rilanciare in grande stile l’assalto al Sagro e al Borla.

La loro linea, per quanto ottusa, è molto chiara: la nostra priorità assoluta è l’occupazione; a questa siamo pronti a sacrificare il Parco delle Apuane, i siti di importanza comunitaria, le zone di protezione speciale, gli escursionisti, la difesa dell’ambiente e del paesaggio, a tollerare le violazioni ambientali compiute dalle cave in questione, a riportare i camion nei centri abitati e perfino a mettere a repentaglio l’incolumità di pedoni e automobilisti, minacciata dal transito dei bisonti del marmo nelle strette, tortuose e ripide strade che attraversano i paesi montani (il mese scorso è già stato sfiorato un grave incidente).

Più variegata è la posizione del sindacato. Se la UIL non si è schierata e la CISL ha respinto seccamente il ricatto occupazionale evidenziando i rischi legati al transito dei tir nei centri abitati, la Fillea-CGIL si è comportata come un sindacato padronale.

Di fronte alle cave del Sagro-Borla, infatti, un sindacato dei lavoratori –anche qualora fosse insensibile ai temi ambientali– avrebbe promosso lotte perché queste rispettassero tutte le prescrizioni ambientali, se non altro come “assicurazione” dal rischio di chiusura dell’attività estrattiva. E, di fronte all’altro rischio di chiusura, legato all’inadeguatezza delle strade verso Caniparola, Rometta e Tenerano, avrebbe aperto una vertenza per convincere la Walton a farsi carico dell’adeguamento delle strade.

Invece nulla di tutto ciò: ha lasciato incancrenire per anni la situazione ambientale e della viabilità (contando anche sulla “comprensione” del comune di Fivizzano e del Parco che, in deroga alle norme, hanno autorizzato l’abbandono “temporaneo” dei detriti in loco). Solo quando la deroga non ha più potuto essere rinnovata, la CGIL si è attivata, prima proponendosi per sistemare la strada con i soldi del Fondo Marmo (investendo quindi soldi dei lavoratori!) e, poi, per convincere gli enti a farsi carico dell’emergenza così creatasi. Quale impresa non desidererebbe un sindacato siffatto?

Insomma un comportamento non solo di piena subalternità agli interessi dell’impresa, ma anche sprezzante nei confronti dei diritti dei cittadini, ben distante dalla tradizione dello stesso sindacato nazionale: nel dibattito del 22 luglio a Ca’ Michele, infatti, il relatore della Fillea-CGIL nazionale, Salvatore Lovalbo, è stato categorico: il rispetto dell’ambiente, delle prescrizioni e della legalità sono prerequisiti fuori discussione; ogni loro violazione è intollerabile e indifendibile.

Nella sua replica, il sindaco di Carrara, ricordandoci che «con i radicalismi non si va da nessuna parte», ci rimprovera «si vede che gli ambientalisti non hanno l’ansia su come portare a casa lo stipendio»: un’accusa tanto infamante quanto falsa (forse autobiografica), ma soprattutto miope.

Evidentemente il sindaco e la CGIL non hanno imparato nulla dall’esperienza della Farmoplant: se infatti poteva esserci un modo di salvare l’occupazione, era quello di unirsi alle lotte dei cittadini inquinati per costringere l’azienda ad adottare le migliori misure impiantistiche per garantire l’ambiente e la salute pubblica. Allora il sindacato preferì schierarsi dalla parte dell’azienda, coprendone sistematicamente le malefatte, col risultato di inimicarsi tutta la popolazione, esasperandola al punto da spingerla a chiedere il referendum per la chiusura della fabbrica, poi puntualmente avvenuta.

Con le cave si sta riproponendo esattamente lo stesso errore: l’inquinamento dei fiumi e delle sorgenti, l’abbandono delle terre al monte (ridotto ad un’immensa discarica), la devastazione ambientale e paesaggistica, la vicenda delle polveri da traffico pesante, le autorizzazioni con prescrizioni di tutela ambientale inadeguate (vere e proprie licenze ad inquinare) e l’infinita tolleranza verso il loro mancato rispetto, la pervicacia a mantenere le cave all’interno del Parco, stanno esasperando l’intera cittadinanza (e l’opinione pubblica nazionale), spingendola a chiedere la chiusura di tutte le cave. Con la loro miopia amministratori e sindacalisti stanno cioè alimentando proprio quei “radicalismi” tanto deprecati a parole.

Nelle nostre osservazioni alla revisione della legge regionale sulle cave avevamo proposto un “patto sociale” volto a legare la crescita dell’occupazione alla chiusura progressiva delle cave nel Parco. In poche parole, proponevamo di:

  • incrementare l’occupazione con bandi di gara che, nell’assegnazione delle concessioni, privilegiassero quelle aziende che garantivano la lavorazione in loco di un’elevata percentuale dei blocchi estratti;
  • monitorare annualmente l’andamento dell’occupazione nel comparto marmifero e chiudere ogni anno alcune cave all’interno del Parco (a partire da una graduatoria di impatto ambientale), per un numero di occupati pari alla metà dell’incremento di occupazione ottenuto.

Una proposta, dunque, più che ragionevole, concreta e ben lontana dai radicalismi che ci vengono gratuitamente imputati. Purtroppo, nell’incontro da noi appositamente promosso, i sindacati confederali non raccolsero la nostra proposta. Forse, se l’avessero raccolta e se avesse avuto il sostegno anche delle amministrazioni comunali, la proposta sarebbe entrata nella legge regionale e la chiusura delle cave del Sagro-Borla sarebbe oggi compensata da un’occupazione doppia di quella perduta.

Se dunque la chiusura di queste cave comporterà una perdita secca di occupazione dovremo ringraziare il radicalismo miope di quei comuni e sindacati che preferiscono difendere ad oltranza un’escavazione palesemente insostenibile.

Inoltre il Coordinamento apuano, di cui Legambiente è parte attiva, si sta adoperando per promuovere nel parco una vasta gamma di occupazione alternativa all’escavazione, legata alle vocazioni e potenzialità del territorio (accoglienza turistica, agricoltura, allevamento, cura del bosco, legata anche alla commercializzazione dei suoi prodotti, alla sistemazione del dissesto idrogeologico e alla produzione di energia da biomasse, ecc.), col supporto scientifico di università e concretamente attivabile da fondi europei, statali e regionali già disponibili.

La collaborazione attiva di comuni e sindacati sarebbe naturalmente più che gradita e potrebbe accelerarne l’attuazione favorendo la transizione dall’economia distruttiva delle cave ad una costruttiva di bellezza, benessere e sicurezza.

Nella relazione Cave apuane: stop al disastro ambientale e all’illegalità, presentata all’incontro Stati generali delle Alpi Apuane abbiamo evidenziato un aspetto di assoluta importanza: l’inquinamento dei fiumi e delle sorgenti da marmettola e terre non è solo frutto di violazioni delle prescrizioni compiute dalle cave ma, ciò che è più grave, è consapevolmente accettato e implicitamente (seppur illegittimamente) contenuto nelle autorizza­zioni all’escavazione.

Da anni, inoltre, proponiamo l’adozione di una serie di misure di protezione ambientale che, a nostro parere, dovrebbero essere prescritte nelle autorizzazioni all’escavazione (si veda ad es.: La Regione protegga le sorgenti dalle cave di marmo). Possiamo qui riassumerle nella prescrizione di tenere costantemente e scrupolosamente pulite (in particolare dai materiali fini: marmettola e terre) tutte le superfici di cava e delle sue pertinenze (piazzali, aree servizi, rampe, ravaneti, vie d’arrocca­mento, versanti, ecc.), nonché nella previsione di sanzioni adeguatamente dissuasive in caso d’inadempienza.

I cavatori (ma anche chi abbia visitato anche una sola volta le cave) sono certamente i primi a comprendere appieno la radicalità di tale prescrizione e il lavoro quotidiano necessario ad assicurarne il rispetto. L’osservanza di tali prescrizioni avrebbe perciò due grandi vantaggi: un significativo aumento dell’occupazione in cava e la riduzione della conflittualità sociale, grazie al maggior rispetto per l’ambiente (fiumi, sorgenti, paesaggio, ecc.).

Anche se avesse l’unico scopo di promuovere l’occupazione, un sindacato lungimirante avrebbe pertanto tutto l’interesse a sostenere le nostre proposte di una drastica riduzione dell’impatto ambientale delle cave e della progressiva riduzione delle cave nel Parco, garantita da un aumento dell’occupazione legato allo sviluppo della filiera locale di lavorazione del marmo. E in questo percorso virtuoso, volto a conseguire la compatibilità sociale dell’intero comparto estrattivo, avrebbe al suo fianco non solo gli ambientalisti, ma l’intera cittadinanza.

Allo stesso obiettivo potrebbe contribuire il Comune introducendo nelle autorizzazioni all’escava­zione rigorose misure di tutela ambientale, adoperandosi attivamente per il loro rispetto ed evitando soluzioni sprezzanti nei confronti dei cittadini (come il transito da Carrara dei camion del Sagro).

Comune e sindacato sono oggi di fronte ad un bivio: arroccarsi nella difesa dell’esistente (compresi lo scempio ambientale e le illegalità), alimentando fino all’esasperazione l’ostilità della cittadinanza (che sta superando i confini apuani, allargandosi a livello nazionale!), o cogliere l’occasione di mostrare nei fatti che, se lo si vuole, ambiente e occupazione non sono necessariamente in conflitto ma, al contrario, possono essere conseguiti contestualmente.

Nel dichiarare la nostra piena disponibilità a collaborare per quest’ultima soluzione, ci auguriamo che Comune e sindacato sappiano compiere la scelta più intelligente. Il banco di prova, oggi, sono le cave del Sagro-Borla: domani potrebbe essere troppo tardi.

di Legambiente Carrara