Riceviamo e pubblichiamo

Marmo, le osservazioni di Legambiente sul piano d’escavazione congiunto delle cave Tagliata e Strinato

[19 giugno 2015]

cava marmo carrara

La documentazione progettuale, sebbene incompleta (in quanto relativa alle modifiche ai piani di escavazione vigenti), è più che sufficiente per esprimere osservazioni, considerato anche che il piano non si discosta dalla generalità dei piani delle altre cave carraresi.

Riteniamo pertanto radicalmente inaccettabili le modalità previste (e attualmente adottate) di gestione delle acque di lavorazione e di quelle meteoriche dilavanti, nonché quelle dei detriti (con particolare riguardo alle frazioni fini: terre e marmettola), in quanto del tutto inadeguate a tutelare l’acquifero, le sorgenti e i corsi d’acqua superficiali.

Misure non coerenti alle finalità

Sconcerta, infatti, come le relazioni progettuali (con particolare riferimento a: relazione tecnica progettuale, piano di gestione dei rifiuti estrattivi, studio di impatto ambientale, relazione geologica-giacimentologica, piano di gestione delle AMD) possano dilungarsi nella sistematica descrizione degli accorgimenti previsti per evitare la dispersione della marmettola (dando diligentemente puntuale e formale risposta a ciascuna prescrizione prevista dalla normativa) perdendo però di vista la finalità delle stesse disposizioni di legge: la tutela dell’acquifero dall’inquinamento.

Eppure la relazione geologica contiene gli elementi essenziali per individuare le misure da adottare: data l’elevata permeabilità del marmo per fratturazione e carsismo, le acque si infiltrano nella fitta rete di cavità carsiche seguendo percorsi complessi e ramificati; l’area in esame non ha connessioni idrogeologiche col gruppo delle sorgenti 5 Fontane, ma alimenta l’unità idrogeologica compresa nella sinclinale di Carrara, le cui acque alimentano sorgenti situate sia nel bacino del F. Frigido che in quello del T. Carrione.

Ne dovrebbe discendere, di conseguenza, l’adozione di misure volte ad impedire che le acque, prima di infiltrarsi, trascinino inquinanti. In effetti, i progettisti mostrano di avere la consapevolezza del problema (sebbene con eccessivo ottimismo sulla realtà) laddove affermano che «per tutelare questa vitale risorsa idrica, a salvaguardia delle sorgenti di cui sopra, da anni nelle cave di marmo vengono adottate misure preventive tese ad impedire che si verifichino fenomeni di interferenza (marmettola, oli, ecc.) tra i cantieri attivi e l’acquifero profondo e questo a prescindere dal fatto che siano state riscontrate connessioni più o meno dirette tra le varie cave e le sorgenti a valle» (relazione geologica, pag. 17).

Marmettola e terre considerate non inquinanti

Peccato, però, che tali misure preventive vengano effettivamente attuate solo per gli oli, mentre siano nettamente insufficienti per la marmettola e, addirittura, non siano nemmeno prese in considerazione per le terre. Ciò rivela che per i progettisti la concezione di tutela dell’ac­quifero e delle sorgenti si limita a prevenire l’inquinamento da parte di sostanze pericolose (tossiche?), escludendo perciò marmettola e terre. In effetti essi affermano che «le acque meteoriche dilavanti provenienti dall’area di cava attiva non possono essere che acque costituite da materiali già presenti sui piazzali di cava che non sono costituiti da materiali pericolosi…» (relaz. geologica, pag. 13), mentre «le AMD provenienti dalle aree impianti possono invece essere meno pure … in quanto in queste aree … possono avvenire operazioni di manutenzione dei mezzi, possono esservi adibiti box officina o mensa ecc.» (pag. 14).

Coerentemente a tale concezione, il piano d’escavazione non si pone nemmeno l’obiettivo di adottare misure adeguate a prevenire l’intorbidamento da marmettola e terre delle acque sotterranee (nonché di quelle superficiali), non considerandolo un fenomeno di inquinamento in quanto sostenuto da materiali “non pericolosi”.

Va invece ricordato che, ai sensi del D. Lgs. n. 31/2001, le acque destinate al consumo umano devono essere non solo “salubri”, ma anche “pulite” e che, a tal fine, tra i parametri dei controlli di routine rientra, appunto, la misura della loro torbidità. Pertanto anche la marmettola derivante dal taglio col filo diamantato (analoga alle argille per granulometria, ma costituita unicamente da carbonato di calcio), inducendo torbidità delle acque, ne compromette l’uso per il consumo umano, anche se assolutamente priva di tossicità. A maggior ragione, la stessa compromissione è determinata dalle terre che, dilavate dalle acque, raggiungano l’acquifero.

Per quanto riguarda l’intorbidamento delle acque superficiali basti ricordare che l’elevato impatto ambientale della marmettola è stato dimostrato da oltre 30 anni (ma anche quello delle terre è del tutto analogo) e legato non ad una tossicità intrinseca dei materiali fini, bensì al fatto che la loro sedimentazione distrugge la varietà dei microhabitat, rendendo l’alveo inospitale alle comunità di macroinvertebrati.

Le misure da adottare: cave pulite come uno specchio

Per la tutela dell’acquifero, dunque, la conduzione della cava deve essere tale da impedire che, in ogni luogo (gradoni, piazzali, siti di stoccaggio, aree impianti, versanti, ravaneti) ed in ogni momento (taglio, movimentazione, piogge), le acque –prima di infiltrarsi nell’acquifero– possano dilavare materiali fini (terre e marmettola), a prescindere dalla loro tossicità. È dunque da respingere l’impostazione del piano di coltivazione in oggetto che, partendo dalla considerazione che “i materiali già presenti sui piazzali di cava non sono costituiti da materiali pericolosi”, consente lo scorrimento su tutte le superfici di cava di acque dilavanti marmettola e terre.

Ne discende la necessità di un radicale cambiamento delle modalità di conduzione della cava, riassumibile nello slogan “cave pulite come uno specchio”. Ciò richiede la costante e scrupolosa pulizia di ogni superficie di cava da ogni materiale fine e la rimozione di ogni cumulo di terra e marmettola (da stoccare esclusivamente in container a tenuta stagna).

Siamo ben consapevoli che la pulizia di alcune superfici –si pensi ai piazzali in terra e alle rampe d’arroccamento– è problematica, ma ovunque possibile è doveroso intervenire. In particolare, considerata l’elevata permeabilità dei ravaneti e delle scarpate delle rampe (e la fratturazione del loro substrato roccioso, connessa al reticolo carsico), è necessario prevenire la possibilità che queste superfici possano essere raggiunte da acque dilavanti materiali fini. A tal fine si può ricorrere ad opportuni modellamenti delle pendenze e alla realizzazione di cordoli perimetrali, mentre il completo rivestimento delle superfici di ravaneti e scarpate con materiali idonei (es. geostuoie in fibra di cocco) consentirebbe di trattenere buona parte dei materiali fini che dovessero comunque raggiungerle.

La realtà: cave sporche come discariche

Per comprendere quanto la gestione attuale della cava (riproposta inalterata nel piano di escavazione presentato) sia lontana dall’adottare le adeguate «misure preventive tese ad impedire che si verifichino fenomeni di interferenza (marmettola, oli, ecc.) tra i cantieri attivi e l’acquifero profondo» basta osservare la situazione attuale: fanghi, marmettola, cumuli di terre sono diffusi ovunque, tanto da poter concludere che il risultato differisce ben poco da quello che si avrebbe rinunciando a tutti gli accorgimenti di gestione delle acque di taglio, delle acque meteoriche e dei detriti d’escavazione.

 

Servono prescrizioni efficaci

Si chiede pertanto che l’approvazione del piano di coltivazione sia ispirata al principio “cave pulite come uno specchio” e condizionata pertanto alle seguenti prescrizioni:

  • mantenimento costante di una scrupolosa pulizia delle superfici orizzontali di marmo da ogni materiale fine (il bobcat o la mini-pala gommata possono effettuare solo una pulizia grossolana; per una pulizia a fondo occorrono macchine aspiranti con spazzole rotanti o macchine lavanti-aspiranti);
  • contenimento delle acque di lavorazione immediatamente al piede del taglio (mediante cordoli) e loro adduzione agli impianti di trattamento, entro tubazioni chiuse (non per scorrimento sulle superfici di cava);
  • per la realizzazione di tali cordoli di contenimento, non usare marmettola, terre o altri materiali sciolti (in quanto dilavabili dalle piogge); studiare soluzioni alternative (es. sacchi di sabbia, materiali plastici);
  • rimozione scrupolosa e completa di ogni cumulo di terre e detriti all’aperto e loro sistematico allontanamento dalla cava: l’eventuale stoccaggio temporaneo deve avvenire esclusivamente in container a tenuta stagna;
  • evitare l’uso di terre nella costruzione delle rampe (utilizzare solo scaglie);
  • conferire una leggera concavità al fondo stradale delle rampe e munirle di cordoli laterali (non in materiali fini).
  • rivestimento della superficie dei ravaneti e delle scarpate delle rampe con geostuoie in fibra di cocco o altri materiali atti a ridurre la penetrazione di materiali fini.

Si chiede di essere cortesemente informati dell’esito della pratica.

di Legambiente Carrara