Dovrà stabilire le cause del degrado e proporre interventi

Periferie sotto inchiesta. Una commissione della Camera al lavoro

Indagherà sullo stato della sicurezza e del degrado delle città italiane e delle loro periferie

[19 agosto 2016]

periferie

Le periferie delle nostre città cominciano a far paura. Paura che si trasformino in terreno di coltura per terroristi, o che il disagio produca una protesta sociale generalizzata della quale i primi sintomi li ha verificati il Pd nelle ultime elezioni amministrative, quando le periferie di Roma e Torino si sono spostate verso i candidati a 5stelle. Quali che siano i motivi, la Camera ha approvato nei giorni scorsi la Commissione parlamentare di inchiesta sullo stato della sicurezza e del degrado delle città italiane e delle loro periferie. Avrà durata di un anno e impegnerà 20 deputati.

Il testo finale unifica due proposte: quella di Area popolare, primo firmatario Maurizio Lupi, che puntava sugli aspetti della sicurezza, in relazione alla presenza di immigrati e criminalità, e quella di Sel, prima firmataria Celeste Costantino, che metteva l’accento sui problemi sociali come mancanza di servizi e disoccupazione. L’approvazione è avvenuta coi voti di tutti i gruppi parlamentari, esclusi 5stelle e Lega che si sono astenuti, non avendo evidentemente interesse a presentarsi ai propri elettori delle periferie urbane a rimorchio degli altri partiti.

La Commissione accerterà lo stato del degrado e del disagio sociale delle città e delle loro periferie cercandone le cause nella diversa struttura urbanistica e nei vari fattori socio-economici come tasso di disoccupazione, incidenza della povertà, servizi sociali e presenza di immigrati. Valuterà inoltre l’attività degli enti locali per favorire la partecipazione alla gestione delle politiche rivolte alle periferie, acquisendo le proposte per stimolarne la rinascita sociale. Verificherà lo stato di attuazione delle zone franche urbane nelle quali le piccole imprese godono di sgravi fiscali. E alla fine proporrà interventi, anche di carattere normativo, per rimuovere le situazioni di degrado urbano.

Mentre questa Commissione lavorerà, altre Commissioni sono e saranno all’opera per assegnare alle città che ne fanno domanda i fondi destinati dalle leggi di stabilità del 2015 e del 2016 per gli interventi di riqualificazione urbana: 194 milioni per il 2015 e 500 milioni per quest’anno (domande che scadranno il 27 agosto, a meno di proroghe). I soliti due livelli: quello operativo che deve andare avanti con sollecitudine assegnando fondi e quello dell’inchiesta che seguirà i suoi tempi, apparentemente senza troppa utilità pratica dato che le decisioni cruciali sull’assegnazione saranno già prese.

Si tratta di decisioni delicate dato che il degrado urbano è il risultato di dinamiche complesse alla base delle quali sta la crisi economica. I 4 milioni e mezzo di poveri stimati dall’ultimo “Rapporto sulla povertà” dell’Istat in qualche spazio urbano dovranno pur stare. Anche perché la percentuale di poveri aumenta con l’aumentare della dimensione del centro e le aree metropolitane sembrano preferite, essendovi comunque più opportunità di lavoro informale e di assistenza.

E i poveri non vivono sparpagliati. Secondo i noti fenomeni di segregazione spaziale tendono a raggrupparsi in spazi limitati, popolati da cittadini con simili livelli di reddito e ricchezza. La popolazione immigrata, sia per il basso reddito sia per l’omogeneità dei caratteri etnici, non fa che aggravare questa tendenza.

Si tratta di fenomeni complessi, derivanti dalla miriade di azioni personali. Senza considerare gli interventi di edilizia popolare che raggruppano le famiglie a basso reddito. Il risultato è il classico concentrato di povertà e cattive condizioni degli alloggi, che favorisce la mancanza di servizi – dato che è economicamente poco conveniente aprire un esercizio commerciale dove i redditi sono bassi – o tendenze come quelle dei migliori docenti che difficilmente chiederanno di andare a insegnare in una scuola di periferia.

Dato il basso valore degli immobili dovuto alle condizioni degradate degli edifici e alla mancanza di servizi, queste aree sono le uniche accessibili per famiglie a basso reddito che solo in quelle condizioni riescono a sopravvivere, comprimendo i costi dell’alloggio. E così il cerchio si chiude.

I risultati della segregazione sono la perdita del carattere urbano degli insediamenti: mancano i flussi e le connessioni che caratterizzano la città. Mancano le attività economiche, ancor prima dei servizi. Infine manca la sicurezza. Si scatena l’effetto clan, e la criminalità prende in mano la situazione.

La voglia di contare, di recuperare un peso politico al di fuori delle pratiche illegali è la speranza che illumina queste aree. Ovunque nasce e si accende, questo lume va aiutato. Il G124, il gruppo di lavoro creato da Renzo Piano per il cosiddetto “rammendo delle periferie”, con i pochi mezzi derivanti dalla devoluzione degli emolumenti di senatore percepiti dall’architetto, svolge un’opera positiva, specie quando antepone il cosiddetto rammendo sociale a quello urbanistico. I modelli urbanistici spesso hanno fatto più danni che altro e prima di pensare a soluzioni semplicistiche che mettono una pezza sull’effetto indesiderato, occorre riflettere sulla complessità del fenomeno che chiede interventi di pari complessità.

di Ferdinando Semboloni per greenreport.it