Mentre il cavalcavia sull’A14 si sbriciolava, in Parlamento si parlava di soluzioni

Solo i rifiuti salveranno le strade italiane dai crolli continui

La manutenzione delle infrastrutture è ferma, ma l’economia circolare può farla ripartire in chiave sostenibile

[10 marzo 2017]

Un cavalcavia ieri è crollato a Camerano, durante i lavori di ampliamento dell’autostrada A14, portandosi via la vita di due persone e ferendone altre tre. Una tragedia sui cui oggi indaga la magistratura, ma che nel frattempo riporta alla luce quanto chiunque percorra strade e autostrade italiane può verificare coi propri occhi ogni giorno: «Molti nostri autotrasportatori, in particolare proprio marchigiani – dichiara Cinzia Franchini, presidente nazionale  degli autotrasportatori artigiani (CNA-Fita) – ci segnalano le condizioni visibilmente precarie in cui versano tanti ponti. È tempo di scelte nette e responsabili da parte del Governo, scelte che mettano al centro la manutenzione delle infrastrutture esistenti destinando alla cura di queste opere, mediaticamente meno attraenti, le risorse che invece si destinano a faraonici progetti che peraltro spesso restano solo sulla carta».

Meno grandi opere, più manutenzione. Non sembra però questa, oggi, la realtà dei fatti. Come documenta il Corriere della Sera consultando la Siteb (Associazione italiana bitume asfalto strade), negli ultimi undici anni «si sono spesi dieci miliardi in meno del dovuto per asfaltare, rattoppare e mantenere sicure le strade italiane. Poiché, però, nel frattempo le strade non protette, né messe in sicurezza, si sono degradate, oggi servirebbero 40 miliardi per rimetterle nello stato del 2006».

Un problema di risorse economiche dunque, ma sul quale pesano anche importanti interrogativi ambientali. Proprio nel 2006 il consumo di asfalto in Italia ammontava a qualcosa come 44 milioni di tonnellate, un dato che nel 2016 era esattamente dimezzato. Oggi la necessità di investire nella manutenzione delle infrastrutture è impellente – il 40% delle infrastrutture gestite dall’Anas ha più di 35 anni – ma è indispensabile conciliarla con le scarse risorse economiche a disposizione e le ancor più scarse risorse naturali che siamo chiamati a gestire in modo responsabile: cavare ogni anno decine e decine di milioni di tonnellate di materiali vergini – sono 4.800 le cave attive lungo lo Stivale, altre 12mila quelle ‘a riposo’ o definitivamente chiuse – per realizzare asfalto non è più sostenibile.

Incrociando queste diverse esigenze, l’unica soluzione che sembra emergere è quella proposta dall’economia circolare. Mentre ieri si contavano le vittime sull’A14, in Parlamento si teneva il convegno “Edilizia e infrastrutture: i rifiuti come materie prime”, organizzato dalla Commissione Bicamerale d’inchiesta sui rifiuti e dal Centro Materia Rinnovabile per far luce su un paradosso tutto italiano.

Nel nostro Paese – secondo le stime non ufficiali – si «ritiene che quasi il 90% dei materiali provenienti dal settore edilizio finisca in discariche illegali, oppure venga smaltito in modo indifferenziato in discarica o comunque sfugga alle maglie della filiera del riciclo. Si tratta di un problema grave che danneggia pesantemente l’ambiente, penalizza la filiera legale e l’economia delle imprese virtuose».

Perché si parla di stime non ufficiali? Perché quelle ufficiali (Eurostat 2012) dipingono un mondo che non esiste: parlano di 53 milioni di tonnellate di rifiuti da demolizione e costruzioni prodotti ogni anno in Italia (in Europa sono 820 milioni di tonnellate, la voce più rilevante su una produzione totale di rifiuti pari a circa 2,5 miliardi di tonnellate), con un riciclo delle stesse che arriverebbe addirittura attorno al 70%. Peccato che «i Paesi Bassi, con una popolazione oltre quattro volte minore della nostra, registrano 81 milioni di tonnellate da costruzione e demolizione, la Germania 197 milioni, la Francia 247 milioni, il Belgio 24 milioni, la Gran Bretagna 100 milioni. È credibile – osservano dal Centro Materia Rinnovabile – che in  Italia ci sia un movimento pro capite di materiali in edilizia 6 volte inferiore a quello dei Paesi Bassi? Evidentemente no». Niente di nuovo sotto il sole, purtroppo. I dati ufficiali sui rifiuti italiani – rifiuti speciali soprattutto – sono al meglio delle volenterose stime. Nel mondo dell’edilizia, quel che resta fuori in compenso si vede benissimo: «Nella maggioranza dei casi i rifiuti prodotti vengono abbandonati letteralmente per strada in una miriade di discariche illegali».

Possiamo (e dobbiamo) però migliorare. Innanzitutto, rendendo davvero conveniente – e non solo a parole – riciclare i rifiuti che produciamo. Oggi accade il contrario: in edilizia «il costo delle analisi per riciclare gli scarti prodotti è molto maggiore del costo della discarica», ad esempio. Ma gli esempi sono molti: «I decreti end of waste, che stabiliscono il confine tra i materiali che vanno considerati rifiuti e quelli che possono essere immediatamente riutilizzabili, sono in ritardo e ogni Regione li applica a modo suo. Inoltre la normativa sulla “concorrenza”, cioè sulle cave, è in clamoroso ritardo».

Portare l’economia circolare sulle nostre strade aiuterebbe a frenare l’illegalità e ci permetterebbe di risparmiare soldi e materie prime: «Mentre Paesi come  l’Olanda, il Belgio, la Germania raggiungono o sfiorano il 90% di materiali edili recuperati, in Italia – secondo i dati Uepg (Union Européenne des Producteurs de Granulats) – la capacità di recupero sfiora a malapena il 10%. Arrivare al 70% reale di riciclo di materiali di recupero significherebbe poter chiudere almeno 100 cave di sabbia e ghiaia per un anno».