La prima scossa violenta documentata sull’Isola risale al 1275

Il terremoto a Ischia e la (mancata) prevenzione: in Italia 21 milioni di persone a rischio

Geologi: «Non si può continuare a morire per terremoti di questa natura, che in un altro paese civile avrebbero fatto solo “il solletico” ai fabbricati»

[23 agosto 2017]

1275, 1796, 1828, 1881, 1883: è la sequenza degli anni in cui il terremoto ha colpito con più violenza l’Isola di Ischia, territorio con una sismicità storica – evidentemente – ben conosciuta, come ricorda l’Istituto nazionale di geofisica e vulcanologia (Ingv). Il sisma che ha scosso l’Isola alle 20:57 di domenica non rientra tra i più devastanti, eppure è stato in grado di mietere due vittime e creare 2.600 sfollati; secondo i numeri forniti dalla Protezione civile sono oltre 650 gli uomini e 120 i mezzi, comprese le motovedette e gli elicotteri, messi in campo per garantire le attività di ricerca, soccorso e assistenza alla popolazione, con l’emergenza comunque limitata principalmente alla zona di Casamicciola.

La risposta del Paese in caso di emergenza è stata anche stavolta immediata ed efficiente, ma rimane il fatto che «in Italia si muore per un terremoto che in altre parti del mondo non desterebbe la minima preoccupazione», come spiega Sandro Simoncini, docente a contratto di Urbanistica e legislazione ambientale presso la Sapienza di Roma e presidente di Sogeea.

Perché? Una domanda complessa. Nel caso di Ischia, la cui antropizzazione è antichissima, tra le concause che in passato hanno determinato la elevata consistenza degli effetti sismici «ci sono gli ipocentri molto superficiali, la geologia dell’isola, la vulnerabilità del patrimonio edilizio e elevata densità abitativa», sottolineano ancora dall’Ingv. La fragilità del suolo è evidente, come attesta la frequenza delle frane, ma «non si può continuare a morire per terremoti di questa natura, che in un altro paese civile avrebbero fatto solo “il solletico” ai fabbricati», concorda il Francesco Peduto, presidente del Consiglio nazionale dei geologi. Oltre alla fragilità del territorio c’è di più, come spiegavamo ieri su queste pagine.

«È vero che nel nostro Paese, che si conferma ad alto rischio, ove mai fosse ancora necessario ribadirlo – argomenta Peduto – è presente un costruito storico immenso e, spesso, anche di pregio, ma non possiamo ancora una volta utilizzarlo come scusante per i ritardi accumulati nelle azioni e nelle misure di prevenzione civile che, ad oggi, sono ferme ad una misura adottata con l’ultima legge di bilancio, il cosiddetto Sismabonus che, in ogni caso, andrebbe a nostro avviso rivisto nelle procedure e poi successivamente potenziato ed esteso. Quello che manca è la conoscenza del territorio, ci sono state anche iniziative politiche per rifinanziare la Carta Geologica (c’è un progetto, il CARG, che è iniziato nel 1988 e mai completato perché sono stati tagliati i fondi) e per rifinanziare gli studi di microzonazione sismica, essenziali per capire il reale stato di pericolosità sismica di un luogo, ma queste iniziative si sono perse nelle paludi parlamentari. Quello che manca e che andrebbe promosso ed incentivato, oltre Casa Italia, i cantieri pilota o sperimentali di Renzo Piano e gli altri grandi progetti, è la conoscenza e la consapevolezza dei rischi a livello microterritoriale, con azioni mirate nelle scuole, con i cittadini ecc. Ricordo sempre, a tal proposito, che secondo statistiche ancora attuali in Italia si contano tra il 20 e il 50 % di vittime da terremoto per comportamenti sbagliati dei cittadini durante l’evento. Possibile che non possiamo fare proprio nulla? Oggi si leggono numeri impressionanti sull’abusivismo che riguarda proprio l’isola d’Ischia, non è dato sapere, ma di questo nel caso se ne occuperà la magistratura, se i fabbricati crollati o danneggiati sono regolari o meno, se erano stati condonati o se era stata presentata domanda di condono, ma non c’è alcun dubbio sul fatto che proprio questo tipo di case, costruite in fretta, magari tirate su nello spazio di 24/48 ore senza nessuna verifica tecnica e geologica, costruite con cemento impoverito, senza verifiche sismiche, siano quelle più vulnerabili in caso di terremoto.Insomma siamo sempre lì, ancora a parlare “dell’abc” del rischio sismico, delle cose più banali, comuni ed ordinarie che si potrebbero iniziare a fare sin da subito».

Stavolta è toccato a Ischia, ma in Italia la violenza del terremoto può colpire una larghissima parte del territorio nazionale. Se nella Campania dell’abusivismo record tutti i 551 comuni sono a rischio sismico (di cui 429 a rischio sismico medio ed elevato), in tutta Italia sono ben 21 milioni le persone che ««risiedono in aree potenzialmente a rischio sismico. Abbiamo conoscenza delle aree sismiche,sappiamo dove si può verificare un terremoto, dobbiamo – conclude Gilberto Pambianchi, docente dell’Università di Camerino e presidente nazionale dei Geomorfologi italiani – fare la prevenzione senza dimenticare la geomorfologia del territorio».

L. A.