In diretta da Varsavia: mentre la Sardegna affoga «dalla Cop19 niente di concreto»

[20 novembre 2013]

L’ennesima tragedia: questa volta ad essere colpite sono la Sardegna e la Calabria. Morti, distruzione, dolore. Ogni volta la stessa storia che si ripete, senza che la lezione venga mai imparata.

Si continua a cementificare il territorio senza nessun criterio di sicurezza, si continua a non investire in manutenzione del territorio e in politiche di adattamento. Ogni  anno in Italia si spende per la riparazione dei danni, più di quanto sarebbe necessario investire per la prevenzione, con l’eccezione che spedendo nel post evento le persone non tornano in vita.

Non è possibile stabilire la connessione diretta fra il singolo evento ed i cambiamenti climatici ma è certo che l’innalzamento della temperatura globale causa l’incremento dell’intensità dei fenomeni atmosferici e la frequenza con cui si verificano.

Non possiamo sapere se quanto successo in Sardegna, dove in poche ore è caduta la pioggia che normalmente sarebbe caduta in un semestre, sia la conseguenza diretta dei cambiamenti climatici, ma sappiamo che questi ultimi aumentano la probabilità che simili eventi accadono.

E’ miope analizzare i singoli casi senza una visione di insieme: oggi la Sardegna, la Calabria, ieri le Filippine, la siccità in Africa, le migrazioni climatiche in cerca di cibo e acqua.

Non si possono negare le negative evoluzioni di un clima “impazzito” a causa delle attività umane (principalmente dalle emissioni di gas ad effetto serra e dalla deforestazione), che genera da una parte piogge violente, alluvioni, tifoni, dall’altra desertificazione e ondate di calore. In ogni caso genera morte, distruzione, fame.

I cambiamenti climatici sono una questione globale e vanno affrontati con politiche locali e globali.  Ma cosa si muove alla COP19 di Varsavia?

Si discute di “loss and damage” (perdite e danni), ma la discussione è concentrata soprattutto sui meccanismi tecnici, su cosa si possa o meno considerare come perdite e danni in conseguenza dei cambiamenti climatici, se sia meglio discuterne in sede di conferenza sui cambiamenti climatici o a livello di politiche generali delle Nazioni Unite. Niente di concreto!

Si discute anche di obiettivi di riduzione delle emissioni, finanza, adattamento, trasferimento tecnologico, ma la ricerca del consenso è vana e per ora si rinvia tutto alla COP21 di Parigi.

Dov’è la responsabilità dei paesi sviluppati nei confronti dei paesi in via di sviluppo per i danni derivanti dai cambiamenti climatici causati dell’attività umana?

Quando anni ancora, e quante vittime, occorreranno ai governi per trovare il consenso sulla necessità di cambiare il sistema economico verso uno sviluppo sostenibile?

Quando decideranno i governi di investire le risorse finanziarie necessarie per le politiche di mitigazione, adattamento, trasferimento tecnologico ai paesi in via di sviluppo per contrastare i cambiamenti climatici?

E cosa si muove nel nostro Paese? Il governo ha stanziato nella Legge di stabilità solo 30 milioni di euro per la prevenzione del dissesto idrogeologico, quando in media nell’ultimo periodo se ne è spesi circa 3,5 miliardi all’anno per la copertura dei danni. Si appresta una strategia nazionale sulle politiche di adattamento ai cambiamenti climatici senza le risorse necessarie, si continua a dare incentivi alle fonti combustibili fossili, si continua a consumare il suolo, non si sblocca il patto di stabilità per consentire agli enti locali di investire in efficienza energetica, prevenzione del rischio idrogeologico e sismico, manutenzione del territorio, si continua a piangere le vittime.

E’ arrivato il momento di cambiare e di reperire le risorse necessarie a garantire una giusta transizione. Per la salute del pianeta, per la sopravvivenza dei popoli, ma anche per il lavoro. Perché come sostiene sempre la Segretaria Generale dell’ITUC, Sharan Burrow: «Non esiste lavoro in un pianeta morto».