La querelle del Vino e il Piano Paesaggistico della Toscana secondo Legambiente

[24 settembre 2014]

Per uscire dalla crisi l’Italia deve tornare a fare l’Italia. È una formula che sentiamo ripetere spesso ai nostri opinion leader nazionali. Noi parafraseremmo così: è soprattutto la Toscana che, per uscire dalla crisi, dovrebbe ricominciare a “fare la Toscana” … Fuor di metafora, vogliamo dire che è esattamente quel connubio tra natura e cultura, tra laboriosità popolare e buona amministrazione, tra identità locale e produzioni di impareggiabile qualità, che ha reso vincente il modello toscano nel mondo. Ed è esattamente su quello che la nostra regione deve puntare, a maggior ragione oggi, per uscire dalle secche in cui versa.

Ora, se dovessimo sintetizzare in un solo sostantivo la formula di questo indubitabile successo, questo sostantivo è: PAESAGGIO. Certo, un paesaggio ricco e composito, come quello dei nostri borghi e delle nostre città, costruito nei secoli da generazioni di architetti tanto versatili e geniali da determinare il più grande Rinascimento della storia del genere umano. Ma anche e soprattutto un paesaggio degli spazi aperti, incessantemente modellato, con non minore maestria, da generazioni di agricoltori e mezzadri.

Ebbene, nelle ultime settimane, a margine del dibattito consiliare sul nuovo Piano Paesaggistico, è montata una polemica, tanto acerrima quanto pretestuosa, sul presunto freno che il nuovo strumento imporrebbe alle produzioni vitivinicole e, in particolare, ai diritti di reimpianto. Ora, a parte il fatto che a leggere attentamente le schede degli ambiti a più forte vocazione rurale, il Piano, con l’unica eccezione dell’Orcia/Montalcino ove alcuni rilievi sulla viticoltura potrebbero essere meno severi, detta ragionevoli raccomandazioni e non prescrizioni rigide, ci sorge il dubbio: ma è davvero questo il problema? Quando è la stessa UE, con la PAC, ad eliminare dal 1 gennaio 2016 i diritti di rimpianto viticolo, e quando il nuovo regime di autorizzazione ai reimpianti riguarderà la Toscana per poco più di 500 ettari l’anno? In altri termini, a noi non sembra proprio il caso di scomodare l’argomento quantitativo per sostanziare la difesa d’ufficio del vino toscano, quando tutti ormai sappiamo che questo straordinario settore della nostra economia è solidamente ancorato a caratteri e principi di qualità! Le nostre grandi etichette, frutto di un lavoro concertato e prezioso di agricoltori ed enologi, sono cioè tutt’uno coi paesaggi che l’hanno promosse nel mondo. Ancora una volta, stiamo parlando d’identità, di cultura del territorio, di buona gestione imprenditoriale.

E allora, come possiamo giustificare tanta polemica opposizione al Piano? E questo profluvio di esternazioni, chiaramente “pregiudiziali”? Non è che questa sorta di tempesta organizzata nei volumi invero assai angusti di un calice di vino, sia poi solo un pretesto per affossare il Piano proposto meritoriamente dall’assessore Marson? E quindi aspettare una nuova Giunta, un nuovo assessore e, magari, financo un altro presidente?!  Ma questo, come si capisce bene, è tutto un altro discorso. Che poco ha a che vedere coi vitigni autoctoni, coi reimpianti e con l’agricoltura intensiva.

Fausto Ferruzza, Presidente di Legambiente Toscana

Beppe Croce, Responsabile nazionale agricoltura di Legambiente