Vipere e lupi col paracadute. Quando il Parco Nazionale è invaso dalle leggende metropolitane

[23 ottobre 2014]

Sulle aree protette, si sa, girano molti luoghi comuni e fantasiose leggende metropolitane, come quelle che accusano i Parchi di essere artefici di ripopolamenti di vipere, lupi e cinghiali. Talvolta, però, queste leggende, ancora oggi, vengono spacciate per vere anche sui mezzi di comunicazione ufficiale. E’ il caso dell’articolo intitolato “uomini e vipere” pubblicato su l'”Appennino camerte” del 10 ottobre 2014, il quale fa seguito ad un precedente articolo con il quale il Parco denunciava l’uccisione di rari esemplari di Vipera dell’Orsini, specie innocua e tutelata da norme nazionali e comunitarie. Nell’articolo del 10 ottobre si afferma che «nel nostro territorio le vipere sono aumentate notevolmente di numero negli ultimi decenni a causa dello spopolamento delle campagne ed anche perché ne sono state “buttate” in notevole quantità da parte di enti dotati di “cultura”. Come pure sono stati introdotti in quantità massicce altre specie di animali: cinghiali, lupi, caprioli e addirittura orsi». Il riferimento agli enti che avrebbero attuato questi interventi non è esplicito, ma è chiara l’allusione al Parco, rafforzata da questa successiva affermazione: «Noi della montagna saremo pure “incolti” come dice l’Ente Parco, ma loro come hanno gestito il programma? Hanno condiviso e steso questo programma di reintroduzione di specie pericolose di animali con gli abitanti della montagna?» Su queste grottesche affermazioni, che continuano ad alimentare false credenze e a ledere l’immagine del Parco, dobbiamo, ancora una volta, ricordare i fatti.

Già il prof. Orsomando nel suo articolo “Io difendo le vipere”, pubblicato sull’Appennino Camerte del 17 ottobre us, fa alcune condivisibili precisazioni e sottolinea come «Credere ancora oggi che siano stati allevati vipere e lupi allo scopo di introdurli sul nostro Appennino è pura follia».

Per quanto riguarda il Parco va detto, innanzitutto che non ha accusato di “incultura” la gente di montagna, bensì coloro che compiono gesti insensati contro la Natura. Inoltre, gli unici interventi di reintroduzione effettuati dal Parco riguardano esclusivamente il Cervo, specie estinta sui Sibillini in tempi storici recenti (XIX secolo), e il Camoscio appenninico, specie a rischio di estinzione di interesse comunitario prioritaria, che non causa alcun danno nei confronti delle attività umane. E’ inoltre in corso di realizzazione un progetto comunitario coordinato dalla Provincia di Pesaro e Urbino per la conservazione (anche tramite ripopolamenti) della Trota mediterranea. Il Parco non ha mai quindi effettuato reintroduzioni o ripopolamenti di altre specie animali, quali vipere, cinghiali, lupi, caprioli e orsi. In particolare, il Cinghiale e il Capriolo si sono estinti negli ultimi secoli e sono stati reintrodotti, il primo per scopi venatori, a partire dagli anni ’70, quindi molto prima dell’istituzione del Parco. Il Parco, al contrario, attua un piano di controllo per ridurre la

popolazione di Cinghiale. Il Lupo non è mai stato oggetto di interventi di reintroduzione o ripopolamento né in Italia né in Europa. Questa specie, la cui popolazione del Parco si mantiene ormai costante (circa 25-35 individui), è stata sempre presente sui Sibillini e negli ultimi decenni – grazie alle norme nazionali e internazionali di tutela e all’incremento di aree boscate e di prede naturali – si è diffusa nelle aree in cui si era estinta. L’Orso è stato reintrodotto solo nel Parco Naturale Adamello-Brenta, in Trentino. L’Orso bruno marsicano, presente in Abruzzo, è invece a forte rischio di estinzione sopravvivendo con poche decine di esemplari e solo occasionalmente alcuni individui giungono nei loro spostamenti fino ai Sibillini.

Riguardo la Vipera, sui Sibillini ne vivono due specie: la Vipera comune (Vipera aspis) e la Vipera dell’Orsini (Vipera ursinii). La prima frequenta ambienti diversificati sia in collina sia in montagna, mentre la seconda è una specie rara di interesse comunitario che in Italia vive esclusivamente sulle praterie alto-montane dei principali massicci dell’Appennino centrale. Il morso della Vipera comune può essere pericoloso per l’uomo, ma i casi di mortalità in Italia sono poche unità all’anno, paragonabili a quelli causati dalle punture di alcuni insetti quali api e vespe ed enormemente inferiori ad altri rischi quali, ad esempio, l’inquinamento dell’aria o il fumo delle sigarette. In ogni caso, la Vipera comune non è aggressiva e alcuni semplici comportamenti sono sufficienti a scongiurare ogni rischio. in particolare, quando si è a contatto con la natura, si raccomanda di indossare un abbigliamento adeguato con scarponcini alti, calze e pantaloni lunghi; di controllare bene dove si appoggiano le mani o dove ci si siede; di battere i piedi sul terreno per allontanare con le vibrazioni eventuali serpenti e, in caso di incontro, di non avvicinarsi o cercare di catturarle. La piccola Vipera dell’Orsini è invece ritenuta innocua per l’uomo sia in relazione alle ridottissime dimensioni dei denti veleniferi sia alle caratteristiche chimiche e quantitative del suo scarso veleno, sufficiente ad uccidere insetti e altri piccoli animali di cui si nutre.

La verità è quindi in questo caso una sola. Quella che si basa sulla scienza e sui fatti.

Non possiamo che censurare questa moda di inventarsi notizie “scandalose” sulla base del nulla, senza prove o testimonianze e che possono avere l’effetto di allarmare inutilmente l’opinione pubblica.

Parco Nazionale dei Monti Sibillini