Caos libico nel gas: assediato Greenstream, un terminal Eni che raggiunge la Sicilia

L’ultima di Zanonato: sì al fracking in Italia, poi fa marcia indietro. Ma Scaroni rilancia

Legambiente: «Al peggio non c’è mai fine». In Europa le multinazionali organizzano il fronte favorevole

[6 novembre 2013]

L’allarme fracking si riaffaccia in un Italia dal territorio fragile, come dimostra la situazione dell’Emilia Romagna che sprofonda sempre più – e della quale greenreport.it ha scritto in questi giorni –, ma dove le tentazioni di estrarre il gas da scisti si fanno sempre più forti. Ieri per qualche ora se ne è fatto interprete addirittura il  ministro per lo sviluppo economico, Flavio Zanonato, che a margine di un convegno a Bruxelles ha detto di puntare ad «Amentare l’autonomia nazionale». Nella prima versione di quella che può essere considerata l’ennesima gaffe di questo ministro, Zanonato, ripreso subito dalle agenzie, aveva spiegato riferendosi alle trivellazioni petrolifere e gasiere: «Abbiamo ridotto le aree dove si possono fare. Ma in alcune aree vogliamo farle». Secondo Zanonato bisogna tener conto delle ragioni economiche: «Lo shale gas  è un metano che costa meno di un terzo del metano che abbiamo in Europa. Abbiamo bisogno dei rigassificatori, perché se vogliamo comprare il metano che costa di meno e avere industrie performanti dobbiamo avere la possibilità di importare dagli Stati Uniti».

Le reazioni sono state tra lo sconcertato e il furibondo, una per tutte quella del presidente di Legambiente Vittorio Cogliati Dezza: «Non lo credevamo possibile e invece si può sempre far peggio. Il ministro dello Sviluppo economico Zanonato, nonostante questa pratica sia esclusa dalla Sen e in barba sia alla risoluzione sul fracking e le sue conseguenze ambientali approvata lo scorso 20 settembre dalla Commissione ambiente della Camera, che alle preoccupazioni espresse in tutto il mondo sulle attività estrattive non convenzionali utilizzate per l’estrazione dello shale gas, ha annunciato di voler avviare estrazioni di gas di scisto. Il provvedimento in questione è l’ennesima conseguenza di una politica energetica insensata che continua a puntare sulle fonti fossili. Le gravi conseguenze ambientali dell’utilizzo di questi metodi estrattivi e il fatto che negli ultimi anni in alcune aree del nostro Paese tali tecniche siano state sperimentate, richiedono con urgenza che anche l’Italia si doti di una normativa che vieti l’utilizzo del fracking e di altre tecniche particolarmente invasive e impattanti seguendo quanto fatto da altri Paesi europei, a partire dalla Francia».

Poco dopo, in perfetto stile berlusconiano, con una nota del ministero dello Sviluppo economico, è arrivata l’imbarazzata smentita di Zanonato a sé stesso: «In merito ai lanci di agenzia provenienti da Bruxelles che attribuiscono al Ministro Flavio Zanonato la disponibilità a una produzione interna di shale gas, l’Ufficio Stampa del Mise precisa che, come stabilito dalla Strategia Energetica Nazionale e come affermato dal Ministro stesso in Parlamento, il suo sfruttamento non è mai stato preso in considerazione. Il Ministro – nel rispondere alle domande dei giornalisti – ha chiarito che è necessario rilanciare la produzione nazionale di oil&gas tradizionale, avendo comunque il Mise recentemente ridotto e meglio definito le aree marine di possibile estrazione. Zanonato si è infine limitato a valutare che la sola importazione di shale gas dagli Usa e da altri Paesi può essere presa in considerazione come opportunità».

La sensazione che Zanonato volesse vedere l’reffetto che fa e tastare il terreno è corroborata da quello che, con una sospetta sincronia ha detto l’amministratore delegato di Eni, Paolo Scaroni intervenendo ad una conferenza alla School of Advanced International Studies della Johns Hopkins University a Washington: «Senza una propria rivoluzione shale gas, l’Europa sarà costretta a essere dipendente dal gas russo. Per questo l’Europa dovrebbe provare a produrre il proprio shale gas. Temo che se gli Europei non abbracceranno la rivoluzione dello shale gas, abbracceranno i Russi».

Scaroni che ora fa lo schizzinoso di abbraccia ai russi (e agli algerini e Gheddafi) se ne intende, anche se bara leggermente quando   dice che l’Europa, se vuole ritornare ad essere una superpotenza industriale, deve fare la sua parte in questa rivoluzione energetica, «Che promette di rendere gli Stati Uniti indipendenti dalle importazioni di gas»

Certo se il capo di una multinazionale partecipata dallo Stato come Eni andasse in giro a criticare le politiche del governo in Russia o negli Usa difficilmente lo Scaroni di turno rimarrebbe in sella, ma l’Eni si comporta come una superpotenza a parte, con una propria politica interna ed estera e  a giugno ha firmato un accordo per sviluppare il fracking in Ucraina ed  ha investito nel gas shale in Polonia e  negli Usa. Ma scaroni non si dimentica degli amici russi e ricorda che «La Russia è alle porte dell’Europa ed é dotata di una delle riserve di gas più grandi del mondo, con un gas molto più economico dello shale gas americano. Non mi aspetto che la Russia diventi presto l’Oklahoma, di certo non accadrò nei prossimi due anni, ma con gli Usa ultra-competitivi la forza di gravità ci spinge verso quella direzione». Anche se Eni fa affari in Russia e progetta gasdotti insieme a Putin, Scaroni in America finge di non conoscerli per spingere il fracking: «Non ritengo che per l’Europa dipendere dalle importazioni di gas da Gazprom, Sonatrach o altri sia positivo. E’ negativo, ma se non abbracciamo la rivoluzione dello shale gas la risposta è la Russia». Solo ora  Scaroni. che dal 2005 è a capo dell’Eni, si accorge che «Esiste un problema prezzi in Russia e che il rapporto tra l’Europa e questo Paese dovrebbe diventare “strategico”, anziché solo commerciale, per consentire ai Paesi europei di importare gas a prezzi più bassi». Peccato che al tavole delle trattative sul prezzo del gas, al Cremlino, insieme a Berlusconi ed all’amico Putin ci fosse anche lui.

Anche Scaroni oggi contraddice sé stesso: parlando a Radio 1 ha detto che «Proprio in queste ore il terminal di Mellitah da cui parte il Greenstream, che raggiunge la Sicilia, è sotto attacco da parte di manifestanti che ci stanno spingendo a chiudere completamente le esportazioni verso l’Italia», ma ha aggiunto che non c’è niente da preoccuparsi: «Problemi di approvvigionamento per l’Italia non ce ne sono perché di idrocarburi ce ne sono molti da tante parti del mondo e tutta l’Italia sta godendo inoltre di clima particolarmente benevolo». Le preoccupazioni di Scaroni a Washington sembrano scomparse appena atterrato a Roma e il caos libico sembra una cosa trascurabile nell’abbondanza di gas in cui nuota l’Italia senza gas shale…

Intanto il fronte pro-fracking si organizza è l’International Association of Oil and Gas Producers (Ogp) rafforza NGSFacts.org, fondata nel giugno scorso, che diffonde informazioni sulle meraviglie della fratturazione idraulica.

Michael Engell – Jensen, direttore esecutivo dell’Ogp, dice che il decimo bollettino pubblicato oggi da di NGSFacts.org «Dimostra che l’industria a monte continua a sostenere i nostri sforzi per affrontare le preoccupazioni dei cittadini per una delle tecnologie energetiche più promettenti».

L’Ogp, pressata dalle proteste dei cittadini contro lo shale gas e non riuscendo a far breccia in gran parte degli Stati membri dell’Ue, promette un’informazione centralizzata per chiunque sia interessato all’esplorazione ed alla produzione di gas shale e dice che «Un sito simile, FracFocus, fornisce informazioni sul contenuto dei fluidi di fratturazione in uso nei pozzi di shale gas Usa e canadesi». Cosa tra l’altro smentita da una recente sentenza negli Usa, la quale afferma che nemmeno gli utilizzatori sanno quali sostanze compongano i fluidi utilizzati per il fracking.