Dead Zone, l’allevamento intensivo è una delle principali cause della scomparsa di animali selvatici (VIDEO)

Philip Lymbery ha scritto il seguito di “Farmageddon”, la Bibbia del movimento anti-factory farming

[9 marzo 2017]

Una ricerca durata  due anni ha messo in luce come l’allevamento intensivo non sia solo crudele con gli animali da carne, ma sta avendo un impatto devastante sulla fauna selvatica più a rischio del mondo. Ne è venuto fuori un nuovo libro, “Dead Zone: Where the Wild Things Were”, che rivela che negli ultimi 50 anni, da quando c’è stato il boom del factory farming, «E’ scomparsa la metà della fauna selvatica del mondo, con la perdita di specie che ormai avviene 1.000 volte più velocemente di quello che gli scienziati considerano “normale”».

Chris Packham, uno dei maggiori esperti di fauna selvatica,  ha definito il libro «Un resoconto onesto, avvincente e importante e un appello essenziale  per fondere agricoltura, cibo e natura per garantire la sicurezza ecologica globale». L’autore di “Dead Zone” Philip Lymbery, che è l’amministratore delegato di Compassion in World Farming , ha detto che «Nello scrivere questo libro, ho scoperto le due facce distruttive del factory farming: le crudeltà su vasta scala inflitte agli animali da allevamento e l’impatto che ha sull’ambiente e sulla  nostra amatissimo fauna selvatica».

Lymbery, autore del precedente e famosissimo “Farmageddon”, di cui   “Dead Zone” è il naturale seguito, fa l’esempio dei pesci, dai quali dipende la sopravvivenza di pinguini, pulcinella di mare, delfini e balene, ma che vengono sovra-pescati per farne farina di pesce, che dopo viene inviata in tutto il mondo come cibo per l’acquacoltura, i polli e i maiali. «L’agricoltura copre quasi la metà della superficie terrestre utilizzabile del mondo – sottolinea Lymbery – Quello che succede in questi terreni a ha quindi una grande incidenza sulla biodiversità».

Il libro propone una soluzione che deve essere adottata prima che sia troppo tardi: il ripristino dell’allevamento degli animali a terra, sistemi agricoli a  rotazione misti, come il pasture-raised o il biologico. Lymbery evidenzia che questi sistemi non sono solo commercialmente validi, ma sono anche migliori per il benessere degli animali da allevamento e consentono alla fauna selvatica di prosperare.

A Compassion in World Farming  spiegano che «Quando scrisse “Farmageddon” con la giornalista del Sunday Times  Isabel Oakeshott, il nostro CEO Philip Lymbery voleva  portare il movimento anti-factory farming  a un nuovo pubblico. Esponendo il vero costo della carne a buon mercato sugli animali, il pianeta, e la nostra salute, il libro è stato un successo internazionale, pubblicato in 12 Paesi, e altri ne arriveranno, con 7  ristampe. “Dead Zone: Where the Wild Things Were” è il potente follow-up di “Farmageddon”, con il semplice messaggio: gli allevamenti intensivi danneggiano troppo  la fauna selvatica»

“Dead Zone” compie un viaggio intorno al mondo, alle foreste pluviali dell’Amazzonia alle pianure del Midwest Usa, dalle piantagioni di palma da olio di Sumatra alla biodiversità delle Galapagos, dalle praterie dell’nghilterra alla giungla malese. In un safari globale che si concentra su alcune delle specie più minacciate al mondo, mostrando un fattore poco noto quanto fondamentale per la loro scomparsa: la carne a buon mercato sugli scaffali dei supermercati. «Alcuni possono vedere l’agricoltura intensiva come un male necessario – sottolinea Compassion in World Farming  –  Dopo tutto, abbiamo bisogno di produrre più cibo per una popolazione mondiale in crescita e siamo portati a credere che strizzando gli animali in allevamenti intensivi e coltivando prodotti agricoli in vaste praterie imbevute di sostanze chimiche sia efficiente e lasci del territorio libero per la fauna selvatica, ma, come è dimostrato in questo libro, questo è lontano dalla verità».

“Dead Zone” è un potente appello perché l’agricoltura lavori insieme alla natura e non contro di essa. Rivela i benefici di un allevamento che si preoccupi del benessere degli animali, dell’ambiente e della fauna selvatica.

Compassion in World Farming  ricorda che «La produzione alimentare occupa almeno un terzo della superficie terrestre (totale, ndr) e quest’industria sta crescendo di giorno in giorno. Allo stesso tempo, il numero di mammiferi, uccelli, rettili, anfibi e pesci si è dimezzato negli ultimi 40 anni.   L’agricoltura e il modo in cui si allevano gli animali sono  al cuore del problema. Lungi dall’essere una serie ininterrotta di avvertimenti e di  storie dell’orrore, “Dead Zone” di mostra che la speranza è tutto intorno a noi. I campioni determinati di un modo migliore stanno usando il buon senso e l’ingegno dei pionieri per nuovi approcci che potrebbero davvero aiutarci a cambiare le cose, prima che sia troppo tardi».