Dimezzare la produzione di carne e latte per proteggere il clima, la natura e la salute

Dagli allevamenti industriali impatto insostenibile per clima e resistenza agli antibiotici

[7 marzo 2018]

«La produzione e il consumo globali di carne e prodotti lattiero-caseari deve essere dimezzata entro il 2050 per evitare pericolosi cambiamenti climatici e rispettare l’accordo sul clima di Parigi». A dirlo è il nuovo  rapporto  “Less is more: reducing meat and dairy for a healthier life and planet, and the scientific background” di Greenpeace che sottolinea anche che «In Europa, la riforma della politica agricola comune deve contribuire a facilitare la transizione dall’agricoltura industriale, sostenendo nel contempo il crescente numero di agricoltori che si stanno spostando verso la produzione di piante, carne e prodotti biologici».

In Europa, tre animali su quattro vengono allevati   da poche grandi imprese zootecniche, mentre le fattorie più piccole hanno ridotto le loro mandrie del 50% e secondo il direttore della politica agricola di Greenpeace European Unit, Marco Contiero, «Le politiche agricole dell’Ue ci hanno spinto verso un limite ambientale. L’allevamento industriale di animali è una delle principali fonti di emissioni di carbonio, di inquinamento dell’acqua e atmosferico e causa gravi problemi di salute come la resistenza agli antibiotici. I nostri governi devono garantire che l’imminente riforma delle norme agricole acceleri il passaggio a un’agricoltura ecologica e a una minore, ma sostenibile, zootecnia, ritirando il sostegno alla produzione intensiva di animali».

Greenpeace è convinta che «Se lasciata incontrollata, si prevede che l’agricoltura produca il 52% delle emissioni globali di gas serra nei prossimi decenni, il 70% delle quali proverrà dal settore della carne e dei prodotti lattiero-caseari. L’allevamento di animali in Europa contribuisce già al 12-17% delle emissioni di gas serra dell’Ue. È anche una delle principali fonti di inquinamento idrico e atmosferico, in particolare da azoto e fosforo nell’acqua, e di ammoniaca e particolato fine (noto come PM2.5) nell’aria. L’inquinamento da azoto da solo costa all’Ue fino a 320 miliardi di euro all’anno».

La settimana scorsa, l’Autorità europea per la sicurezza alimentare e l’European centre for disease prevention and control hanno descritto la resistenza agli antibiotici come «una delle maggiori minacce alla salute pubblica», facendo seguita alle dichiarazioni dell’Organizzazione mondiale della sanità. In un rapporto congiunto, le due agenzie europee hanno confermato la presenza negli animali d’allevamento di batteri che hanno sviluppato resistenza ad antibiotici essenziali per curare le persone.

Commentando il rapporto di Greenpeace, Pete Smith, che è stato uno dei principali autori dei rapporti dell’Intergovernmental panel on climate change (Ipcc) ha detto: «La necessità di ridurre la domanda di prodotti zootecnici è ora una visione scientificamente diffusa. Solo una diminuzione significativa del consumo di carne e latte ci consentirà di fornire un sistema alimentare adatto per il futuro, a beneficio degli esseri umani e del pianeta nel suo insieme. Produrre lo stesso mix di alimenti che consumiamo ora, anche se dovessimo farlo in modo più sostenibile, non è in grado di garantire la riduzione degli impatti ambientali di cui abbiamo bisogno per proteggere il pianeta per i nostri bambini e i loro bambini».