L’Italia ha “finito” il pesce il primo di aprile. Dipendiamo dalle importazioni fino alla fine del 2017

Nel Mediterraneo in crisi il 90% degli stock ittici

[3 aprile 2017]

Qualcuno, vista anche la materia che tratta, lo ha preso per un pesce di aprile, ma il rapporto NEF Pesce Dependence – 2017, pubblicato dalla New economics foundation proprio il primo aprile, è terribilmente serio e, come spiega il Wwf, segnala che dall’inizio di questo mese «la domanda di pescato in Italia e in Portogallo verrà soddisfatta solo da pesce importato, considerando la richiesta complessiva di mercato interno dell’intero anno. Nei due paesi, infatti, due terzi del mercato interno di pesce provengono da prodotti importati, metà dei quali solo da Paesi in via di sviluppo».

Quindi, virtualmente, da ieri l’Italia ha esaurito le sue “scorte” nazionali: «Per soddisfare la richiesta di pesci e frutti di mare fino a fine 2017, sul calcolo della quota complessiva annuale, si passa all’import – sottolinea il Wwf – Questo è un segnale di quanto questi Paesi, non da soli, consumino molto più pesce di quanto possano pescare nelle loro acque nazionali».

Ma ci sono Paesi che sono più “avanti” di noi e che hanno già da tempo raggiunto il loro Giorno di Dipendenza: Austria (20 gennaio), Slovenia (16 febbraio) e Slovacchia (8 febbraio), Romania (19 febbraio), Belgio (18 febbraio), Lituania (2 febbraio); poi toccherà a Germania (29 aprile) e Spagna (9 maggio).

Secondo le statistiche della Fao, il Portogallo si classifica primo in Europa per consumo medio di pesce pro capite con  53,8 kg all’anno, seguito da Lituania (43,6 kg), Spagna (42,4 kg), Finlandia (36,4 kg) e Francia (33,5 kg). Questi 5 paesi hanno il più alto tasso di consumo pro capite nell’Unione europea e da soli rappresentano circa un terzo del consumo di pesce in tutta Europa.  In media, ogni cittadino europeo consuma 22,5 kg di prodotti ittici all’anno.

Per 8 anni la Nef ha calcolato i livelli di dipendenza annuale di pescato Ue in ognuno degli  Stati membri. I paesi che riescono a consumare lo stesso quantitativo di prodotto interno sono considerati autonomi (ad esempio Danimarca, Estonia, Irlanda), mentre la maggior parte dipende dalle importazioni di pesce per mantenere il proprio livello di consumo.

Al Wwf evidenzia che «La prossima data simbolo sarà il 6 luglio, Giorno di Dipendenza dell’Europa: da quel momento tutto il continente avrà “esaurito” l’equivalente dell’intera produzione europea annua.

Durante gli ultimi 30 anni, la Giornata Europea Dependence Day è venuta  inesorabilmente sempre più in anticipo. Al Wwf spiegano che «Fino a trenta anni fa l’Europa poteva soddisfare ‘simbolicamente’ la propria domanda con prodotto pescato nelle sue acque almeno fino a settembre/ottobre. Nel frattempo è aumentato lo sforzo eccessivo di pesca al livello globale lasciando oltre il 30% degli stock ittici delle specie di maggior consumo  sovrasfruttati e almeno un 60% circa soggetto ad uno sfruttamento contraddistinto da illegalità, mancanza di controlli e di regolamentazioni, amplificando così la pressione sulle scorte globali».

Secondo la Commissione europea, anche se alcuni stock ittici europei si sono stabilizzati, grazie ad alcune misure adottate nell’ambito della Politica Comune Europea della Pesca, ci sono ancora, il 48% degli stock ittici in Atlantico sovrasfruttati, una cifra che sale al 93% nel Mediterraneo. La pesca eccessiva nel Mare Nostrum ha raggiunto un punto critico. E’ prevedibile che il trend continuerà, se non vengono prese le giuste misure.

La presidente del Wwf Italia, Donatella Bianchi è molto preoccupata: «Sembra oramai inarrestabile la dipendenza del mercato italiano dalle importazioni di prodotti ittici. In Italia, negli ultimi anni siamo passati dai 16 ai 25 kg di consumo procapite. È  il risultato di numerose  iniziative per la diffusione dei principi di una sana alimentazione che vede nel consumo di pesce un pilastro cruciale. Tre quarti del pesce consumato in Europa, Italia compresa è  di origine selvatica, il resto di allevamento. Il problema è che le scelte del 42 per cento dei consumatori si concentrano solo su sei specie,  ignorando molte di quelle provenienti da stock disponibili. Ogni anno il fish dependence day anticipa di settimane, e di questo passo, fra qualche anno,  mangiare pesce locale, a miglio zero, sarà impossibile.  È il mercato a creare la domanda e per questo da consumatori abbiamo una grande responsabilità . Dalle nostre scelte dipenderanno la sopravvivenza della piccola pesca locale e sostenibile di casa nostra e l’impatto sulle comunità dei  paesi in via di sviluppo che vivono di pesce come fonte sia di cibo che di reddito e  che forniscono le specie richieste ai nostri mercati depauperando gli stock di altri mari. È fondamentale quindi che le autorità rafforzino le norme sulla tracciabilità e l’etichettatura, che le  imprese, come il mondo della ristorazione le rispettino e i consumatori siano più attenti  nella scelta dei prodotti, selezionando quelli locali meno nobili magari ma più  disponibili, anche di allevamento, o  acquistando pesce d’importazione certificato,  più sicuro, sostenibile e prodotto responsabilmente».

Per sensibilizzare i consumatori, il Wwf ha lanciato il progetto #fishforward per  informare sugli impatti sociali e ambientali del consumo di pesce di mare e  raccomandare l’acquisto di pesce sostenibile.

Il Wwf offre a consumatori, giornalisti, rivenditori, cuochi informazioni online complete su come scegliere un pesce sostenibile. Il sito di Fish Forward racconta come tutto sia collegato, a livello economico, sociale e ambientale e fornisce raccomandazioni per i consumatori, imprese e decision maker, in 11 lingue europee.

 

 

La Bianchi conclude: «Sia per prodotti ittici nazionali che per quelli importati, il consumatore deve scegliere un pescato sano, fresco e sostenibile. Questo aiuta mari e oceani attraverso  il recupero degli stock ittici  e garantisce la stabilità  economica ed i mezzi di sussistenza di quelle comunità  che, in tutto il mondo,  dipendono dalla pesca e dalla disponibilità del pesce».