Muta come un pesce. Greenpeace: «Illegalità diffuse nell’etichetta del pesce»

«Serve maggiore trasparenza per consentire scelte sostenibili»

[6 dicembre 2016]

Secondo il rapporto “Muta come un pesce“, pubblicato oggi da Greenpeace Italia, «La vendita al dettaglio del pesce fresco è in Italia spesso accompagnata da irregolarità nell’etichettatura e dalla mancanza di informazioni che potrebbero aiutare i consumatori a compiere scelte sostenibili».

L’associazione ambientalista ha analizzato  le informazioni indicate su oltre 600 etichette esposte sui banchi del pesce fresco di più di 100 rivenditori italiani, suddivisi tra supermercati, pescherie e mercati rionali.  Un’indagine a campione effettuata in 13 regioni che per Greenpeace, «Fotografa una situazione davvero preoccupante: quasi l’80% elle etichette esaminate non rispetta infatti appieno il regolamento europeo in vigore ormai da oltre due anni. Secondo le normative vigenti, in etichetta dovrebbe essere obbligatoria la presenza di informazioni come l’attrezzo di pesca utilizzato, l’esatta denominazione della zona o sottozona di cattura Fao, il nome scientifico e commerciale della specie e il metodo di produzione (pescato, allevato o pescato in acque dolci)».

Dall’analisi dell’organizzazione ambientalista invece emerge che «Tra le informazioni obbligatorie è quasi sempre presente solo l’indicazione del nome commerciale; il nome scientifico è invece assente nel 34,1%  delle etichette analizzate. L’indicazione dell’attrezzo di pesca manca nel 36,3% dei casi, mentre l’indicazione della zona di cattura non è indicata correttamente nel 56,6% dei casi e sull’11% delle etichette esaminate è completamente assente. Le maggiori irregolarità sono state riscontrate nei mercati rionali e nelle pescherie. Nei supermercati, per quanto migliore, la situazione è lontana dall’essere perfetta e, a parte Esselunga, in tutte le catene visitate – tra cui Coop o Carrefour – le infrazioni registrate sono ancora troppo numerose».

Serena Maso, Campagna Mare di Greenpeace Italia, sottolinea che «Solo conoscendo l’attrezzo di pesca e la zona di cattura esatta, i consumatori possono scegliere il pesce più sostenibile, ovvero quello locale catturato con metodi che hanno un minor impatto sull’ambiente. Compiere scelte responsabili non solo aiuta il mare, ma anche i piccoli pescatori locali, in forte crisi perché schiacciati da un mercato invaso dai prodotti provenienti soprattutto da pesca industriale e distruttiva».

Per questo Greenpeace chiede «maggiori controlli, più legalità e un’adeguata formazione del personale addetto alla vendita affinché le normative vigenti vengano rispettate. Inoltre i punti vendita dovrebbero ampliare l’offerta dei prodotti sostenibili e puntare alla valorizzazione dei prodotti ittici artigianali e locali a basso impatto ambientale: un passo necessario per aumentare la qualità dell’offerta, contribuire alla salute del mare e sostenere chi lo rispetta».

La Maso conclude: «Avere un’etichetta chiara e completa, che ci dica dove e come è stato pescato un pesce è un diritto dei consumatori e un obbligo dei rivenditori. Serve maggiore responsabilità da parte di tutti, commercianti e consumatori. Dobbiamo imparare a consumare meno e meglio, e a pretendere le informazioni che ci servono per farlo».