Oceano Indiano, la sua ricchezza è nell’economia blu

Rapporto Wwf, Bcg, Cordio: risorse per 333 miliardi di dollari, Pil annuo da 21 miliardi

[25 gennaio 2017]

Secondo il  rapporto  “Reviving the Western Indian Ocean Economy: Actions for a Sustainable Future”, presentato da  Boston Consulting Group (Bcg), Cordio East Africa e Wwf,   “valgono” circa 333,8 miliardi di dollari le risorse marine della regione dell’Oceano Indiano Occidentale: Comore, dipartimenti e territori d’Oltremare francesi, Kenya, Madagascar, Mauritius, Mozambico, Seychelles, Somalia, Sudafrica e Tanzania, con una popolazione di  circa 220 milioni di abitanti, 55 milioni dei quali  vivono entro 100 km dalla costa. Ma il rapporto sottolinea che «Questa ricchezza  blu è a rischio in assenza di interventi concreti di conservazione».

Lo studio incrocia una nuova analisi economica dei beni di una regione oceanica tra le più ricche di biodiversità al mondo con una revisione del suo contributo allo sviluppo umano. Non si tratta di una valutazione del valore della  natura in sé  ma che   dimostra che «I beni più importanti della regione sono l’industria ittica, le foreste di mangrovie, le praterie marine e le barriere coralline» e che « Anche la capacità di assorbimento del carbonio da parte degli ecosistemi costieri e marini gioca un ruolo importante per il benessere delle comunità e per la salute dell’economia oceanica».

Il rapporto ha rilevato  che «La regione dipende pesantemente dai beni naturali di grande valore dell’oceano e che questi già mostrano segnali di declino» e propone una serie di azioni prioritarie per «garantire un’ “economia blu” sostenibile e integrata capace di  fornire cibo e mezzi di sostentamento per le popolazioni locali in crescita».

Il rapporto dimostra che «Il prodotto annuale economico della regione (l’equivalente del prodotto interno lordo) è di almeno 21 miliardi di dollari, rendendo così ‘l’economia oceanica’ la quarta economia più grande della regione in quanto tale. Le attività che producono il maggior valore economico su base annua in questa eco regione sono il turismo marino e costiero, seguito dal sequestro del carbonio e dall’industria ittica».

Nella regione la pesca serva al consumo locale interno, con «un’industria ittica su piccola scala non adeguatamente monitorata né misurata in termini economici. Il vero valore della pesca e della sua importanza per le comunità locali è probabilmente molto maggiore rispetto alle analisi economiche indicate».

Nanie Ratsifandrihamanana, direttore del Wwf Madagascar e Isole dell’Oceano Indiano Occidentale, ha detto che «Questa analisi dimostra che i leader dell’Oceano Indiano Occidentale si trovano di fronte a una scelta chiara e urgente: continuare con l’assenza di interventi concreti per la conservazione delle risorse, rendendosi così responsabili del costante declino delle risorse oceaniche, oppure cogliere l’attimo e assicurare le risorse oceaniche naturali che saranno cruciali per il futuro delle comunità e delle economie della costa in velocemente rapido sviluppo. Nell’Oceano Indiano Occidentale si ha ancora la possibilità di fare la cosa giusta».

Il  principale autore del rapporto e direttore di Cordio  Africa orientale, David Obura, ha detto che «L’Oceano Indiano occidentale è ancora in condizioni relativamente buone in termini globali, ma si cominciano a notare chiaramente i segni dell’impatto dello sviluppo umano sulla  costa, della domanda locale e globale di risorse della regione e degli effetti del cambiamento climatico. Devono essere messe in campo azioni di conservazione più forti e a scala più alta, oltre a investimenti nella gestione, onde evitare la riduzione di queste cruciali risorse oceaniche e della zona costiera».

Marty Smits, amministratore delegato di Bcg Partner, aggiunge: «L’Oceano Indiano occidentale è un vero e proprio banco di prova per come patrimonio naturale dell’oceano possono essere gestite in modo sostenibile per sostenere crescenti richieste provenienti dalle popolazioni costiere e le pressioni globali. Il business case per agire è chiaro: proteggere e ripristinare le attività oceaniche come le mangrovie, le barriere coralline e la pesca è un approccio razionale per la prosperità futura e la sicurezza economica».

John Tanzer, coordinatore per gli  Oceani del Wwf, è convinto che «L’Oceano Indiano Occidentale deve essere una priorità per i leader regionali e mondiali per implementare con successo gli Obiettivi per lo sviluppo sostenibile dell’Onu e l’Accordo sul clima siglato a Parigi. Pochi altri posti al mondo rappresentano così nettamente l’intreccio tra i destini di chi abita le coste e la salute degli ecosistemi marini. L protezione degli habitat oceanici e gestire la pesca in modo sostenibile – sia su piccola scala che industriale -. sono solo due delle aree in grado di distribuire grandi dividendi per gli anni a venire. ll’interno della regione, l’iniziativa del Northern Mozambique Channel fornisce un buon esempio del livello di ambizione possibile per un approccio integrato e sostenibile alla gestione degli oceani, quando i decision makers  si riuniscono intorno ad una visione comune».

Donatella Bianchi, presidente del Wwf Italia, conclude: «L’oceano indiano occidentale con le sue isole, rappresenta uno principali hotspot di biodiversità del mondo, e il destino delle comunità che lo abitano dipende unicamente dalla salute degli ecosistemi costieri e delle risorse marine. Piccole comunità dedite da sempre a forme di pesca sostenibile derubate del loro futuro e del loro pescato da flotte provenienti da altri continenti Questo rapporto ci indica la strada da seguire anche nel nostro Mediterraneo: contrastare lo sfruttamento eccessivo e illegale del mare, puntare sulle aree marine protette,  proteggere e ripristinare gli ecosistemi marini, come le straordinarie praterie di posidonia per coniugare tutela, sviluppo sostenibile  e salute degli stock ittici, e garantire dunque le basi di quella blue economy che vede tra i suoi pilastri  l’industria  della pesca»