Pesca illegale: inadeguati i controlli dell’Ue sulle importazioni. Italia a “maglie larghe”

A rischio l’efficacia del regolamento europeo sulla pesca illegale e non regolamentata

[16 marzo 2017]

The Environmental Justice Foundation, Oceana, The Pew Charitable Trusts e Wwf hanno presentato oggi il rapporto  “L’applicazione dei controlli sulle importazioni in virtù del Regolamento Ue per mettere fine alla pesca illegale, non dichiarata e non regolamentata (Inn): Facciamo il punto della situazione, dal quale emerge che «Le disparità e la debolezza dei controlli sulle importazioni in alcuni dei maggiori Stati membri dell’Unione Europea fanno sì che le catture illegali riescano ancora a infilarsi tra le maglie del sistema e a entrare nella filiera Ue».

Il rapporto contiene un’esauriente valutazione dei progressi fatti dai Paesi nell’applicazione dei controlli sulle importazioni previsti dal Regolamento Ue per combattere la pesca illegale, non dichiarata e non regolamentata (Inn) entrato in vigore nel 2010. Le 4 associazioni ambientaliste spiegano che «Si tratta della prima analisi pubblicata dei dati presentati dagli Stati membri alla Commissione Europea e relativa all’ultimo periodo di rendicontazione, il biennio 2014-2015. L’analisi dimostra l’esistenza di problemi seri nella maniera in cui alcuni Stati membri UE effettuano i controlli sui carichi di pesce.  Per esempio, le autorità di alcuni dei maggiori paesi importatori continuano a non fare controlli rigorosi anche quando i carichi arrivano da paesi che hanno già ricevuto un avviso dall’Ue proprio a causa delle inadeguate misure da questi adottate per prevenire e scoraggiare la pesca illegale. In alcuni casi, le procedure adottate dai Paesi Ue sembrano insufficienti per rispettare gli obblighi di controllo minimi previsti dalla legislazione Ue».

L’Unione europea è il maggiore importatore di prodotti ittici e compra il 60%: nel 2015, nell’Ue sono stati importate  più di 3,5 milioni di tonnellate di prodotti ittici da tutto il mondo. Le associazioni sottolineano che «La pesca illegale è una minaccia complessa e dilagante per gli stock ittici mondiali e per le comunità che dipendono da questi.  Ogni anno, in tutto il mondo vengono pescate illegalmente tra 11 e 26 tonnellate di pesce con perdite annuali totali tra i 10 e i 23,5  miliardi di dollari. Le stime indicano che le catture Inn globali corrispondano a un valore che oscilla tra il 13 e 31% della produzione ittica dichiarata.  In alcune regioni, questa percentuale arriva addirittura al 40%».

Ogni anno, in tutta l’Ue vengono registrati più di 250.000 certificati di cattura (CC), la maggior parte dei quali in formato cartaceo e lo studio auspica «procedure più armonizzate e rigorose così come l’informatizzazione – entro la fine del 2017 – dei dati contenuti nei certificati di cattura all’interno della Ue, per garantire che operatori senza scrupoli non tentino di far passare le loro catture attraverso i porti nei quali i controlli sono meno stringenti. Le importazioni che entrano nella Ue via container sono particolarmente a rischio per le autorità perché le procedure a queste relative non prevedono degli standard sufficientemente rigorosi».

Eppure, i controlli sulle importazioni sono una pietra miliare del Regolamento per contrastare la pesca Inn dellUe del  2010, considerato un caso di legislazione esemplare nella lotta globale contro la pesca illegale. L’analisi conferma i risultati di un recente case study pubblicato da quattro ONG che rivela che «L’uso fraudolento dei certificati di cattura cartacei e la mancanza di un efficace sistema di controlli incrociati sui documenti di importazione diffuso a livello Ue fanno sì che le catture illegali continuino ad entrare in Ue».

Tony Long, direttore del progetto del Pew Ending illegal fishing, è preoccupato: Le differenze nelle procedure di importazione mettono a rischio il sistema dei certificati di cattura e i progressi fatti da alcuni Stati membri.  Se vogliamo che l’Ue, in quanto mercato, sia esente da prodotti INN dobbiamo apportare dei miglioramenti».

La direttrice del settore pesca di Oceana, Maria José Cornax, è d’accordo: «Questo rapporto dimostra che sono necessarie ulteriori linee guida e procedure di importazione standardizzate. Mette in luce inoltre le carenze da parte degli Stati membri nel rendicontare l’effettiva applicazione delle procedure mentre il problema principale sembra essere la mancata richiesta rivolta agli stessi di dividere i CC per stato di bandiera di origine, cosa che complica moltissimo la valutazione del livello di rischio di pesca Inn».

Per quanti riguarda l’Italia, settimo maggiore importatore di pesce e di prodotti ittici, con un tasso di crescita medio annuale pari al 4.7% per il periodo 2004-2014, importa circa 350.000 tonnellate all’anno di prodotti ittici “coperti” dal Regolamento Inn, ma è ancora a “maglie larghe”: A tutt’oggi, si riscontra però una carenza di informazioni relative alle procedure di controllo delle informazioni messe in atto dall’Italia  in virtù del Regolamento Inn».

Il Wwf spiega che rapporto evidenzia che «Nel periodo 2012/2013, l’Italia ha ricevuto 57.172 CC di importazione, risultando il quinto paese in UE. (Nota: Il rapporto dell’Italia per il biennio 2014/15 non era ancora arrivato al momento in cui è stata fatta l’analisi.) Il paese terzo dal quale importiamo più prodotti (in termini di CC di importazione convalidati) è la Thailandia: nell’aprile 2015 questo paese aveva ricevuto un avvertimento da parte della Commissione Europea per il mancato rispetto degli obblighi internazionali  nella lotta contro la pesca INN in qualità di stato bandiera e di lavorazione.  Stando ad alcuni indicatori chiave, le procedure attuali appaiono inadeguate per identificare e bloccare i prodotti Inn  alla frontiera italiana. Nel 2012-2013, l’Italia ha inviato due richieste di verifiche a aesi terzi (non-Ue), pari allo 0,003% dei CC di importazione ricevuti. Questo dato viene raffrontato con un >1% di CC di importazione soggetti a verifica da parte dei paesi terzi in altri SM,  come la Spagna e l’Olanda. Al contempo, più del 21% dei CC di importazione ricevuti dall’Italia sono stati convalidati da paesi terzi che avevano ricevuto degli avvisi dalla Commissione Europea per mancato rispetto degli obblighi  previsti dalla legge per combattere la pesca Inn (attraverso il sistema dei cartellini previsto dal Regolamenti InnUe). I prodotti ittici importati dall’Italia sono potenzialmente più a rischio – in termini di origine da pesca Inn – di quelli di altri stati membri   – per esempio la Spagna che ha ricevuto all’incirca 2,5% di CC di importazione da paesi terzi destinatari di un cartellino,  e l’Olanda, che ha ricevuto il 14% di CC di importazione da paesi destinatari di un cartellino nel biennio 2014/15. Infine, l’Italia, uno stato importante con grossi volumi e flussi commerciali relativamente ad alto rischio, non ha dichiarato nessun respingimento di carichi per mancato rispetto del Regolamento INN tra il 2010 e il 2013».

Isabella Pratesi, direttrice conservazione del Wwf Italia aggiunge: «L’Italia è uno dei principali importatori di pesce all’interno dell’Ue e per questo gioca un ruolo chiave nel rendere efficace il sistema dei controlli. Alla luce di questa analisi è evidente il fatto che le procedure di controllo sono inadeguate per identificare e bloccare prodotti ittici illegali alle frontiere. Chiediamo al governo italiano di migliorare il processo seguendo soprattutto uno schema approfondito dei Paesi più a rischio, verificando a fondo le spedizioni da questi e rifiutando qualunque consegna che desti sospetti».

Steve Trent, direttore esecutivo della Environmental Justice Foundation conclude: «Questo studio vuole essere un campanello d’allarme per gli Stati membri affinché intensifichino gli sforzi per arrivare alla piena applicazione del Regolamento Inn, e per la Commissione che deve vegliare affinché lo facciano. In particolare, invitiamo gli Stati membri ad aumentare la capacità  e ad applicare procedure standardizzate ed esaustive per garantire che i carichi illegali vengano respinti e non entrino nel mercato Ue».