Il Mediterraneo tra le aree più a rischio

Pesca insostenibile, Cnr: il 64% degli stock ittici europei potrebbe collassare nei prossimi anni

E per allora non ci sarà più disponibilità alimentare. Ma una soluzione c’è: ridurre del 20% le ore di pesca

[11 maggio 2018]

Che la pesca eccessiva fosse un grosso problema per l’Europa e le sue acque lo si era intuito da tempo, ma finora non era ancora chiaro in quale misura: ormai dal 2014 l’Ue ha riformato le sue politiche di pesca per tentare di porre fine all’overfishing, imponendo ai vari Stati membri – Italia compresa – di pescare in modo sostenibile i propri stock ittici entro il 2020. Ma che cosa vuol dire?

Non è stata mai eseguita una stima dello stato effettivo di sfruttamento e di salute di questi stock, almeno non in maniera quantitativa, ripetibile e verificabile e, soprattutto, non per il bacino del Mediterraneo. Un’enorme lacuna che adesso è stata colmata dallo studio Status and rebuilding of European fisheries, pubblicato sulla rivista Marine Policy (Elsevier) da un team di ricercatori europei compresi gli italiani Gianpaolo Coro (laboratorio NeMIS dell’Isti-Cnr) e Giuseppe Scarcella (Ismar-Cnr).

L’analisi riporta finalmente le stime per le varie area di pesca, e indica quanto le politiche territoriali tendono oggi ad incontrare le condizioni di ripopolamento degli stock. Purtroppo le buone notizie non sono molte. Come riassumono dal Cnr, infatti, i dati più importanti evidenziano come da una parte l’85% degli stock ittici europei sia già «al di sotto delle condizioni di sostenibilità di pesca», mentre il 64% risulta tanto sovrasfruttato da mostrare «un rischio potenziale di collasso nei prossimi anni (cioè non ci sarà più disponibilità alimentare)».

C’è però una via di fuga dal collasso, che varrebbe certo la pena di essere presa seriamente in considerazione, accompagnando la transizione con adeguate politiche attive e strumenti di welfare per i lavoratori direttamente coinvolti: «Se le ore di pesca fossero ridotte del 20% complessivamente – sottolinea infatti il Cnr – entro il 2030 avremmo oltre il 57% di risorse alimentari provenienti dal mare in più rispetto ad oggi, con un possibile incremento del benessere economico e sociale complessivo».