Pesce in tavola, Eea: necessario attuare cambiamenti nel sistema alimentare

Ma sul pesce spada è ultimatum di Oceana all’Ue: chiudere la pesca o perdere lo stock

[21 ottobre 2016]

Con il suo nuovo rapporto “Seafood in Europe; a food system approach for sustainability”, l’Agenzia europea dell’ambiente (Eea) rilancia un allarme globale: «Garantire il nostro bisogno di cibo è diventato una grave minaccia per l’ambiente, conduce a un aumento delle emissioni e all’eccessivo sfruttamento delle risorse naturali come l’acqua, il suolo e il pesce. La nostra salute e il benessere ne vengono colpiti. Garantire cibo nutriente per tutti in modo equo e rispettoso dell’ambiente è diventata una sfida sociale, economica e politica di tutto il mondo. Una visione condivisa del sistema alimentare e dei ruoli diversi attori – policy makers, produttori e altri stakeholders della catena di approvvigionamento alimentare – svolgerà un ruolo  sarà cruciale per un futuro sostenibile».

Il rapporto analizza in profondità la sempre più complessa evoluzione del sistema alimentare globale e ceca di capire cosa comporterà per ‘Europa. Con un focus sui prodotti del mare, il rapporto analizza le conoscenze di base dei sistemi alimentari e ne valuta le implicazioni del sistema alimentare sulla politica dell’Unione europea.

L’Eea sottolinea che «L’Ue si è impegnata ad allineare le sue pratiche ai nuovi obiettivi di sostenibilità a livello mondiale, come recentemente sancito gli obiettivi dello sviluppo sostenibile delle Nazioni Unite, e come parte  obiettivo 2050 di vivere bene entro i limiti del nostro pianeta dell’Ue. Il sistema alimentare  che in termini generali include tutti i materiali, i processi e le infrastrutture relative alla produzione, commercio, trasporto, vendita al dettaglio e il consumo di prodotti alimentari e gli outputs di tali attività  dovrà cambiare per raggiungere questi obiettivi».

I cambiamenti globali come la crescita della popolazione, l’urbanizzazione e l’aumento dei redditi spiegano l’aumento della domanda alimentare globale e parte di questa domanda dovrà essere soddisfatta dai pesci, che in gran parte provengono dall’acquacoltura.  Il rapporto Eea rivela che «Attualmente, la maggior parte delle zone di pesca sono o completamente pescate (58%) o sovrasfruttate (31%). Nei mari europei, la pesca eccessiva resta alta: il 50% degli stock ittici nell’Oceano Atlantico nord-orientale e del Mar Baltico  e oltre il 90% nel Mediterraneo e nel Mar Nero  sono stati pescati di sopra del loro rendimento massimo sostenibile. Globalmente, mentre si raggiungono i limiti naturali per gli oceani di fornire più pesce per la nostra alimentazione, la rapida espansione dell’acquacoltura sarà il driver principale della crescita della produzione. Già, nel 2014, per la prima volta nella storia, per il consumo umano c’è sto più pesce originario da acquacultura che dalla cattura di pesce selvatico».

Si tratta di trend molto importanti per la sicurezza alimentare e nutrizionale dell’Ue, dove il pesce rappresenta già un’importante fonte di cibo. Gli europei preferiscono pesce selvatico (il 75% dei prodotti ittici consumati provengono dalla pesca) e il consumo di pesce pro capite medio nell’Ue è il secondo più alto al mondo: circa 22 kg pro-capite all’anno. Per soddisfare questa domanda, l’Ue importa il 55% del pesce e dei frutti di mare ed è quindi il più grande importatore di pesce e prodotti ittici in tutto il mondo, con una quota di mercato pari al 20% del totale delle importazioni mondiali tra il 2013 e il 2015.

Il Rapporto evidnzia che «Aumentare gli sforzi per attuare un approccio ecosistemico ali mari d’Europa  un principio fondamentale in diverse politiche dell’Unione europea  è un fattore essenziale. Misure come il rispetto di livelli sostenibili nel settore della pesca o l’implementazione di reti di Aree marine protette sono essenziali per garantire la sostenibilità a lungo termine delle attività di pesca e la disponibilità di risorse da cui dipende l’intera catena di approvvigionamento alimentare».

Le attuali valutazioni tendono a concentrarsi sull’impatto ambientale della pesca e dell’acquacoltura sugli ecosistemi marini europei o sulla performance economica dell’industria ittica (entrambi critici), ma l’Eea dice che ci sono grosse lacune informative e di conoscenza: «Al di là di dati di mercato, ci sono poche informazioni disponibili che non consentono il tracciamento dei prodotti di mare dell’Ue al di fuori dei suoi confini. Le dinamiche commerciali e di mercato internazionali mascherano i segni vitali degli ecosistemi, come ad esempio lo stato degli stock ittici locali».

Secondo il rapporto Eea, «Colmare alcune di questi gap di conoscenza non richiede necessariamente grandi investimenti. C’è già una grande quantità di dati e informazioni esistenti, come ad esempio quelli della politica comune della pesca dell’Ue. Questi potrebbero essere ulteriormente esplorati per collegare meglio ciò che sta accadendo in mare a cosa e chi sta guidando la produzione di prodotti di mare».

Mentre l’Eea pubblica il suo allarmante rapporto, l’Unione Europea si trova ad affrontare l’ultimatum dell’Ong internazionale Oceana su una risorsa chiave per la sua pesca in Mediterraneo: il pesce spada. L’associazione ambientalista che si occupa di difesa del mare avverte i Paesi Ue: «A meno che non venga messo in atto un piano di recupero immediato per questo stock, l’unica alternativa per arrestarne il declino è fermare la pesca stessa. La popolazione del pesce spada si è ridotta di oltre un terzo in trent’anni». Il  il parere scientifico  pubblicato dall’International commission for the conservation of atlantic tunas (Iccat) rivela che «se non vengono intraprese azioni correttive risolutive per fermare lo sfruttamento eccessivo del pesce spada, la probabilità che questa risorsa possa recuperare è pari allo 0% (zero percento). Dati recenti mostrano come la flotta e il mercato inizino a soffrire l’impatto economico di questa perdita».

 

Gli sienziati dell’Iccat hanno quindi confermato lo stato critico del pesce spada in Mediterraneo, facendo eco all’appello già lanciato da Oceana sulla necessità di «elaborare e attivare nel più breve tempo possibile un piano di recupero per riportare questa risorsa a livelli sostenibili. Allo stato attuale il piano di recupero è l’unica alternativa a fissare i livelli di cattura pari a zero, o in altre parole, a chiudere la pesca». Lasse Gustvasson, direttore esecutivo di Oceana in Europa, aggiunge: «Il forte calo del pesce spada nel Mediterraneo non potrà che peggiorare senza un piano di recupero che ne limiti le catture con un sistema di quote. Purtroppo la situazione è chiara: o l’Ue si impegna per un piano di recupero robusto o perderà questa risorsa»

Come risultato diretto della crisi del pesce spada, Malta nel 2016 ha registrato un calo del 25% delle sue catture rispetto all’anno passato con una conseguente perdita economica del 30% per questa pesca. L’Italia, il Paese maggiormente interessato da questa pesca, conta con 45% delle catture totali di pesce spada,  però importa circa 7 volte le sue catture da altri Paesi, tra cui Marocco e Algeria. «Ciò per soddisfare la domanda interna  – spiegano a Oceana – ma come danno collaterale questo porta a un calo del prezzo sul mercato con una conseguente ricaduta   sulle economie locali. Il pesce spada è stato oggetto di malagestione per decenni, nonostante gli scienziati abbiamo suonato la campanella d’allarme per anni sul suo sovrasfuttamento. Limitati tentativi di gestire questo stock e il fallimento da parte dei Paesi del Mediterraneo di affrontare la realtà sullo stato di questa risorsa, sono le cause che hanno portato alla condizione attuale e alle difficoltà che iniziano a prospettarsi anche per le realtà locali».

Non bastano preoccupati rapporti come “Seafood in Europe; a food system approach for sustainability”, dell’Agenzia europea dell’ambiente, come sottoline Oceana, «Tutti gli occhi sono ora puntati sull’Ue per ribaltare questa situazione e mostrare il suo impegno internazionale per una pesca sostenibile. Con il 75% delle catture di pesce spada, l’Ue deve intervenire e proporre alla prossima riunione della Commissione Iccat a novembre, un piano di recupero solido, basato sul parere scientifico e che definisca quote di catture per mettere fine alla sovrapesca».