Resistenza agli antibiotici: in aumento il consumo di antibiotici negli allevamenti in Italia

Fao: Necessario un balzo in avanti nella ricerca per tenere a freno la resistenza antimicrobica

[16 novembre 2016]

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In occasione della Settimana mondiale di sensibilizzazione sugli antibiotici – un’iniziativa congiunta di Fao, Organizzazione mondiale della sanità (Oms) e  ‘Organizzazione mondiale per la salute animale (Oie) per aumentare la consapevolezza di una delle più grandi minacce per la salute –  Compassion in world farming (Ciwf) Italia  ricorda che «Secondo l’ultimo report dell’Agenzia europea per i medicinali (Ema), l’Italia resta fra i più grandi consumatori di antibiotici negli allevamenti in Ue e il consumo è addirittura aumentato fra il 2013 e il 2014» e torna a chiedere con una petizione  un piano nazionale contro l’antiobiotico-resistenza  e di  attuare con urgenza misure efficaci per monitorare e ridurre i consumi di antibiotici negli allevamenti.

Un allarme che è globale: per la Fao «I riscontri sempre più frequenti che i sistemi alimentari possono essere i principali canali della resistenza antimicrobica (Amr) sottolineano la necessità di una maggiore vigilanza sul modo in cui gli antibiotici sono usati nelle aziende agricole».  Secondo il rapporto  “Drivers, Dynamics and Epidemiology of Antimicrobial Resistance in Animal Production” della Fao, «La resistenza antimicrobica è stata descritta la prima volta nel 1940, ma la comprensione scientifica della miriade di vie attraverso le quali emerge e si diffonde è ancora agli albori. L’uso a livello globale di prodotti di sintesi per uccidere indiscriminatamente batteri, virus, parassiti e funghi nei sistemi agricoli e alimentari richiede uno sforzo concertato per mappare, comprendere e mitigare i rischi di Amr. La resistenza antimicrobica può essere un processo genomico naturale per i batteri, ma è stata “molto rara in isolati clinici anteriori all’introduzione degli antibiotici. Poiché gli alimenti provenienti da tutto il mondo sono oggi spesso contaminati con antibiotici resistenti, E. coli e Salmonella, le misure che incoraggiano l’uso prudente di antimicrobici possono essere estremamente utili nel ridurre la comparsa e la diffusione dell’Amr» Il rapporto riassume la portata dell’Amr in particolare nel settore zootecnico e alimentare, che si prevede rappresenterà due terzi della crescita futura nell’uso di antimicrobici e le sue principali raccomandazioni sono: «La necessità di incrementare la ricerca – che implica sia il sequenziamento molecolare che l’analisi epidemiologica – su come e perché i batteri resistenti vengono incorporati nei microbiomi intestinali umani e animali, nonché la necessità di creare procedure di monitoraggio e database standardizzati in modo che si possano costruire adeguati modelli di valutazione del rischio».

Il rapporto Fao dà precise indicazioni: «L’uso di antimicrobici esclusivamente per promuovere la crescita degli animali dovrebbe essere gradualmente eliminato. Invece, dovrebbero essere perseguite con maggiore determinazione alternative agli antibiotici per migliorare la salute degli animali – compresi migliori programmi di vaccinazione.  Il rapporto raccomanda di monitorare i residui antimicrobici, come pure quelli di altre sostanze pericolose, nell’ambiente, in particolare nelle risorse idriche. Data la nostra attuale limitata conoscenza delle vie di trasmissione, le opzioni per mitigare la diffusione a livello mondiale dell’Amr implicano il controllo della sua comparsa in vari ambienti, riducendo al minimo le possibilità che l’Amr si diffonda lungo quelle che possono essere le vie più importanti».

Lo studio è stato redatto da ricercatori del Royal Veterinary College di Londra ed esperti della FAO guidati da Juan Lubroth, che rimangono piuttosto cauti su quanto resta ancora da sapere ma  evidenziano la prova certa della portata della minaccia: «Per esempio, le api degli Stati Uniti hanno batteri intestinali che non si trovano altrove, elemento che riflette l’uso diffuso della tetraciclina negli alveari americani sin dal 1950.  Gli allevamenti ittici del Mar Baltico mostrano meno geni di Amr rispetto ai sistemi di acquacoltura cinesi, che invece sono ora serbatoi di geni che codificano la resistenza ai chinoloni – un importante farmaco umano il cui utilizzo è cresciuto a causa della crescente resistenza ad antibiotici più antichi come la tetraciclina.  La recente individuazione di resistenza alla colistina, un antibiotico fino a poco tempo fa considerato un’ultima spiaggia nella medicina umana, in diversi paesi sottolinea anche la necessità di esaminare le pratiche di allevamento, poiché il farmaco è stato utilizzato per decenni nei suini, nel pollame, negli ovini, nei bovini e negli allevamenti ittici».

Il rapporto Fao si concentra sul bestiame perché «La futura domanda di proteine di origine animale è destinata ad accelerare le operazioni intensive – dove gli animali a stretto contatto moltiplicano il potenziale di incidenza di patogeni Amr.  Il pollame, la fonte primaria di proteine animali al mondo, seguito dalla carne di maiale, sono importanti veicoli alimentari di trasmissione dell’Amr agli esseri umani. Casi in Tanzania e Pakistan hanno dimostrano anche il rischio di Amr proveniente da sistemi di acquacoltura integrati che utilizzano rifiuti agricoli e di pollame come cibo per pesci.  Il mantenimento di livelli alti di bio-sicurezza può ridurre l’impiego di antimicrobici, riducendo così anche il rischio dell’emergere di resistenze. Analogamente, la prevenzione della contaminazione alimentare e la rimozione dei batteri dalla catena alimentare può essere molto efficace nel ridurre la trasmissione dell’Amr. Un recente studio sugli allevamenti di bestiame in Nebraska ha trovato ceppi di E.coli su tutta la pelle degli animali, ma solo lo 0,5% sulle carcasse e nessuno nella carne destinata ai consumatori al dettaglio.  Vettori ambientali – tra cui il vento, il suolo, i rifiuti e l’acqua – possono rivelarsi vie di trasmissione dell’Amr più difficili da controllare».

Dato che gli animali metabolizzano solo una piccola parte degli agenti antimicrobici che ingeriscono, la diffusione di antimicrobici da rifiuti animali è motivo di preoccupazione.  La Fao sottolinea che «E’ vero che i piccoli allevatori proprietari fanno meno affidamento sugli antimicrobici, ma spesso usano farmaci da banco, senza parere del veterinario. Un dosaggio inappropriato, sub-letale promuove la variabilità genetica e fenotipica tra i batteri esposti che sopravvivono».

La conclusione alla quale arriva il rapporto è che «Collettivamente, mentre ci sono ancora molte lacune nella nostra comprensione dell’AMR, crescono le prove su una crescente presenza di Amr  nei sistemi alimentari che evidenzia la necessità di un’azione immediata. Lavorando in collaborazione tra tutti i settori e i diversi aspetti della produzione alimentare, dal campo alla tavola, si potrà fornire un contributo essenziale per un approccio integrato alla lotta contro l’Amr».

Tornando all’Italia, il Ciwf denuncia che «Mentre l’allarme per l’antibiotico resistenza cresce a livello globale, il nostro Paese prosegue a passo di gambero. È ciò che emerge dall’ultimo report dell’Ema  che, pur rilevando una riduzione dei consumi fra il 2010 e il 2014 del 25%, evidenzia un inquietante cambio di tendenza con un aumento dei consumi fra il 2013 e il 2014. ­­Il consumo di antibiotici negli allevamenti italiani è eccezionalmente alto. Il nostro paese resta il terzo più grande utilizzatore di antibiotici in Ue e il nostro consumo è ben al di sopra della media dei paesi membri. Le vendite riportate nel report EMA sono calcolate in termini di quantità di principio attivo utilizzato per unità di bestiame (l’unità viene chiamata “Population Correction Unit” o PCU) e l’uso in Italia nel 2014 è stato di 359,9 mg/PCU, mentre la media delle 29 nazioni europee (EU/EEA) è di 152 mg/PCU».

Ciwf Italia evidenzia che «Alcuni antibiotici utilizzati negli allevamenti sono importantissimi strumenti salva-vita per le persone, in caso di gravi infezioni. Fra questi i fluorochinoloni e le cefalosporine di 3° e 4° generazione di cui si è rilevato un alto consumo nei nostri allevamenti. Eccezionalmente alto è l’uso della colistina, un altro importantissimo antibiotico che rappresenta l’ultima risorsa contro alcune infezioni».

Ma perché in Italia si utilizzano così tanti antibiotici, secondo il Ciwf a causa di diversi fattori, «tra cui le scarse condizioni di benessere con cui vengono allevati gli animali negli allevamenti. Molto spesso i trattamenti sono preventivi e di routine, per mantenere in vita gli animali, anche in condizioni terribili, fino al momento della macellazione. I dati dell’Ema mostrano che circa il 94% degli antibiotici utilizzati in Italia servono per i trattamenti di massa somministrati nei mangimi o nell’acqua».

Giovanni Rezza, direttore Unità di infettivologia dell’Istituto superiore di sanità, ha detto che «Nell’Europa mediterranea deteniamo la maglia nera: è molto alto il tasso di resistenza ai farmaci, per alcuni batteri si arriva al di sopra 50 per cento, soprattutto batteri gram-negativi». Scpndo la Società italiana malattie infettive e tropicali, ci sono alcuni antibiotici che «dal 50 al 70% cento dei casi non sono più attivi nei confronti di molti batteri, con gravi conseguenze per l’uomo». Per il Ciwf «E’ urgente che la ricetta elettronica per monitorare i consumi in maniera trasparente sia resa obbligatoria e che il Piano nazionale contro l’antibiotico resistenza a cui il ministero sostiene di star lavorando, contenga una strategia e degli obiettivi chiari e obbligatori di riduzione del consumo, soprattutto degli antibiotici di ultima generazione».

Annamaria Pisapia, direttrice di Ciwf Italia, conclude: «È ormai provato che l’uso elevatissimo di antibiotici in zootecnia ha una pesante responsabilità nell’insorgere del fenomeno dell’antibiotico resistenza che minaccia e colpisce anche gli esseri umani. La zootecnia intensiva, invece di migliorare le condizioni di benessere animale, unico modo per ridurre l’uso di antimicrobici, continua a servirsene per mantenere lo status quo dell’allevamento intensivo, ovvero milioni di animali tenuti in condizioni pessime e sottoposti a “pratiche” zootecniche incompatibili con i loro limiti fisiologici. Anche in Italia una riduzione dell’utilizzo di antibiotici non può prescindere dal miglioramento delle condizioni di vita degli animali negli allevamenti. Invitiamo i cittadini a unirsi a noi per chiedere al Ministro della Salute di agire in fretta e in modo efficace contro un’emergenza che potrebbe provocare fra pochi anni più morti del cancro e che già causa 7000 morti ogni anno nel nostro paese. Il Ministero della Salute deve anteporre la salute dei cittadini agli interessi della zootecnia intensiva».