In vigore il primo trattato internazionale contro la pesca illegale

L’accordo FAO sulle Misure dello Stato d’Approdo diventa legge internazionale vincolante

[6 giugno 2016]

Pesca illegale

In coincidenza con il World Environment Day, con l’adesione di 29 paesi e un’organizzazione regionale, è entrato in vigore l’Agreement on Port State Measures to Prevent, Deter and Eliminate Illegal, Unreported and Unregulated Fishing (PSMA – Accordo sulle Misure dello Stato di Approdo per prevenire, scoraggiare ed eliminare la pesca illegale, non dichiarata e non regolamentata), che era stato adottato nel 2009 come trattato Fao opo lunghi anni di negoziati Si tratta del primo trattato internazionale vincolante che si concentra specificamente sulla pesca illegale.

La soglia minima per l’attivazione del PSMA, l’adesione ufficiale di almeno 25 Paesi, era stata superata a maggio, dando il via al conto alla rovescia dei 30 giorni per l’entrata in vigore il 5 giugno. Attualmente, i firmatari del PSMA sono: Australia, Barbados, Cile, Costa Rica, Corea del sud, Cuba, Gabon, Guinea, Guyana, Islanda, Mauritius, Mozambico, Myanmar, Nuova Zelanda, Norvegia, Oman, Palau, Repubblica Dominicana, Saint Kitts e Nevis, Seychelles, Somalia, Sudafrica, Sri Lanka, Sudan, Tailandia, Tonga, Unione Europea (come organizzazione), Uruguay, Usa e Vanuatu. La Fao  è stata informata che a breve nuove sottoscrizioni formali dovrebbero aggiungersi all’elenco.

Secondo il direttore generale della Fao, Graziano da Silva, «E’ un grande passo verso l’obiettivo di realizzare un settore ittico sostenibile che possa contribuire a nutrire il pianeta. Elogiamo quei Paesi che hanno già firmato il trattato e che cominceranno a metterlo in pratica da oggi, mentre invitiamo i governi che ancora non lo hanno fatto ad unirsi a questo sforzo collettivo per eliminare la pesca illegale e salvaguardare il futuro delle nostre risorse ittiche».

Il commissario europeo all’ambiente, affari marittimi e pesca, Karmenu Vella, ha detto: «Adesso disponiamo di un potente strumento che ci aiuterà a lottare contro la pesca illecita, non dichiarata e non regolamentata, sia a livello europeo che sul piano mondiale. Si tratta di un progresso significativo nel campo della  governance internazionale degli oceani. L’Unione europea ha sempre svolto un ruolo di primo piano nella lotta contro la pesca illecita, non dichiarata e non regolamentata (Iuu – Illegal, Unreported and Unregulated fishing) ed è stata tra le prime ad approvare questo grande accordo internazionale nel 2011. La pesca Iuu distrugge gli stock alieutici del pianeta. Minaccia la sopravvivenza economica dei pescatori che rispettano le regole del gioco. L’ampiezza di questo problema su scala mondiale è considerevole. La pesca Iuu  rappresenta un ammontare che può arrivare fino a 10 miliardi di euro all’anno, cioè il 15% del mercato mondiale dei prodotti del mare. L’accordo assicura un miglior controllo delle attività condotte nei porti e costituisce uno strumento essenziale per impedire che i prodotti della pesca Iuu arrivino sul mercato. Invia un messaggio chiaro: in materia di pesca illegale, non chiuderemo gli occhi. La ratifica è solo una prima tappa. La prossima tappa è la messa in opera del trattato. Dobbiamo fare in modo  che tutti gli Stati costieri del mondo, compresi i Paesi in via di sviluppo, abbiano i mezzi per applicarlo efficacemente l’accordo relativo alle misure nello Stato di approdo. La lotta contro la pesca illecita ha assunto una dimensione mondiale e, ben presto, coloro che si dedicano a questa pratica non potranno più nascondersi da nessuna parte».

Ecco cosa prevede il nuovo trattato contro la pesca illegale:

I firmatari del trattato sono obbligati a mettere in atto una serie di misure nella gestione dei porti sotto il loro controllo, al fine di identificare i casi di pesca illegale, impedire che il pescato da essa derivante venga sbarcato e commerciato, ed assicurare che le informazioni sulle imbarcazioni che infrangono le regole vengano condivise a livello globale.

Ciò comporta, tra le altre cose, che le navi da pesca straniere che intendono entrare in un porto dovranno richiedere il permesso in anticipo, fornendo informazioni dettagliate sulla loro identità, le loro attività e sul carico di pesce che hanno a bordo. L’approdo potrà avvenire solo in porti specialmente designati ed attrezzati per dei controlli efficienti.

Le imbarcazioni sospettate di aver praticato pesca illegale, non dichiarata e non regolamentata potranno vedersi negare l’accesso al porto in toto, o ricevere il permesso di entrare solo a fini di controllo, senza possibilità di scaricare il pescato, di fare rifornimento di carburante o altro.

Le imbarcazioni alle quali verrà permesso di entrare nei porti potranno essere soggette a controlli condotti secondo un set di standard comuni. Verrà loro richiesto di provare di essere in possesso della licenza di pesca dal paese di cui portano bandiera, e di aver ottenuto i permessi necessari dai paesi nelle cui acque stavano operando. In caso contrario, o se i controlli dovessero identificare casi di pesca illegale, a tali imbarcazioni verrà vietato ogni ulteriore uso dei porti e verranno segnalate come violatrici.

Qualora ad un’imbarcazione venisse proibito l’accesso o i controlli rivelassero dei problemi, le parti dovranno comunicare tali informazioni al paese sotto la cui bandiera la nave è  registrata ed informare gli altri firmatari del trattato così come i direttori dei porti dei paesi limitrofi.

La Fao sottolinea che «Le operazioni senza dovuta autorizzazione, la pesca di specie protette, l’uso di attrezzature da pesca proibite o l’inosservanza delle quote imposte sono tra le più comuni attività di pesca illegale, non dichiarata e non regolamentata. Queste pratiche minano gli sforzi volti a gestire in modo responsabile la pesca marittima, danneggiando la produttività di questo settore ed in molti casi favorendone la rovina. Sebbene esistano soluzioni per combattere la pesca illegale in mare, esse sono spesso molto costose e – specialmente per i paesi in via di sviluppo – possono essere difficili da attuare, data la vastità degli spazi oceanici che è richiesto monitorare ed i costi delle tecnologie necessarie.  Di conseguenza, le misure dello stato di approdo sono uno dei modi più efficienti – e più economici – per combattere la pesca illegale, non dichiarata e non regolamentata.  L’Accordo sulle Misure dello Stato di Approdo ora in vigore fornisce alla comunità internazionale uno strumento prezioso per portare avanti l’Agenda di Sviluppo Sostenibile 2030, che include un obiettivo specifico sulla conservazione e l’uso sostenibile degli oceani ed anche uno specifico sub-target sulla pesca illegale, non dichiarata e non regolamentata».