Datemi un errore fruttuoso: l’agricoltura e il cibo in un clima che cambia

L’agricoltura è una delle principali attività antropiche di uso, consumo e di trasformazione del suolo, nonché una delle più antiche espressioni della capacità dell’antroposfera di modificare l’ambiente.

Oggi oltre l’83% delle terre emerse è influenzata delle attività umane in termini di uso del suolo, e il 36% della superficie bioproduttiva dei continenti, ossia quella direttamente utilizzabile per attività agricole, di allevamento e di produzione di beni in generale, è saldamente sotto il controllo della nostra specie; ciò è dovuto all’espansione del 600% della popolazione umana e all’incremento di 50 volte delle dimensioni dell’economia globale dal 1800. Oltre a questo, si stima che la metà delle risorse idriche d’acqua dolce delle terre emerse sia catturata e imbrigliata per usi produttivi antropici, tra cui naturalmente l’agricoltura [cit.1].

Valutare l’impatto antropogenico sul clima non può prescindere dal valutare il ruolo del settore primario sulla chimica dell’atmosfera e sui processi di azione e di feedback di gas climalteranti, essendo il suolo la seconda interfaccia più importante del pianeta con l’atmosfera, con una rilevanza inferiore soltanto alla superficie degli oceani.

In Europa, il ruolo della Politica Agricola Comune è quello di sostenere e pianificare il settore primario nei 28 paesi dell’Unione; il bilancio della PAC arriva a quasi il 40% dell’intero bilancio dell’Unione Europea e le discussioni sui singoli aspetti della PAC sono spesso laboriose, dovendo tener conto dei diversi gradi di sviluppo rurale e delle specificità di aree disparate e con necessità spesso in contraddizione tra loro.

A luglio del 2013 la presidenza irlandese dell’Unione ha licenziato la nuova PAC per il 2014-2020, a seguito di negoziati complessi tra gli Stati Membri: le sfide individuate sono distinte in tipologie economiche, ambientali e territoriali, e gli obiettivi di policy sono la produzione accessibile di cibo, la gestione sostenibile delle risorse naturali e l’azione climatica, e lo sviluppo territoriale sostenibile. Sono in particolare “sostenute”, in termini di indennizzi e di pagamenti diretti, le forme di agricoltura innovativa e sostenibile, in termini di processi produttivi che incrementino il pozzo di anidride carbonica e di gas climalteranti, che sostengano la biodiversità floristica e faunistica e che, al contempo, possano incrementare le potenzialità adattativa, in termini cioè di adattamento ambientale, dei suoli agricoli e forestali.

Tra le priorità dello sviluppo rurale, infatti, l’Unione specifica la promozione dell’organizzazione della filiera produttiva sostenibile, la preservazione e l’incremento degli ecosistemi legati all’agricoltura e alle foreste, la promozione dell’efficienza delle risorse verso un’economia a basso carbonio, oltre che l’inclusione sociale e il mantenimento della realtà demografica delle aree rurali e marginali, ivi incluse le aree montane.

Il prodotto agricolo di qualità, in termini soprattutto di prodotto enogastronomico protetto, rappresenta una delle strade principali che le organizzazioni agricole di categoria, le aziende agricole nonché le unità amministrative incaricate di declinare la PAC nei singoli stati membri hanno individuato come pratica virtuosa per far fruttare le opportunità della nuova politica agricola, provvedendo a servizi climate-friendly e al contempo redditizi.

La sensibilità sempre maggiore dei mercati alle produzioni con dicitura protetta ha spinto l’Unione a promuovere marchi quali “Rete Natura 2000” sin dal 2000, e il recentissimo “prodotto di montagna”, attualmente adottato dalla Commissione Europea e in corso di discussione al Parlamento, oltre che a sostenere le certificazioni biologiche il cui pregio è particolarmente riconosciuto in Italia.

Le diciture protette, pur nella complessità e nella laboriosità della loro definizione e a seguito di laboriosissime negoziazioni a livello comunitario, garantiscono sia il consumatore della qualità del prodotto, sia l’ambiente perché la loro certificazione implica la sostenibilità dei processi produttivi; in particolare, produrre in aree Rete Natura 2000 garantisce che i processi produttivi rispettino la biodiversità e gli habitat dei luoghi in cui insistono le produzioni.

Arduo è, spesso, far passare la concezione che sia possibile fare azienda agricola in aree protette: progetti europei quali Farenait (Fare Rete Natura 2000 in Italia) [cit.2] si propongono proprio di far comprendere le opportunità che le aree protette offrono agli imprenditori agricoli attraverso tecniche di produzione redditizie, ecosostenibili e con un notevole ritorno d’immagine sul mercato.

Come spesso avviene, il messaggio della responsabilità dell’uomo sulla mitigazione del cambiamento climatico deve passare attraverso la proposizione alternative appetibili dal punto di vista economico rendendo, nel caso specifico, l’agricoltore attore entusiasta e responsabile della salvaguardia climate-friendly dei terreni agroforestali.

* Vilfredo Pareto : «Datemi sempre un errore fruttuoso, pieno di opportunità, che contenga in sé i semi della sua stessa correzione»

[cit. 1] I dati antroposferici di Skeptical Science – https://www.skepticalscience.com/Can-animals-and-plants-adapt-to-global-warming.htm

[cit. 2] Il progetto Farenait:  http://www.lamiaterravale.it/it

Leggi qui gli altri articoli del nostro think tank pubblicati su Ecoquadro: http://www.greenreport.it/nome-rubrica/eco2-ecoquadro/