Economia ambientale, l’erba del vicino non è sempre più verde

Riflessioni a margine della seconda conferenza annuale degli economisti ambientali italiani

Nei giorni scorsi si è tenuta all’Università di Milano la seconda conferenza annuale dell’Associazione Italiana Economisti dell’Ambiente e delle Risorse naturali (IAERE, dall’acronimo inglese). Dopo il successo della prima edizione, tenutasi lo scorso anno a Ferrara, anche quest’anno l’IAERE ha attratto numerose submissions e la partecipazione di un nutrito gruppo di economisti provenienti da diversi atenei, sia italiani che stranieri, e di tutte le età.

La percentuale dei soci ordinari provenienti dall’estero è infatti aumentata dal 10% del 2012 al 18% del 2013, mentre la componente più giovane continua ad essere quanto mai attiva, sia in termini organizzativi che di presentazione di lavori di ricerca estremamente interessanti.

L’Associazione, d’altronde, è stata fortemente voluta da molti colleghi anche (se non soprattutto) per colmare quel gap che troppo spesso separa l’accademia italiana dai giovani che si recano all’estero a svolgere ricerca in campo ambientale. E, sebbene negli ultimi anni i rapporti con gli economisti ambientali italiani all’estero si siano rafforzati, la mancanza di un network nazionale appariva fino a pochi anni fa come una grave lacuna nel panorama internazionale dove l’Italia era uno dei pochi paesi a non avere la propria associazione all’interno dell’Associazione Europea (l’EAERE).

Un dato che era peraltro in aperto contrasto col ruolo che proprio gli economisti italiani svolgono da anni nel campo dell’economia ambientale a livello internazionale. L’Italia, infatti, ricopre da decenni un ruolo di primo piano grazie all’attività scientifica della FEEM (la Fondazione Eni Enrico Mattei), che svolge tra l’altro le funzioni di segreteria permanente dell’Associazione Europea. E l’attuale presidente dell’associazione italiana (Valentina Bosetti, subentrata quest’anno a Marzio Galeotti) è stata eletta lo scorso novembre anche nel consiglio direttivo dell’EAERE, continuando una tradizione che vi vede partecipare i rappresentanti italiani sin dalla nascita dell’EAERE nei primi anni ’90.

Accanto all’attività della FEEM, nel corso degli anni è andata sempre più affermandosi sul piano internazionale anche l’attività scientifica di alcuni atenei italiani, sospinti da un gruppo di (ex-) giovani economisti con esperienze di formazione all’estero ma rientrati coraggiosamente in Italia, seguendo la strada inversa alla purtroppo tradizionale fuga di cervelli.

L’ascesa nel riconoscimento internazionale in questo settore dei ricercatori e dei relativi atenei italiani è confermata dal crescente numero delle loro pubblicazioni sulle riviste più prestigiose, sia generaliste che specializzate nel settore ambientale; ma anche dalla costante partecipazione dei nostri ricercatori ai network internazionali ed ai maggiori progetti finanziati dall’Unione Europea. Non si tratta di mero sciovinismo, ma del piacere di vedere crescere un movimento altrimenti disperso (anche geograficamente) in tante componenti separate che avevano poche occasioni d’incontro e confronto.

Data la mia breve esperienza passata alla FEEM e quella attuale nell’accademia italiana, ammetto di guardare con grande simpatia alla sinergia che sta realizzando l’IAERE tra i due principali poli italiani della ricerca nel campo dell’economia ambientale (la FEEM e l’accademia, appunto). E non posso che guardare con altrettanta simpatia ai tanti giovanissimi studenti di PhD o post-doc, presenti alla conferenza e capaci di animarla con interventi di ottimo livello.

Nel caso dell’economia ambientale italiana, insomma, una volta tanto mi pare di poter dire che l’erba del vicino non è sempre più verde. Tuttavia, estendendo la metafora del giardinaggio, non dobbiamo nemmeno pensare che siano tutte rose e fiori. La strada da fare è ancora lunga. Rimangono da coinvolgere ancora molti altri colleghi, alcuni dei quali assai affermati nella professione, attualmente sparsi per il mondo nell’inevitabile diaspora comportata dai continui tagli all’università italiana.

Sarebbe inoltre necessario, a mio avviso, incrementare ulteriormente il peso e la visibilità degli economisti ambientali all’interno del dibattito sulla politica ambientale italiana. Se infatti i bravi ricercatori non mancano ed i risultati proliferano, manca spesso la capacità d’influenzare con le nostre ricerche i policy-makers. Un dialogo che è reso sovente difficile dall’esistenza di altre priorità nell’agenda di chi governa, ma evidentemente anche dalla scarsa capacità del nostro movimento di farsi sentire laddove vengono decise le politiche del paese. In questo, forse sì, dovremmo guardare al di là del recinto, per capire come rendere davvero più verde il nostro giardino.

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