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Da New York una “Call for action” per salvare gli oceani

C’è però un grande assente nei temi discussi nella conferenza Onu, il petrolio: sono oltre 900 le piattaforme per l’estrazione idrocarburi nei mari del mondo

Azione e concretezza sono state le parole d’ordine dichiarate più volte durante i primi giorni di conferenza Onu. Come uscire dall’empasse di governance, e della mancanza di azioni conseguenti ad una strategia efficace per rimediare al declino degli oceani e del loro stato ambientale. Fattori che oggi di fatto stanno impedendo l’avvio di una seria politica di tutela del mare e degli oceani, dei suoi ecosistemi, delle popolazioni “di frontiera” e dell’economia. Per questo in apertura di conferenza è stata presentata la “Call for action: il documento, approvato il 26 maggio scorso, condiviso da tutti i governi, che si sta discutendo in questi giorni e che viene proposto all’approvazione della conferenza Onu.

Il documento comincia con una premessa di 13 punti, in cui si ribadisce l’importanza degli oceani a livello globale, ricoprendo i tre quarti del globo terrestre, per il clima, l’ambiente, le risorse naturali, per la vita del pianeta e al tempo stesso per il suo sviluppo economico e sociale. Ma subito dopo i governi dichiarano di essere fortemente preoccupati dagli impatti che oggi diversi fattori stanno avendo sugli oceani.

I cambiamenti climatici, l’acidifcazione delle acque, l’inquinamento, il consumo di suolo costiero e l’erosione delle coste sono tra i fattori che oggi obbligano ad una svolta ciascun Paese che si affaccia sul mare e sugli oceani e al tempo stesso richiede una forte azione di strategia ed azione coordinata a livello globale. Alla luce di questi presupposti, la premessa del documento si conclude con una serie di azioni su cui si richiama la necessità di un impegno, non solo da parte dei governi ma anche di tutti gli stakeholder, una partecipazione senza la quale sarà molto complicato ottenere risultati concreti.

Dalle prime azioni indicate nella “Call for action” emerge l’attenzione ad un’azione sinergica. La parola chiave è dunque cooperazione tra i Paesi, le istituzioni, le associazioni non governative, gli enti di ricerca, gli stakeholder economici e produttivi. Aree protette, riqualificazione degli ecosistemi marini, pianificazione degli usi marittimi (a partire dai trasporti) e riduzione dell’inquinamento marino, intervenendo sull’immissione di sostanze inquinati, rifiuti, scarichi non depurati, ma anche su temi come le specie aliene o il rumore, che oggi minacciano pesantemente gli ecosistemi.

Particolarmente presente, tanto nella Call for action, quanto in diversi interventi e appuntamenti della conferenza è anche il tema dei rifiuti marini. In particolare vengono citate la corretta gestione dei rifiuti (riuso, riduzione, riciclo), la prevenzione con uso di materiali innovativi (vengono citate letteralmente “prodotti biodegradabili a condizioni naturali”. A questo proposito importante sottolineare l’esperienza italiana, oggi seguita anche da altri Paesi europei e mediterranei, del bando ai sacchetti di plastica tradizionali con la sostituzione di quelli compostabili. Anche considerando che una delle misure preventive da mettere in campo, sottolineata dall’Unep (l’agenzia dell’Onu per la protezione dell’ambiente) è sicuramente quella del bando dei prodotti più inquinanti, come i sacchetti di plastica non compostabili e i prodotti usa e getta facilmente sostituibili, oggi, da materiali più innovativi e meno impattanti.

C’è però un grande assente nel documento, così come nei temi discussi nella conferenza, ovvero quello del petrolio, tanto delle estrazioni petrolifere quanto del fenomeno dell’oil-spill, lo sversamento accidentale o meno di idrocarburi in mare con l’inquinamento di ampie porzioni di ecosistemi marini e costieri. Con oltre 900 piattaforme per l’estrazione di gas e petrolio in giro per i mari e gli oceani e migliaia di chilometri quadrati soggetti ad attività di ricerca, numeri che continuano ad aumentare, riteniamo assurdo il silenzio su questo punto. Soprattutto alla luce di grandi disastri che hanno visto coinvolte petroliere e piattaforme e i cui effetti sono ancora tangibili nei luoghi coinvolti dagli incidenti. Solo per citarne alcuni: la petroliera Haven, affondata ad inizio degli anni ’90 nel mar Tirreno di fronte il golfo di Genova, o la Prestige, la petroliera affondata di fronte la Galizia (Spagna) nel 2004 o l’incidente nel 2010 della piattaforma della Bp nel golfo del Messico che ha riversato nel mare, e poi sulle coste, migliaia di litri di petrolio. Inoltre se si vuole praticare l’integrazione tra gli obiettivi previsti dai 17 Sdg dello sviluppo sostenibile, quale migliore occasione per coniugare il raggiungimento dell’Sdg14, che riguarda la tutela degli oceani, l’Sdg7 (sulle energie pulite) e l’Sdg13 sul clima?

Motivo in più per non abbassare la guardia, convinti che il miglior modo per agire efficacemente è integre politiche e obiettivi tra settori che troppo spesso fino ad oggi sono stati gestiti a compartimenti stagni.

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