Dall’Associazione italiana degli economisti dell’ambiente e delle risorse naturali

A che punto è l’economia ecologica e ambientale nel panorama italiano della ricerca

L’attuale sistema valutativo e dei finanziamenti mina e non valuta positivamente gli approcci interdisciplinari: deriva un po’ strana nel Paese di Leonardo da Vinci, genio universale

Si è tenuta a Torino la sesta conferenza degli Economisti delle risorse naturali e dell’ambiente (IAERE). L’associazione (nella foto un momento della conferenza, ndr) è in continua crescita: le proposte di contributi per la conferenza hanno raggiunto il picco di oltre 150 quest’anno, con un dato finale degli iscritti pari a 140, con una quota importate di giovani ai quali l’associazione si rivolge in modo particolare, dato il ruolo importante ma precario nel sistema universitario, [1] e ricercatori residenti all’estero (più del 20%).

È stata anche un’occasione per l’insediamento del nuovo concilio, presieduto dal nuovo presidente per il 2018-19 (Simone Borghesi) e vice presidente (Silvana Dalmazzone).

La conferenza si è aperta con la lezione di Maja Schluter, ‘understanding and managing change in a complex and interdependent world’ – ERC researcher dello Stockholm Resilience Centre. La lezione era vocata a presentare un approccio di economia ecologica per un pensiero interdisciplinare, dove siano centrali i social ecological feedback e un management delle risorse ambientali e sociali, reso più efficace ed efficiente dal riconoscimento della ‘diversità’ (Spinozzi e Mazzanti, 2018)[2]. L’evoluzione del capitale sociale, culturale, fisico, ambientale è integrata e comune.

Il tema è di grande interesse sia per il lato della gestione delle risorse e relative politiche pubbliche, sia per lo sviluppo scientifico in senso ampio. Il panorama italiano della ricerca, finanziamento e valutazione, vive un momento cruciale, anche in vista delle prossime elezioni. Pur in un contesto in cui la ricerca, pilastro del progresso sociale ed economico, rimane sullo sfondo dei programmi e delle azioni (la R&S totale su Pil è passata dal 2005 al 2016 da 1,05 a 1,29%[3]; la parte di spesa governativa è ferma nel periodo a 0,18%, quella ‘business’ passa da 0.53 a 0,78, quella ‘education’ va da 0,32 a 0,34%), alcune luci appaiono. Tra gli altri, il nuovo programma di finanziamento della ricerca di base (PRIN 2017), tornato dopo 15 anni a livelli di minima decenza (391 Milioni di €, dopo PRIN recenti che ne vedevano stanziati 39) e il discusso ‘Torneo dei Dipartimenti’, che ha premiato 180 dipartimenti eccellenti con stanziamenti medi di 4-6 milioni di euro per il 2018-22. Risorse che andranno a dare leggera linfa al deficitario reclutamento di giovani ricercatori. Speriamo che queste azioni siano strutturali e non come spesso accaduto una tantum, in un Paese che nonostante la vulgata mostra serie eccellenze nella ricerca[4].

Si nota però come il sistema valutativo sia pervaso da una forma mentis volta a cercare una pseudo oggettività di valutazione della ricerca, e che è ora strutturata su un approccio disciplinare che mina e non valuta positivamente la ricerca inter/trans/multi disciplina. Una deriva un po’ strana nel Paese di Leonardo da Vinci. Uno dei punti cardine di questa deriva è il focus, nella valutazione dell’impatto della ricerca eseguita dall’agenzia ANVUR, sull’impatto di un contenitore (la Rivista top della disciplina, es. area economica) e non del prodotto (l’articolo e le sue citazioni di medio-lungo periodo, qualunque sia la rivista di pubblicazione) [5]. Il rischio è molteplice: tarpare le ali alla ricerca ibrida non strettamente disciplinare, veicolare gli sforzi su ricerca incrementale e non di lungo periodo, il contrario di quello a cui vuole mirare una ricerca di economia ecologica e ambientale come scienza sociale di larghe vedute, dialogante, interattiva, costruttrice di ponti.

[1] http://www.repubblica.it/scuola/2018/02/16/news/universita_-189000091/

[2] https://www.routledge.com/Cultures-of-Sustainability-and-Wellbeing-Theories-Histories-and-Policies/Spinozzi-Mazzanti/p/book/9781138234543

[3] L’obiettivo dell’agenda di Lisbona è 3%.

[4] https://www.roars.it/online/caro-cantone-guarda-che-e-nature-a-smentirti/«Nelle graduatorie della qualità della ricerca gli Stati Uniti sono stati superati dal Regno Unito nel 2006 e dall’Italia nel 2012» (Nature, dicembre 2013)

[5] https://www.roars.it/online/i-research-councils-del-regno-unito-rifiutano-luso-dellimpact-factor-delle-riviste-per-la-valutazione/

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