In esclusiva per greenreport.it il diario di bordo dal Palazzo di vetro

Si apre la conferenza Onu sugli oceani, Legambiente presidio italiano a New York

Il Cigno verde partecipa attivamente ai lavori, con particolare attenzione ai temi del mar Mediterraneo e del marine litter

Ieri ha preso il via ufficialmente la conferenza Onu sugli oceani, in programma dal 5 al 9 giugno nel Palazzo di vetro a New York. Un bel banco di prova, dal momento che è la prima volta che si organizza una conferenza di alto livello interamente dedicata ad uno degli Sdg (Sustainable development goals) del programma delle Nazioni unite, coinvolgendo tutti i Paesi dell’Onu, le agenzie delle nazioni unite che operano nei diversi settori e tutti i soggetti che oggi si occupano del mare e degli oceani, della loro tutela e dello sviluppo futuro. E tra queste non poteva mancare di certo Legambiente, da tanti anni impegna su questi temi.

Al centro dell’appuntamento l’Sdg14 (Conserve and sustainably use the oceans, seas and marine resources for sustainable development). Oggi infatti gli oceani e i mari sono quelli che maggiormente subiscono gli effetti negativi dell’inquinamento e delle attività dell’uomo, con ripercussioni non solo ambientali ma anche in termini occupazionali e di sviluppo, e soprattutto dei cambiamenti climatici che stanno mettendo a serio rischio la stessa esistenza di diversi Paesi e popolazioni che dipendono strettamente dall’oceano e dal suo stato di salute. Non a caso la Conferenza è stata aperta da una bellissima cerimonia delle Isole Fiji, co-presidenti con la Svezia dell’appuntamento di questi giorni: si tratta di uno dei Paesi messi a maggior rischio dagli effetti del cambiamento climatico e dell’inquinamento degli oceani. Più volte, negli anni scorsi, il Governo delle Isole Fiji è infatti intervenuto richiamando con forza un’azione decisiva, efficace e immediata per affrontare concretamente questi problemi, i cui effetti sono già oggi evidenti e la conferenza è anche una risposta a questi appelli.

Fin dalle prime battute della plenaria di apertura sono stati richiamati i temi chiave: intervenire con forza sui cambiamenti climatici, facendo seguito agli impegni di Parigi, senza tentennamenti o passi indietro (ogni riferimento è puramente casuale), liberare gli oceani e i mari dalla plastica – oggi praticamente ubiquitaria anche nelle aree più incontaminate del mare e degli oceani, con effetti devastanti su fauna, ecosistemi e produttività del mare – e soprattutto passare dalle parole all’azione, altrimenti si rischia che i processi diventino irreversibili e ogni sforzo comune risulti vano.

La voglia di mettersi in gioco e di non delegare una partita così importante ai soli governi è testimoniata dalle centinaia di realtà che rappresentano la società civile, associazioni, gruppi di azione internazionali e locali, enti di ricerca e università. Tra questi anche Legambiente partecipa attivamente ai lavori, con particolare attenzione ai temi del mar Mediterraneo e del marine litter, i rifiuti dispersi nel mare e lungo le coste.

Siamo convinti infatti che il tema dei rifiuti presenti nell’ambiente marino-costiero assumerà, se già non lo ha fatto, la stessa rilevanza e complessità che hanno i cambiamenti climatici: un problema globale, causato da diversi fattori concomitanti, i cui effetti sono destinati a crescere nei prossimi anni, e per la cui soluzione servono politiche a scala sovranazionale, globale. Solo a titolo esemplificativo, il World economic forum stima che il rapporto in peso tra plastica e pesci nei mari e negli oceani oggi è di 1:1 ed è destinato a diventare di 5:1 al 2050 senza interventi risolutivi e efficaci.

In particolare il mar Mediterraneo è uno dei principali hotspot di biodiversità al mondo ed è gravemente minacciato dal marine litter, che registra concentrazioni tra le più elevate a livello globale. La stesa Unep considera il Mediterraneo tra le sei zone di accumulo con la maggiore concentrazione di rifiuti a scala globale. Le devastanti conseguenze del marine litter impattano non solo sulla biodiversità ma anche sulla catena alimentare e sull’economia, dal settore del turismo alle attività produttive, in primis della pesca. Intervenire sul problema del marine litter del Mediterraneo significa quindi tutelare la biodiversità ma anche salute ed economia di grande e piccola scala.

Legambiente lo ha ribadito, presentando il suo impegno volontario, che l’Onu ha accolto formalmente nei lavori della conferenza stessa, ieri mattina nel corso di una conferenza stampa tenutasi nella media zone del Palazzo di Vetro: un bando ai sacchetti di plastica non compostabili in tutti i Paesi del Mediterraneo da qui al 2020. Ad oggi, su scala mediterranea, il bando delle buste non biodegradabili e compostabili è attivo infatti solo in Italia, Francia e Marocco. Ma soprattutto i numeri ci raccontano l’emergenza legata a questo tipo di rifiuto: oltre 100 miliardi di sacchetti di plastica sono immessi sul mercato europeo ogni anno e lungo le coste del mar Mediterraneo si trovano ancora oggi 25 milioni di sacchetti ogni 1000 km di costa, con danni ingenti all’ecosistema marino e la morte di numerosi animali marini, spesso soffocati dalle buste o dai loro frammenti.

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