La proposta Calenda-Bentivogli unisce crescita e ambiente, ma si limita ad alzare barricate

Un Piano industriale troppo timido per “l’Italia delle competenze”

Il cambiamento in corso è tanto profondo e radicale da mettere in discussione le stesse gerarchie che regolano il capitalismo contemporaneo. Occorre il coraggio di essere ambiziosi

Il ministro dello Sviluppo economico Carlo Calenda e il segretario generale della Fim-Cisl, Marco Bentivogli, hanno firmato un articolo apparso su Il Sole 24 Ore nel quale lanciano l’idea di un “Piano industriale per l’Italia delle competenze”. Tre le parole d’ordine: Competenze, Impresa, Lavoro. Si è subito sostenuto che sia in atto un’abile manovra politica per compattare qualche pezzo di politica romana in evidente affanno, ma questa valutazione appare ingenerosa. È invece un intervento importante, ben articolato e che merita attenzione, se non altro perché prova a introdurre in un dibattito politico pre-elettorale “in tutt’altre faccende affaccendato”, le questioni cruciali della quantità e qualità della crescita economica.

Ed è anche importante che si suggerisca una visione complessiva, che tiene assieme crescita, ambiente, energia, lavoro, innovazione tecnologica, commercio internazionale e aree di crisi, contrastando la tendenza allo spezzatino di idee e di dossier, cui si è assiste di solito e che lascia ampio spazio alle fissazioni ideologiche, ai richiami populisti ed alle soluzioni rappezzate.

Sorge tuttavia il dubbio che il “piano” sia sì ampio nei suoi orizzonti, ma troppo timido nelle sue intenzioni. La visione dominante è infatti quella che si potrà definire realistica, ma che è pure un po’ troppo deprimente, di un paese azzoppato dalle proprie fragilità. E quindi il ruolo della politica sarebbe quello di compensarle, più o meno bene, per permettere ai soliti bravi imprenditori, capitani coraggiosi del Made in Italy, di tenere il passo dei concorrenti.

Ma siamo proprio sicuri che l’Italia non possa permettersi obiettivi più ambiziosi? Il cambiamento a cui assistiamo è in effetti talmente profondo e radicale da mettere in discussione le stesse gerarchie che regolano il capitalismo contemporaneo. È un terremoto pieno di minacce, ma anche di opportunità per un Paese che ha ancora molte carte da giocare. Perché dunque non immaginare di poter investire su qualche specializzazione “smart” (secondo un paradigma affermatosi in molte politiche in ambito europeo) che consenta in positivo un riposizionamento del Paese e della sua struttura produttiva nelle nuove catene globali del valore?

Certamente questo significa avere il coraggio di progettare e costruire percorsi mirati di crescita tecnologica e produttiva, insieme a una nuova leadership imprenditoriale (che non necessariamente si riconosce nelle attuali rappresentanze). Significa individuare settori, tecnologie, mercati, alleanze strategiche su scala globale. Significa insomma compiere delle scelte e il fallimento dell’ultimo tentativo di farne (il piano “Industria 2015” di Bersani) non incoraggia.

Lascia però un senso di grave incompiutezza un documento, come quello di Calenda e Bentivogli, che alla fine si limita ad alzare barricate difensive contro un mondo minaccioso. E se invece provassimo a passare al contrattacco?

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