[12/02/2010] News

Un mondo da ripensare, ridisegnare e ricostruire. Ma la strada segnata

ROMA. Dal 27 al 31 gennaio scorso ha avuto luogo il 40° World Economic Forum a Davos, il famoso incontro annuale al quale partecipano illustri personaggi del mondo della politica, dell'imprenditoria e dell'economia e che fa il punto sullo stato economico delle nostre società a livello mondiale (vedasi il sito www.weforum.org).

Quest'anno il Forum è stato intitolato "Improve the State of  the World: Rethink, Redesign,  Rebuild" (Migliorare lo stato del mondo: ripensare, ridisegnare, ricostruire) con l'obiettivo di riflettere e trovare soluzioni per migliorare la situazione economica planetaria catalizzando una cooperazione globale e individuando le sfide pressanti e i rischi futuri. L'obiettivo del Forum si è mosso nella direzione dell'esplorazione di una cooperazione globale che possa coinvolgere stakeholders dal mondo delle imprese, dei governi, dei media, della scienza, delle religioni, della cultura e della società civile per collaborare insieme come una comunità reale.

In uno dei comunicati stampa finali del Forum è scritto a chiare lettere che i partecipanti al Forum si sono impegnati a ripensare, ricostruire e ridisegnare l'economia globale basandola su principi di sostenibilità. Certamente molti speaker  e molti documenti scaturiti dallo stesso Forum, continuano a parlare di "crescita sostenibile", un vero ossimoro che si ripropone dal ben noto rapporto Brundtland,  prodotto dalla Commissione indipendente su Ambiente e Sviluppo, pubblicato nel 1987 e intitolato "Our Common Future" (edizione italiana con il titolo "Il futuro di noi tutti" edita da Bompiani), ma è evidente che, nei discorsi e nelle riflessioni, si notano segni chiari di significative modifiche del pensiero dominante, basato solo sulla continua ed inarrestabile crescita economica.

La crisi finanziaria ed economica che ha attanagliato le nostre società negli ultimi due anni, non può essere vista e considerata solo come una crisi congiunturale, dovuta ad alcune specifiche cause che hanno prodotto determinati effetti. Chi eleva la propria riflessione oltre questo limitato steccato, non può non rendersi conto della straordinaria insostenibilità degli attuali modelli di sviluppo socio-economici e quindi dell'impossibilità di continuare su questa strada ancora a lungo.

Proprio nel 1973 nel Forum di Davos parlò Aurelio Peccei, l'indimenticabile fondatore e presidente del Club di Roma (www.clubofrome.org), che, in quella sede, illustrò i risultati ed il dibattito scatenato dal primo famosissimo rapporto al Club di Roma, uscito nel 1972, "The Limits to Growth" (pubblicato in italiano da Mondadori, con il titolo "I limiti dello sviluppo"  del quale numerose volte abbiamo avuto modo di parlare in questa rubrica).

Il volume, ricordo, scatenò un incredibile dibattito planetario proprio perché metteva fortemente in discussione il mito economico della crescita materiale e quantitativa in un mondo dai chiari limiti biofisici.

Oggi questa consapevolezza diventa sempre più evidente e chiara, soprattutto alla luce delle tantissime analisi e ricerche scientifiche che ci documentano lo stato di sofferenza e vulnerabilità cui sono sottoposti i sistemi naturali in tutto il Pianeta (ricordiamo sempre, in questa rubrica, lo straordinario e ricchissimo sito dell'Earth System Science Partnership come punto di riferimento ineludibile per le conoscenze sul funzionamento del sistema Terra e sull'analisi del nostro impatto su di esso, www.essp.org). Analisi e ricerche che invece non erano disponibili nei primi anni Settanta del secolo scorso, quando fu pubblicato "I limiti della crescita".

Anche il mondo economico, con il suo modello dominante della crescita continua, comincia chiaramente a riflettere e ripensare le tipologie di sviluppo e gli indicatori di benessere e ricchezza, ad esempio il PIL, che abbiano sin qui perseguito. Certamente non è l'intero mondo economico che sta avendo questa reazione; resta ancora una forte ed ampia componente di questo mondo che crede sia possibile tuttora perseguire l'economia della crescita a tutti i costi e che continua a considerare la conoscenza scientifica che pone l'evidenza dell'insostenibilità dell'attuale relazione tra sistemi naturali e sistemi sociali come un approccio "catastrofista"  da combattere. Nonostante tutto ciò non possiamo negare i tanti segnali alternativi che provengono da illustri economisti e tanti studiosi di altre scienze sociali che sottolineano l'importanza di analizzare l'attuale crisi economica in una prospettiva più ampia di limitazione delle risorse naturali e di insostenibilità complessiva dei nostri modelli di sviluppo.

Recentemente è stato reso noto il rapporto Social Watch 2009, realizzato dall'Instituto del Tercer Mundo di Montevideo e intitolato "Making finances work: People First" , il rapporto globale sull'operato dei governi e degli organismi internazionali per lo sradicamento della povertà, i diritti sociali e per l'equità in genere (vedasi il sito www.socialwatch.org  e quello della coalizione italiana Social Watch www.socialwatch.it).

Nel capitolo introduttivo Roberto Bissio, del segretariato internazionale di Social Watch, scrive : «La bancarotta della banca d'investimento Lehman Brothers nel settembre 2008 è considerata da molti come il punto di rottura di una serie di crolli nel sistema bancario che si sono propagati come un incendio nei mercati finanziari  e nelle borse delle economie più ricche del mondo. Da quel momento la parola "crisi" ha dominato il panorama mediatico e il dibattito politico a livello globale. La Grande Depressione che scosse il mondo nei primi anni '30 viene spesso citata come unico precedente e il famoso storico Eric Hobsbawm ha paragonato il tonfo di Wall Street alla caduta del muro di Berlino. Considerato il maggiore storico del ventesimo secolo Hobsbawm afferma :" L'economia capitalista di libero mercato, totalmente priva di restrizioni e controlli (...) che ha conquistato il mondo ed i governi a partire dall'era Thatcher e Reagan (...) sta crollando sotto i nostri occhi" così come "le economie centralizzate a pianificazione statale, di tipo sovietico, sono crollate vent'anni fa." (vedasi Eric Hobsbawm  "Socialism has failed. Now capitalismis bankrupt. So what comes next?" pubblicato da The Guardian 10 aprile 2009, consultabile sul sito www.guardian.co.uk) .

Bissio prosegue: «Il Rapporto Social Watch, primo rapporto mondiale dal "basso" sull'impatto sociale della crisi, contiene i dati raccolti da organizzazioni della società civile in oltre 60 paesi. Le agenzie ONU e altre istituzioni hanno riportato stime sui milioni di posti di lavoro che andranno persi nel mondo, gli ulteriori milioni di persone che cadranno in miseria e l'aumento del numero di bambini che rischiano la morte a causa dell'incapacità dei mercati di risolvere i problemi da essi stessi creati (contrariamente all'opinione prevalente fino all'anno scorso). Per quanto preziose, tali stime sono pur sempre calcolate su aggregati globali e non risultano da una diretta osservazione dal basso. Il cumulo dei dati provenienti dai paesi ricchi e poveri di tutti i continenti evidenzia notevoli somiglianze e anche una varietà di situazioni che arricchisce il quadro finora disponibile, rendendolo ancora più drammatico e ponendo i soggetti decisionali di fronte all'urgenza di attuare politiche che mettano le persone al primo posto. Non è solo una questione di giustizia sociale ma anche di solida politica economica, come dimostrato da una breve panoramica sui rapporti nazionali».

La situazione complessiva che ci appare, a tutti i livelli, dalle analisi approfondite realizzate per documentare lo stato, l'evoluzione e la pressione esercitata dalle nostre società sui sistemi naturali e lo stato e l'evoluzione dei nostri stessi sistemi sociali, ci dimostra chiaramente che non è possibile continuare a percorrere la strada seguita sino ad ora. Le capacità innovative, di coraggio e di "visione" dei leader politici ed economici attuali faranno la differenza. Saranno capaci di migliorare lo stato del mondo, ripensando, ridisegnando e ricostruendo?

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