[17/02/2010] News

L'informazione ambientale decollerÓ grazie alla sesta W?

LIVORNO. Le cinque W (who, what, when, where, why) sono da tempo uno schema irrinunciabile del giornalismo. Ora c'è una sesta W, il web, che propone nuove regole, suggerisce una comunicazione diversa, partecipata, dove l'utente può essere insieme, il lettore e il media: l'informazione non è più monodirezionale, mentre la stampa tradizionale è stata costretta a cedere il monopolio delle notizie. Una situazione particolarmente interessante anche per l'informazione ambientale. E proprio a questi temi è dedicato il convegno del 22 febbraio a Roma nell'incontro organizzato dal blog Le Rane e intitolato la sesta w (http://lerane.wordpress.com/la-sesta-w/). A discuterne con il pubblico saranno Alessandro Gilioli (L'espresso, blog Piovono Rane), Filippo Rossi (direttore Farefuturo web magazine), Giuseppe Smorto (condirettore Repubblica.it), Arturo Di Corinto (CATTID Università La Sapienza di Roma), Francesco Piccinini (direttore Agoravox Italia), Stefania Ragusa (presidente Movimento 1° Marzo 2010 -- sciopero dei migranti), Alberto Fiorillo (giornalista free lance, blogger per anni ufficio stampa di Legambiente).

Fiorillo, Come sta oggi l'informazione ambientale italiana?

«Abbiamo un grosso problema di superficialità  con cui vengono affrontati i temi. Penso ad esempio ai cambiamenti climatici. Da noi le due tesi, quella scientificamente acclarata della responsabilità umana, e quella sulle cause naturale, hanno mediaticamente lo stesso peso. Oppure un altro esempio classico: il Corriere della Sera ha pubblicato in prima pagina e in più occasioni che le mucche inquinano più dei tir senza analizzare la veridicità dell'informazione.  La fonte, cioè la Fao dice esattamente il contrario, ovvero che la produzione di gas serra (che non è un inquinante) è frutto di un'agricoltura e una zootecnia estremamente industrializzata, con una forte incidenza dei prodotti alimentari che viaggiano da un capo all'altro del pianeta. Di per sé la mucca fa poco, ma questa è informazione che vuole stupire e non informare. E finisce per disorientato il lettore e allontanarlo dalle vere questioni ecologiche».

In altri paesi accanto ai giornalisti di nera, di bianca,  sportivi, ci sono colleghi specializzati sull'ambiente...

«Secondo me il fatto che non ci sia un redattore ambientale non è di per sé una mancanza. I temi ambientali si propongono in modo trasversale, quindi potrebbe essere addirittura un valore...

Il problema non è di chi scrive, ma quello dell'accreditamento delle fonti, perché se un giornalista è bravo e onesto intellettualmente riesce a sintetizzare al pubblico quello che altri spiegano. Più che sentire mancanza di giornalisti specializzati, sento quindi la mancanza di fonti ben informate. Faccio qualche altro esempio. Su questioni come le ecomafie oppure sul nucleare, la televisione non va comunque a pescare veri esperti sull'argomento, ma chiama i politici di turno, magari uno come Franco Battaglia oppure per parlare di rivoluzione verde spunta Jeremy Rifkin. Mentre persone esperte e preparate come Pippo Onufrio - per fare un nome a caso- non trovano spazio. In questo c'è una corresponsabilità: da una parte la superficialità di chi detiene il palcoscenico, dall'altar però c'è da parte degli ambientalisti una difficoltà a comunicare se stessi, a diventare e proporsi opinion leader. Noi dobbiamo riuscire a creare personaggi autorevoli e le uniche due volte che ci siamo riusciti è stato un caso, con Carlo Petrini per l'alimentazione e con Ermete Realacci per la soft economy». 

Quale può essere allora il ruolo della sesta W, il web?

«La rete è una splendida adolescente che sta crescendo veramente bene e in salute. Realtà come Greenreport o Ecodallecittà, sono micromedia specialisti che contengono un'informazione più ampia, approfondita e puntuale rispetto ai media tradizionali. E a differenza del Corsera o del tg1, che uno legge o guarda per abitudine, per affezione, i micromedia che stanno sulla rete hanno la necessità  di garantire l'autorevolezza e la correttezza dell'informazione.

Come ha ben sottolineato l'editorialista americano Dan Gillmor "l'universo dei lettori, ne sa sempre più di me" e questo saperne di più, questo straordinario patrimonio di conoscenze e competenze è un incentivo per chi scrive on line e offre l'opportunità alla rete di trasformarsi nel primo vero mezzo di comunicazione di massa, in un giornale al servizio della libertà di manifestazione del pensiero».

Non ha paura che la sovrabbondanza di informazioni sul web possa nuocere alla sua qualità?

«E' possibile, però credo anche che il giornalismo 2.0 - grazie anche ai commenti dei lettori, al controllo e alle correzioni immediate di quanto pubblicato, all'arricchimento delle fonti che deriva dai link e dalle segnalazioni di altri utenti - abbia più anticorpi per evitare la faziosità e la partigianeria, e che tenga in maggior considerazione l'interesse collettivo all'accesso e alla fruizione delle informazioni rispetto all'interesse particolare.

Il controllo che c'è in rete è quindi garanzia per il web, perché al tg gli si perdona quasi tutto, ma se domani greenreport scrive che una mucca inquina più di un tir, il giorno dopo si ritrova sommersa di mail e quello dopo ancora registrerà un drammatico calo di visite. Insomma, si tratta di capire come questa ragazzina (il web) può uscire dalla sua cameretta ampliando l'utenza ma anche portando effetti positivi sui media tradizionali, formandoli a un'informazione ambientale più corretta».

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