[03/11/2010] News

Bacini idrografici: la crisi della pianificazione, altro che sciacallaggio

PISA. All'indomani dei disastri naturali specie se con vittime -quasi sempre annunciati-le polemiche si sprecano con accuse anche di sciacallaggio a chi ne denuncia le cause e soprattutto le responsabilità. Poi tra una visita di Bertolaso e l'altra tutto torna a placarsi e quando va bene si rimedia con fatica per tornare come nel gioco dell'oca alla casella di partenza ma non per tutto naturalmente e soprattutto non per tutti.

Puntuale torna allora la denuncia dei mancati finanziamenti degli interventi previsti e indispensabili. Ma qui si presentano già due aspetti destinati ad essere rapidamente accantonati e poi puntualmente ignorati. Il primo attiene appunto ai finanziamenti che raramente è oggetto di riflessioni, verifiche anche in sede parlamentare oltre che regionale, sebbene la misura sia impressionante e ancor più la siano gli effetti e i costi non solo umani del loro mancato impiego.

Non vi è probabilmente comparto in cui siano così evidenti nella loro drammaticità i costi anche a lungo termine dei mancati interventi. Insomma qui gli interessi sono salatissimi; umani e ambientali. I dati allarmanti che all'indomani dei disastri tornano a circolare lo si sarà notato provengono di norma da Legambiente, WWF, Geologi, Gabbanelli mai da fonti ‘ufficiali', ministeriali.

Eppure le competenze specie dopo le modifiche apportate alla legge 183 alla chetichella e senza resistenze degne di rilievo solo qualche anno fa hanno accresciuto -se possibile- le responsabilità ministeriali incluso quella di ridisegnare i vari bacini. Quasi per caso poi si apprende magari che a Roma anche gli uffici preposti alla bisogna vengono abrogati, ridimensionati, affastellati con altri senza che il paese -parlamento incluso- dispongano di una mappa aggiornata della situazione a partire da chi dispone oggi di un piano e chi no.

E veniamo così al secondo aspetto. Sono previste in varie parti d'Italia iniziative per ricordare '40 anni dopo' il rapporto De Marchi da cui prese corpo la legge 183, la prima legge ambientale importantissima del dopoguerra ( dopo quella sugli inquinamenti) a cui sarebbe seguita poi quella sui parchi. E la novità maggiore era l'introduzione della pianificazione dei bacini non più intesi solo come ambienti destinati a ‘casse di espansione', ‘vasche di laminazione', ‘briglie, ‘collettori' etc ma i cui piani dovevano riguardare anche la fauna, la flora, la condizione delle acque, dei boschi, delle campagne etc.

Un contesto che indusse un deputato, quando Galasso presentò in parlamento il suo primo decreto, a chiedergli cosa c'entrassero i fiumi con il paesaggio. Ecco, i bacini c'entravano e c'entrano anche col paesaggio, ma i piani che ne tengono conto sono pochi perché molti bacini non dispongono neppure di un piano generale, ma di questo nel dibattito politico, ambientale e istituzionale troveremo raramente traccia anche dopo i disastri.

Del resto i ministeri hanno poca passione per queste mappature ambientali che permettono di conoscere la situazione su cui poi si dovrebbe intervenire appunto con cognizione di causa perché se non si conosce adeguatamente le cose quando si interverrà -sempre che lo si faccia- lo si farà male e spesso a bischero sciolto.

La legge sui parchi del 91, ad esempio, prevedeva la Carta della natura che però è ancora in viaggio e chissà quando arriverà a destinazione. La legge sul suolo aveva anche introdotto un'altra novità e cioè che la pianificazione dei bacini non aveva soltanto quei connotati ambientali appena ricordati ma riguardava una scala assolutamente non riconducibile nella maggior parte dei casi ai confini amministrativi comunali, provinciali ed anche regionali. Una scala incompatibile insomma con il leghismo che rivendica confini e ruoli ambientali padani che nulla hanno a che fare né con il Po né con altri fiumi e laghi che della padania ovviamente se ne infischiano.

Che anche una legge così importante sia stata prima lesionata poi ignorata e non finanziata per lasciare libero corso ad altri interventi sul territorio anche abusivi dà la misura della crisi delle politiche di programmazione e pianificazione che pure dovevano e dovrebbero anche in base al titolo V della costituzione essere alla base di quel governo del territorio affidato ormai ad un rompete le righe rovinoso e irresponsabile.

In questi giorni è stato ricordato quante migliaia di comuni sono esposti in Italia ai rischi idrogeologici e quante decine e centinaia per regione. Bastano queste cifre alle quali si possono aggiungere le province e le sopravvissute Comunità montane per capire che questi rischi non possono essere fronteggiati seriamente senza il ruolo determinate delle autorità di bacino e della loro pianificazione. Termine -bisogna dirlo- che è sempre più raro ritrovare nell'agenda di lavoro del governo innanzitutto ma assai poco anche del parlamento come del resto si può vedere scorrendo gli ormai innumerevoli decreti, deleghe etc sul federalismo.

E se la situazione nazionale è disperante quella regionale pur diversificata non è certo brillante sia per gli effetti di un centralismo incompetente e inefficiente sia per le stesse difficoltà, ritardi e inadempienze regionali. E' merito perciò di Enrico Rossi presidente della regione Toscana avere detto dopo l'ennesimo disastro con vittime che occorre un piano nazionale e non soltanto per i finanziamenti assolutamente insufficienti. Ed è per questo che probabilmente si è beccato subito anche l'accusa di sciacallaggio.

Se questa drammatica situazione insegna qualcosa è dunque che la risposta per essere efficace può essere solo concertata e incentrata sulla leale collaborazione istituzionale senza manfrine a scaricabarile. Un problema insomma che non può essere eluso da nessuno neppure da quelle regioni che la programmazione non l'hanno abrogata e messa al bando.

E voglio riferirmi in particolare -anche perché la conosco meglio- ad una regione come quella Toscana colpita più volte e drammaticamente da frane e esondazioni e impegnata in un serio confronto sul suo piano ( PIT) regionale. Neppure il PIT , infatti, mette i suoi 13 bacini tra le sue ‘invarianti' ambientali ossia quelle realtà da cui non si può prescindere qualunque sia l'intervento che si intende mettere in atto. Idem anche per invarianti della rete ecologica che vuol dire innanzitutto parchi nazionali e regionali.

Il PIT in sostanza ignora in larga misura valli fluviali come l'Arno e il Serchio e in pratica anche i parchi. Il che significa in soldoni non soltanto ignorare ambienti decisivi per qualsiasi programmazione regionale ma anche ignorare o mettere comunque in un angolo il ruolo di quei soggetti preposti alla loro gestione e cioè le autorità di bacino e gli enti parco che operano appunto su quella scala non municipale o amministrativa determinante per qualsiasi politica di programmazione non velleitaria. Si tratta di una trappola in cui già prima del PIT era caduta anche la legge del 2005 sul governo del territorio attualmente in discussione. Ma se non vogliamo nella sostanza confermare quelle discutibili scelte bisogna dire una volta per tutte che la partita in Toscana ( come altrove) si gioca non semplicemente su un diverso equilibrio tra regione e comune -come qualcuno è tornato a riproporre nonostante gli evidenti fiaschi di questa scelta-. L'equilibrio va ricercato tra competenze e ruoli dei soggetti elettivi e soggetti non elettivi ma strategicamente essenziali per la politica regionale ed anche nazionale e comunitaria.

Insomma anche in Toscana bacini e parchi sono strumenti determinati per qualsiasi politica che non voglia mettersi sotto i piedi quelle ‘invarianti' che danno fastidio solo a chi confonde la programmazione con il fare ognuno quello che gli pare.

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