[05/01/2012] News

La green economy Ŕ prima di tutto una rivoluzione culturale

Non pu˛ essere ridotta solo ad un contributo allo spostamento negli investimenti dei finanziamenti alle tecnologie a bassa intensitÓ di carbonio

Inizia un nuovo anno che credo debba essere colto come una grande opportunità per un avvio tangibile di quel cambiamento epocale che è ormai ineludibile, a fronte di una situazione complessiva ambientale, economico, sociale, istituzionale, fortemente negativa.

La pesantissima crisi economico e finanziaria in cui siamo entrati dal 2008 a livello globale, deve essere assolutamente utilizzata per le straordinarie opportunità che ci offre nel cambiare decisamente la strada sulla quale abbiamo avviato, da decenni, i nostri modelli di sviluppo.

Si tratta di una sfida veramente imponente perché riguarda le nostre profonde e radicate convinzioni e percezioni culturali che hanno permeato lo sviluppo delle società umane industriali e tecnologiche sino ad oggi.

C'è infatti un quesito fondamentale per tutta l'umanità, che dovrebbe essere al primo punto all'ordine del giorno delle agende politiche internazionali ed al quale, invece, la politica e l'economia sembrano non prestare alcuna priorità:  "E'possibile consentire uno stile di vita, quale quello medio degli abitanti dei paesi ricchi, all'intera popolazione mondiale attuale di 7 miliardi ed a quella prevista per il 2050, di 9 miliardi e 300 milioni ? "

La comunità scientifica che, da decenni, cerca di comprendere il complesso funzionamento dei sistemi naturali e gli effetti che l'intervento umano produce su di essi è, da tempo, ben chiara su questo punto. La risposta è no, non è possibile.

L'attuale crisi ci sta dimostrando sempre di più l'insostenibilità anche sociale dei nostri sistemi di sviluppo economico.

Eppure noi continuiamo a vivere in un sistema culturale permeato sul perseguimento di una continua crescita, materiale e quantitativa, e su modelli di uso delle risorse basati sul sovra consumo e sullo spreco, con il risultato di pesanti effetti deteriori economici, sociali ed ambientali che inficiano il nostro benessere e la qualità delle nostre esistenze.

La conoscenza scientifica ci dice chiaramente che il peso e la pressione che stiamo esercitando sui sistemi naturali, sulle loro capacità rigenerative (relativamente all'utilizzo delle risorse rinnovabili) e ricettive (relativamente alle capacità di metabolizzare scarti e rifiuti solidi, liquidi e gassosi prodotti dai nostri metabolismi sociali) sono ormai chiaramente troppo elevati e possono mettere a rischio le basi stessa della nostra sopravvivenza.

La situazione in cui versa la relazione tra sistemi naturali e sistemi sociali oggi è  sempre più insostenibile dal punto di vista ambientale e di giustizia sociale. Manteniamo un mondo con una popolazione e con i consumi pro capite in crescita ma con differenze di reddito enormi e la persistenza di più di un miliardo di esseri umani denutriti.

Il processo che sta portando le leadership, non solo politiche ed istituzionali ma anche del mondo delle imprese, della società civile, della scienza e della cultura ecc. di tutti i paesi del mondo, verso la Conferenza delle Nazioni Unite sullo sviluppo sostenibile (vedasi www.uncsd2012.org) che avrà luogo a Rio de Janeiro  il 20-22 giugno prossimi, si rivela molto importante per affrontare direttamente i nodi irrisolti di politiche nazionali ed internazionali che continuano ancora, nella pratica, ad ignorare i principi fondamentali della sostenibilità.

Ancora oggi non esistono politiche integrate di tipo economico, sociale ed ambientale, mentre si continua a perseverare con politiche parcellizzate e settoriali che affrontano separatamente questi temi. Ancora oggi non ha luogo, nei fatti, il pieno riconoscimento del valore della natura, degli ambienti naturali, della biodiversità, degli ecosistemi che ci sostengono e senza i cui servizi non avremmo benessere e processi economici. Ancora oggi abbiamo sistemi economici che perseguono un carico di tassazione sul reddito e sul lavoro e non, invece, sull'uso delle risorse e sulla produzione di inquinamento solido, liquido e gassoso. Ancora oggi abbiamo sistemi economici che, non riconoscendo la realtà ovvia che deriva dal fatto che la nostra economia è un sottosistema del più vasto e fondamentale ecosistema globale dal quale tutti deriviamo e senza il quale non possiamo vivere, non sono capaci di affiancare, allo stesso livello di importanza, una contabilità economica e una contabilità ecologica. Ancora oggi finanziamo, con ingenti sussidi perversi, attività estremamente dannose per la natura, in tutti i campi, dall'energia alle infrastrutture, dall'agricoltura alle pratiche forestali e a quelle ittiche ecc. Ancora oggi siamo immersi in una cultura che promuove il consumismo e lo spreco che risultano essere, spesso, dei veri obiettivi della nostra esistenza.

La concomitanza della persistente crisi economica e finanziaria con il crescente gravissimo deficit ecologico presente ormai in tutto il pianeta, dovrebbe fornirci lo stimolo e lo spunto per fare della Conferenza di Rio un momento fondamentale necessario ad avviare finalmente percorsi virtuosi nelle relazioni tra sistemi naturali e sistemi sociali.

La soluzione a questi problemi non passa soltanto attraverso la promozione di una Green Economy così come molti oggi la vogliono interpretare. La Green Economy non può essere una riverniciatura di verde dell'attuale sistema economico ma deve essere una forma di nuova organizzazione dell'economia e dell'individuazione delle priorità, sostanzialmente diversa da quella che ha dominato il pensiero e l'operato economico sino ad oggi.

La Green Economy non può essere ridotta solo ad un contributo allo spostamento negli investimenti dei finanziamenti alle tecnologie a bassa intensità di carbonio, fattore certamente lodevole e apprezzabile ma che non può caratterizzare da solo un nuovo modello economico. La Green Economy inevitabilmente dovrà reimpostare valori, principi, regole e metodi del sistema economico attualmente in atto.

Innanzitutto dovrà riconoscere, nei fatti, che il valore del capitale naturale garantisce la stessa esistenza delle nostre vite e dei sistemi economici. Nella cultura economica dominante la natura, gli ecosistemi, la biodiversità fondamentalmente non "esistono", vengono considerati solo come sorgenti di risorse (ancora oggi spesso ritenute inesauribili) e come serbatoi di rifiuti ed inquinamenti (anche qui spesso rienuti inesauribili). La consapevolezza di come agiscono i nostri metabolismi sociali devastando i metabolismi naturali non è certo avvertita come sarebbe fondamentale fare. Attuare una Green Economy vuol dire proprio, come scrivevo più sopra, passare da un'impostazione culturale che considera il nostro sistema economico come il sistema centrale del nostro mondo e delle nostre società ad un'impostazione culturale consapevole che il sistema economico è solo un sottosistema del vasto e profondamente complesso ecosistema globale che ci consente di esistere.

Quindi una Green Economy riguarda un‘impostazione del sistema economico che deve trovare le soluzioni al come vivere entro gli evidenti limiti biofisici imposti dal nostro pianeta e oggi sempre più conosciuti dalla comunità scientifica. Si tratta veramente di una profonda rivoluzione culturale che dovrebbe vedere trionfare lo slogan "Living Within Limits", vivere entro i limiti, che è l'opposto di quanto abbiamo sin qui fatto (tra l'altro "Living Within Limits. Ecology. Economics and Population Taboos" è il titolo di un bel libro scritto dal noto ecologo umano Garrett Hardin nel 1993 e pubblicato dalla Oxford University Press).

Oggi sono stati fatti importanti passi in avanti nell'approfondire il legame esistente tra la struttura, i processi, le funzioni, i servizi della natura e le società umane soprattutto attraverso i due significativi rapporti internazionali del Millennium Ecosystem Assessment (www.maweb.org) del 2005 e del The Economics of Ecosystems and Biodiversity (www.teebweb.org ) del quale sono stati pubblicati gli ultimi testi nel 2011 e dei quali abbiamo più volte trattato nelle pagine di questa rubrica.

Ci si presenta quindi una grande opportunità, centrale per far virare le nostre società verso un futuro certamente migliore dell'attuale e dobbiamo assolutamente coglierla e fare in fretta.

I migliori auguri per questo 2012 vanno proprio nella direzione di cogliere questa opportunità.

Torna all'archivio