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Adattarci al clima che cambia: ecco quanto dobbiamo investire, in Italia e in Europa

 |  Editoriale

L’adattamento ai cambiamenti climatici è ormai entrato stabilmente nell’agenda politica europea, ma resta spesso in secondo piano rispetto alla più visibile sfida della mitigazione e della transizione energetica. In Italia, la questione dell’adattamento ai cambiamenti climatici è percepita come una priorità sociale e politica crescente. Secondo un’indagine dell’European Investment Bank, oltre il 97% degli italiani riconosce l’importanza di adattarsi al cambiamento climatico, e il 67% ritiene che sia una priorità nazionale da affrontare nei prossimi anni; tra questi, il 91% sostiene che investire oggi in adattamento sia essenziale per evitare costi maggiori in futuro. 

Un recente studio della Commissione europea sviluppato dalla collaborazione di Ricardo e Cmcc, Assessment of EU and Member States adaptation investment needs- Study on the macro-economic impacts of the climate transition, prova a colmare il divario fra percezione del problema e realizzazione effettiva di una “policy”, offrendo per la prima volta una stima sistematica e coerente dei fabbisogni finanziari necessari per rendere l’Unione resiliente agli impatti climatici. Ne emerge un quadro articolato, che consente di comprendere meglio dimensioni economiche, criticità metodologiche e, appunto, implicazioni di policy.

Il cuore dell’analisi è una stima “dal basso verso l’alto” dei costi di adattamento, costruita settore per settore e Paese per Paese. Il risultato centrale è chiaro: per proteggere territori, infrastrutture ed economie europee dagli effetti crescenti di ondate di calore, alluvioni, siccità e innalzamento del livello dei mari, servirebbero circa 69 miliardi di euro all’anno fino al 2050, con un intervallo plausibile compreso tra 60 e 78 miliardi. In termini cumulati, parliamo di circa 1700 miliardi dal 2026 al 2050 che risulterebbero circa 1200 miliardi in valore attuale netto. Per l’Italia si tratterebbe di un investimento di circa 10 miliardi all’anno, con un cumulato di 250 miliardi ed un valore attuale netto di 176 miliardi. Questi valori possono trovare una coerenza di fondo con la proposta del nuovo libro “Fuori dalle emergenze – Il Mulino” da me scritto insieme a Erasmo D’Angelis, laddove si prevede un investimento di adattamento per i prossimi quindici anni nell’area “ciclo dell’acqua e incendi” di 132 miliardi, senza considerare gli investimenti per il funzionamento del servizio idrico integrato.

I 69 miliardi per l’Europa sono una cifra rilevante, ma che va letta nel giusto contesto. Se confrontata con gli investimenti necessari per la decarbonizzazione – stimati dalla Commissione in oltre 560 miliardi l’anno al 2030 e circa 660 miliardi annui fino al 2050 – l’adattamento rappresenta una quota relativamente contenuta. Ciò non significa che sia meno importante: al contrario, senza adeguate misure di resilienza, gli sforzi di mitigazione rischiano di essere vanificati dall’aumento dei danni climatici.

La distribuzione settoriale dei fabbisogni conferma la natura trasversale dell’adattamento. Il capitolo più oneroso riguarda le infrastrutture, con circa 29 miliardi di euro l’anno: reti di trasporto, sistemi idrici, difese costiere e reti energetiche devono essere ripensati per resistere a condizioni climatiche sempre più estreme. Seguono gli investimenti negli ecosistemi (21 miliardi), fondamentali per rafforzare le difese naturali dei territori, e quelli per agricoltura e sicurezza alimentare (11,5 miliardi). Anche la salute pubblica richiede risorse significative, circa 7 miliardi annui, mentre risultano più contenuti – e probabilmente sottostimati – i costi legati alla stabilità economica e finanziaria.

Uno degli elementi più interessanti dello studio riguarda il confronto tra costi e benefici. Gli investimenti in adattamento, infatti, generano spesso co-benefici importanti: migliorano l’efficienza energetica, rafforzano la biodiversità, riducono i rischi sanitari e contribuiscono alla coesione sociale. Molte soluzioni basate sulla natura, come il ripristino di zone umide o la riforestazione urbana, proteggono dai rischi climatici e allo stesso tempo favoriscono l’assorbimento di carbonio. In questo senso adattamento e mitigazione non sono strategie alternative, ma complementari.

Il vero confronto da fare, tuttavia, è con i costi dell’inazione. Tra il 1980 e il 2024 le perdite economiche dovute a eventi climatici estremi nell’UE hanno superato gli 800 miliardi di euro, e la tendenza è in forte crescita. Senza interventi di adattamento, i danni annuali potrebbero raggiungere tra 100 e 200 miliardi di euro entro la fine del secolo. Investire in resilienza non è quindi solo una necessità ambientale, ma una scelta di razionalità economica.

Non mancano però i limiti metodologici, sostengono i curatori dello studio. Le stime si basano su uno scenario climatico moderato (RCP 4.5) e su un orizzonte al 2050, e riflettono soprattutto esigenze di breve-medio periodo. Inoltre, l’approccio adottato fatica a cogliere pienamente i cosiddetti rischi a cascata: gli effetti sistemici che collegano tra loro settori e Paesi, come l’interruzione simultanea di reti energetiche e trasporti o le ripercussioni globali sulle catene di approvvigionamento. Per queste ragioni, le cifre proposte vanno probabilmente considerate come una soglia minima dei fabbisogni reali.

Un altro aspetto cruciale riguarda la dimensione distributiva. In valore assoluto i costi maggiori ricadono sulle grandi economie europee, ma in rapporto al Pil l’onere è molto più pesante per alcuni Paesi più piccoli e vulnerabili. Stati come Estonia e Lettonia dovrebbero sostenere investimenti pari a oltre l’1,6% del Pil, contro una media europea dello 0,6%. Senza adeguati meccanismi di solidarietà, il rischio è quello di un’Europa a due velocità nella capacità di proteggersi dal clima.

Dal punto di vista finanziario, emerge una netta asimmetria tra mitigazione e adattamento. La prima è trainata in larga misura dal settore privato, grazie a modelli di business relativamente chiari e a ritorni economici misurabili. L’adattamento, invece, resta fortemente dipendente dalla spesa pubblica, perché molti dei suoi benefici sono collettivi e difficilmente monetizzabili. Oggi le risorse mobilitate a livello europeo per l’adattamento sono stimate tra 20 e 33 miliardi l’anno, ben al di sotto dei fabbisogni individuati.

Il panorama dei finanziamenti è frammentato. Accanto ai fondi Ue – politica di coesione, Pac, Recovery and resilience facility, strumenti della Bei – convivono bilanci nazionali e locali e, in misura ancora limitata, capitali privati. Negli ultimi anni sono stati compiuti passi avanti importanti: la tassonomia europea per la finanza sostenibile, gli obblighi di disclosure climatica e lo sviluppo di strumenti come blended finance e assicurazioni legate alla resilienza stanno creando un contesto più favorevole. Ma le barriere restano numerose: difficoltà a trasformare le strategie in progetti “bancabili”, mancanza di dati affidabili, scarsa integrazione dei rischi climatici nelle decisioni di investimento.

Da qui le raccomandazioni di policy formulate dallo studio. La prima è rafforzare le condizioni abilitanti: governance più chiara, capacità amministrativa, definizione delle responsabilità tra pubblico e privato. Occorre poi integrare sistematicamente la resilienza in tutti gli investimenti pubblici, introducendo criteri obbligatori di climate-proofing, cioè il processo per rendere le infrastrutture resilienti ai cambiamenti climatici in fase di progettazione, e sfruttando in modo più mirato i fondi europei esistenti. Un ruolo chiave potrà essere svolto dallo sviluppo di strumenti finanziari innovativi, dall’espansione delle assicurazioni preventive e dalla disponibilità di dati climatici armonizzati.

Fondamentale è anche migliorare i processi decisionali. Troppo spesso le scelte di investimento non considerano in modo adeguato i costi evitati grazie all’adattamento e i benefici sociali e ambientali. Servono analisi costi–benefici più complete e trasparenti, capaci di valorizzare le misure con costi bassi e capaci di portare benefici in ogni condizione climatica futura.

Lo studio mette in luce, infine, un problema strutturale di conoscenza. Mancano dati standardizzati sui costi delle misure, definizioni comuni, sistemi di monitoraggio comparabili tra Paesi. I Piani nazionali energia e clima e i Piani nazionali di adattamento raramente includono stime finanziarie solide. Per questo viene proposta la creazione di un quadro europeo armonizzato di reporting e l’integrazione dei rischi climatici nella pianificazione di bilancio, in linea con la direttiva Ue sui quadri fiscali nazionali.

Quindi, in sintesi, l’adattamento richiede risorse ingenti ma sostenibili, nettamente inferiori ai costi della mitigazione e soprattutto a quelli dell’inazione. Dall’altro, il vero ostacolo non è solo la quantità di denaro disponibile, ma, in line con la situazione italiana, la qualità della governance e degli strumenti con cui le risorse vengono mobilitate e indirizzate.

Basti pensare che, in Italia, nel  2023 è stato approvato il Piano nazionale di adattamento ai cambiamenti climatici (Pnacc), che aggiorna e amplia le strategie di resilienza in Italia, con l’obiettivo di ridurre i rischi e aumentare la capacità di adattamento di sistemi naturali, sociali ed economici entro il 2050, ma che ad oggi il Piano risulta  debole sul piano operativo e molte delle misure identificate risultano pure descrizioni, mentre restano lacune nei costi dettagliati e nei finanziamenti specifici e realmente disponibili  per interventi strutturali.

Trasformare l’adattamento in una componente strutturale delle politiche economiche europee è dunque la sfida dei prossimi anni. Significa superare la logica emergenziale e riconoscere che investire in resilienza non è un costo accessorio, ma una condizione essenziale per la competitività, la sicurezza e la coesione dell’Unione. Lo studio fornisce una base solida per compiere questo salto di qualità. Spetta alla politica e alle istituzioni europee e nazionali tradurlo in azioni concrete.

Mauro Grassi

Mauro Grassi, economista, ha lavorato come ricercatore capo nell’Istituto di ricerca per la programmazione economica della Toscana (Irpet), ha lavorato a Roma come dirigente caposegreteria del Sottosegretario ai Trasporti Erasmo D’Angelis (Ministero delle Infrastrutture) e quindi come direttore di Italiasicura (Presidenza del Consiglio) con i Governi Renzi e Gentiloni. Attualmente è consulente e direttore della Fondazione earth and water agenda.