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Biologico, dove vai e da dove vieni? Crescono produzione e vendita ma anche le domande sul futuro

 |  Editoriale

Quello del biologico è settore in grande crescita come testimonia il rapporto di Ispra, che ora è chiamato a gestire questa crescita, tra l’esigenza di preservare i valori che l’hanno sempre contraddistinto e le esigenze di mercato. Sono stati temi al centro della recente edizione di Marca, la fiera dedicata ai marchi della Grande Distribuzione, e lo sarà certamente alla prossima dizione di Sana (Bologna 22-24 febbraio).

La crescita del biologico sembra inarrestabile e fa dell’Italia il primo Paese tra le grandi economie agricole europee. In percentuale fanno meglio solo Estonia, Svezia e Portogallo. In Italia la superficie agricola coltivata con metodo biologico ha superato il 20% del totale, sono infatti oltre 2 milioni e mezzo gli ettari destinati a bio con una prevalenza di prati e pascoli che da soli valgono il 30% del totale, se si aggiungono i seminativi (42%) si arriva al 70%. Segno che le colture permanenti (vite, olivo, frutta) valgono poco più del 20% e gli ortaggi addirittura solo il 2,5%. Quest’ultimi in particolare stentano a crescere. Il bio che manca sulle nostre tavole lo importiamo: grano, legumi, frutta arrivano dalla Turchia, l’olio dalla Tunisia.

Ovviamente sono cresciuti anche gli operatori che sfiorano quota centomila unità e tra questi crescono quelli che oltre a produrre pensano anche a trasformare. Rappresentano il 7,3% del totale delle aziende agricole.

I prodotti biologici italiani vengono dal sud ma si trasformano al nord, dove sono maggiori anche i consumi. Sempre secondo i dati Ismea il 58% della produzione si sviluppa nel meridione in particolare per l’olivicoltura e i frutteti (mandorle e agrumi). Merito di condizioni climatiche favorevoli ma anche di vantaggi economici come il costo della terra che al sud è sensibilmente inferiore, nel 2024 il prezzo medio per ettaro nelle regioni meridionali era sotto i 16mila euro (fino a 9mila nelle Isole), contro i 35.200 del Nord-Ovest e i 47.100 del Nord-Est. Se il sud è il grande serbatoio del bio italiano è al nord che acquista valore e produce ricchezza. Qui si concentrano le aziende di trasformazione con i distretti che favoriscono la nascita di filiere specifiche come quelle lattiero-casearie, dell’ortofrutta e della panificazione.

E i consumi? Il biologico è stabilmente al supermercato, è qui che si concentrano le vendite, al nord più che al sud, in particolare nel triveneto e in Emilia Romagna. Grande distribuzione dunque più che mercati e mercatini. Il biologico sembra uscito definitivamente da quella nicchia che l’aveva contraddistinto. Le vendite del bio nella Gdo rappresentano un giro d'affari da 2,1 miliardi di euro nel 2023. Le performance del biologico (+4,7% a valore e -0,3% a volume) oscillano in modo più moderato rispetto a quelle del settore alimentare nel suo complesso (+8,7% a valore e -1,2% a volume). L’origine italiana (34,5%) e la qualità nutrizionale (23,5%) dei prodotti ‘bio’ esercitano il maggior richiamo per l’acquisto di questa categoria di alimenti in Gdo. Sono solo alcuni dati evidenziati dalla ricerca Nielsen presentata a Bologna in occasione della fiera Marca. E quali alimenti scelgono gli italiani, quando sono davanti allo scaffale del bio? Uova, gallette e confetture sono sul podio dei prodotti biologici più venduti a valore. Completano la “top ten” del paniere 'bio' le buone performance di latte fresco e sostitutivi del latte Uht, olio extra vergine d'oliva, cereali per la prima colazione, creme spalmabili dolci, lo yogurt intero, la pasta integrale o con farine di farro, kamut o legumi e la verdura (IV gamma).

È il nuovo che avanza e che pone la domanda se il biologico saprà mantenere fede ai suoi valori fondativi. La prossima edizione di Sana, la fiera del biologico di Bologna, qualcosa in questo senso dirà e già comincia a dire. L’osservatorio della fiera in collaborazione con Nomina, Ice e Ismea ha scattato la foto di un comparto “in piena metamorfosi”. Vi si legge che il settore va “verso la modernità e l'aggiornamento ai trend più in voga. Il settore ha intercettato con prontezza la domanda di prodotti funzionali, veg-plant based, proteici e free-from, ibridandosi con le esigenze di un consumatore sempre più orientato al binomio salute-autenticità”.

Ma la sfida per il biologico non è solo quella di seguire le mode, lo ricorda la Cia (Confederazione Italiana Agricoltori) nel segnalare che alla crescita di superfici coltivate non corrisponde un aumento di reddito per gli agricoltori. E lo segnalano anche defezioni importanti, soprattutto nel settore vinicolo, dove, si dice, è diventato difficile se non impossibile fronteggiare i cambiamenti climatici con il solo ricorso ai metodi biologici e si preferisce passare alla lotta integrata che garantisce una maggiore flessibilità nell’uso della chimica di sintesi. E proprio alla sfida climatica fa riferimento Barbara Nappini, presidente di Slow Food Italia e partner di Sana 2026, “l'agricoltura delle piccole e medie aziende, dice, sebbene più fragile di fronte alle sfide climatiche, è quella che risponde meglio in termini di resilienza. Queste realtà hanno bisogno di essere supportate per incontrare gli operatori professionali; sono loro i "preziosi ambasciatori" che portano il valore del territorio nel piatto del consumatore finale. Fame e spreco alimentare diventano così temi centrali che l'industria del bio deve affrontare non solo come istanze etiche, ma come leve di efficientamento produttivo e di riduzione degli scarti.

Novità di questi giorni, anche se attesa dal 2022, è l’istituzione del marchio “Biologico Italiano”. Il logo affiancherà quello europeo e servirà, appunto, a distinguere il prodotto italiano da quello d’importazione. L’adozione da parte degli agricoltori sarà volontaria ma nel caso se ne faccia uso sono previsti controlli specifici. Qualche scartoffia in più sicuramente da riempire nella speranza che l’orgoglio italico faccia la differenza al mercato.

Maurizio Izzo

Giornalista, responsabile comunicazione di una azienda che si occupa di produzioni video, organizzazione di eventi, multimedia. Ho prodotto numerosi documentari sulla cooperazione internazionale.