
Fuori dalle emergenze. Per proteggere l’Italia dai rischi naturali basta lo 0,9% del Pil in più: la prevenzione è l’investimento più conveniente per il futuro del Paese

L’uscita in libreria di Fuori dalle emergenze (edito da Il Mulino) rappresenta, come racconta Francesco Rutelli nella prefazione, molto più della pubblicazione di un libro: è un atto civile, un richiamo alla responsabilità nazionale, un invito a cambiare paradigma. È un lavoro densissimo di dati, analisi, memoria storica e proposte operative, che ambisce ad aprire un nuovo capitolo della storia italiana, contrastando l’immobilismo e superando contrapposizioni sterili che troppo a lungo hanno frenato scelte strategiche per la sicurezza del Paese.
Il punto di partenza è che l’Italia è insieme meraviglia e fragilità. La sua straordinaria bellezza convive con una vulnerabilità strutturale che negli ultimi settant’anni è stata aggravata da politiche urbanistiche miopi, espansioni edilizie disordinate, occupazioni di aree alluvionali e sismiche, condoni reiterati e da un’iperproliferazione normativa spesso priva di adeguata capacità amministrativa e operativa. Il risultato è che almeno 30 milioni di italiani vivono oggi in aree a rischio.
Il libro non indulge nella retorica dell’emergenza né nel fatalismo. Al contrario, smonta l’idea che le catastrofi siano un destino ineluttabile e mostrano come l’inseguimento continuo delle crisi – sismi, alluvioni, frane, incendi – sia non solo socialmente doloroso, ma economicamente insostenibile. I numeri parlano chiaro: ogni euro investito in prevenzione può generare risparmi tra 4 e 7 euro in costi di riparazione e ricostruzione. La Banca centrale europea ricorda che l’adattamento produce “tripli dividendi”: danni evitati, benefici economici, vantaggi socio-ambientali.
Il libro ricorda e valorizza la lunga tradizione italiana di competenze progettuali, ingegneristiche e gestionali nella battaglia contro i “rischi naturali” e ricostruisce le stagioni in cui il Paese ha saputo mobilitare risorse, visione e passione politica e civile: dal Piano Marshall al Piano Fanfani, dalla Cassa per il Mezzogiorno al Piano De Marchi e alla nascita delle Autorità di Bacino, fino alla stagione di Italia Sicura. Momenti in cui l’Italia ha dimostrato di saper programmare e accelerare investimenti pubblici strategici. Ma documenta anche, con onestà, ritardi, interruzioni e occasioni mancate, a partire proprio dall’abbandono di strutture operative dedicate alla prevenzione come Italia sicura.
La sfida riguarda tutto il territorio: città e aree montane, agricoltura e infrastrutture, coste, zone sismiche e aree a rischio idrogeologico. In un contesto in cui eventi un tempo definiti “estremi” stanno diventando ordinari, l’adattamento non è un’opzione ideologica ma una necessità strategica. Occorre sgombrare il campo dalle polemiche che negano il cambiamento climatico o rinviano le decisioni strutturali: inseguire le emergenze costa molto più che investire in resilienza.
Emblematica è la questione dell’acqua: accumularla e distribuirla quando scarseggia; assorbirla e gestirla quando è eccessiva, attraverso città e quartieri “spugna”. In un Paese dove la risorsa idrica non manca, ma dove pesano errori e inadeguatezze pluridecennali, buona programmazione, progettazione di qualità, realizzazione di opere strutturali e non strutturali e monitoraggio costante rappresentano uno dei migliori investimenti possibili per la Repubblica.
L’adattamento, inoltre, non è solo protezione: è politica industriale, è sviluppo di filiere produttive, è occupazione qualificata, è innovazione digitale e tecnologica. Può costituire la nuova stagione post-Pnrr, rafforzando il ruolo dell’Italia in Europa e nel Mediterraneo, contribuendo anche alle politiche di cooperazione internazionale previste dal Piano Mattei che guardano alla sicurezza idrica e idrogeologica, all’autosufficienza alimentare e alla disponibilità di energia nei Paesi in via di sviluppo.
“Fuori dal fango e dalle macerie: è l’ora dell’adattamento” è un’esortazione che suona come un programma di governo e come una chiamata collettiva. L’Italia, ottava potenza economica mondiale, non può continuare a essere tra le migliori nel soccorso e tra le ultime nella prevenzione. Ha conoscenze, tecnologie, competenze per difendere persone e patrimoni, pubblici e privati, evitando al tempo stesso gli esborsi finanziari che le emergenze ripetute producono.
La domanda finale del libro è semplice e decisiva: vogliamo continuare a spendere in emergenza o iniziare davvero a investire in prevenzione? I numeri non lasciano spazio all’ambiguità. Il Joint Research Centre della Commissione europea classifica l’Italia tra i Paesi Ue a “alta vulnerabilità stabile nel tempo” al 2035. Non esiste il “rischio zero”, ma esiste un obiettivo realistico e doveroso: ridurre i rischi, renderli gestibili, diminuire drasticamente vittime e danni.
Oggi l’Italia spende in media circa 12 miliardi di euro l’anno per inseguire le emergenze. Dal 1944 al 2016 solo i terremoti sono costati 290 miliardi di euro di risorse pubbliche. A questi si sommano circa 4 miliardi l’anno per dissesto idrogeologico, 1 miliardo per incendi, 2,5 miliardi per siccità, oltre ai costi indiretti su turismo, imprese, beni culturali e fiducia economica. Senza contare le perdite in vite umane e in danni alle persone. E le stime europee indicano un peggioramento: per l’Italia le perdite da eventi catastrofali potrebbero salire da 11,9 miliardi nel 2025 a 34,2 miliardi nel 2029, con un impatto fino a -1,75% di Pil.
Il piano proposto nel libro quantifica con chiarezza l’alternativa: 435 miliardi di euro in quindici anni, pari a 29 miliardi l’anno, di cui circa 20 miliardi aggiuntivi rispetto agli attuali livelli di spesa. Una cifra pari oggi allo 0,9% del Pil, sostenibile se confrontata con la spesa in conto capitale degli ultimi anni e con la mole di risorse mobilitate dal Pnrr. Non un “libro dei sogni”, ma un programma strutturato, fondato su stime elaborate da enti tecnici, associazioni di categoria, organismi scientifici e amministrazioni pubbliche.
La prevenzione è un bene pubblico essenziale: produce benefici diffusi, riduce perdite future, stabilizza il ciclo economico. È una scelta di razionalità economica prima ancora che di responsabilità civile.
A questo si deve affiancare un sistema assicurativo maturo e diffuso. L’obbligo dal 2025 per le imprese di stipulare polizze contro i rischi catastrofali è un primo passo. Ma l’Italia resta un Paese sotto-assicurato: appena l’1,65% delle abitazioni è coperto contro il rischio sismico. In Europa la copertura supera il 50% in molti Stati. Integrare pubblico e privato, mutualizzare il rischio, collegare premi e prevenzione significa condividere responsabilità e alleggerire il peso sulle finanze pubbliche.
Infine, il piano non è solo una somma di risorse: è una proposta di governance. Una cabina di regia stabile e riconosciuta per autorevolezza e capacità, una “zona di tregua” politica a vantaggio del piano per la sicurezza, una progettazione continua, cantieri no-stop e, “last but not least”, un monitoraggio proattivo rigoroso, trasparente e sempre aggiornato. E una nuova alleanza con i cittadini, attraverso informazione, formazione e strumenti innovativi – dall’intelligenza artificiale ai chatbot – per trasformare i Piani di Protezione civile in strumenti vivi, accessibili, comprensibili e rendere così la popolazione un “agente attivo” nella prevenzione e nella gestione delle emergenze.
La prevenzione non è una spesa aggiuntiva: è l’investimento più conveniente per il futuro del Paese. Riduce vittime e danni, rafforza l’economia, aumenta la competitività, tutela il patrimonio ambientale e culturale. È una scelta di lungimiranza finanziaria e di dignità istituzionale.
