
Senza rinnovabili non c’è sicurezza energetica. Dall’avvio della guerra tra Usa, Israele e Iran il prezzo del gas fossile è già raddoppiato

Più che la meteoropatia dell’energia da sole e vento, per la quale esiste sempre la cura delle batterie, oggi i mercati sembrano scontare ben altra volatilità: quella dei prezzi di gas e petrolio, che sono tornati a schizzare alle stelle dopo l’avvio della guerra scatenata da Usa e Israele sull’Iran, che per rappresaglia sta bombardando a sua volta gli Stati in Medio Oriente alleati degli statunitensi.
La compagnia statale QatarEnergy – la più importante al mondo nel settore – ha deciso d’interrompere la produzione di Gnl a causa degli attacchi iraniani; l’Arabia saudita ha chiuso temporaneamente la raffineria petrolifera di Ras Tanura, una delle più grandi al mondo con una capacità di 550.000 barili al giorno; l’Iran ha semiparalizzato i traffici marini nello Stretto di Hormuz, dal quale passa circa il 20% dei flussi globali di petrolio e Gnl.
Risultato? La quotazione della benzina è ai massimi dal giugno 2025 e quella del diesel da febbraio 2024, mentre il prezzo del gas sul mercato europeo di riferimento, l’olandese Ttf, è quasi raddoppiato fino a sfiorare i 60 €/MWh – mai così alto dall’agosto 2022, l’anno dell’invasione da parte russa dell’Ucraina (quando si toccarono punte superiori a 300 €/MWh). Un dato di realtà che costituisce una manna per gli esportatori di Gnl statunitense e con tutta probabilità anche per la Russia di Putin, mentre si tratta di una sciagura per consumatori e imprese.

«L’Europa sta affrontando il più grande campanello d’allarme per l’elettrificazione dai tempi dell’invasione totale dell’Ucraina – commenta Ana Maria Jaller-Makarewicz, lead energy analyst di Ieefa Europe – Ancora una volta, vediamo che la sicurezza energetica dell’Europa è messa a rischio da interruzioni dell’offerta, dipendenze dalle importazioni, volatilità dei prezzi e incertezza del mercato. E abbiamo già trovato una soluzione: sostituire il consumo di gas con rinnovabili ed efficienza energetica è fondamentale per ridurre questa dipendenza dal gas e dalle importazioni energetiche».
Tutto questo mentre in Parlamento è in corso una tornata di audizioni nell’ambito dell’esame del disegno di legge C. 2809 di conversione del decreto-legge 20 febbraio 2026, il cosiddetto decreto Bollette. «Le bollette scendono con le rinnovabili e con politiche fiscali a vantaggio dei consumatori. Il decreto non affronta la questione centrale, che è l’insostenibile dipendenza dal gas. Inoltre apre un conflitto con l’Europa sull’Ets anziché rafforzare il mercato unico dell’energia come opzione di sicurezza e competitività nei mercati globali», commenta Matteo Leonardi, che ha partecipato all’audizione in qualità di direttore e cofondatore di Ecco, il think tank italiano per il clima. Ma il problema non è solo italiano.
«È interessante la tempistica di tutto questo, no? Perché pensiamo, per esempio, alle opposizioni che abbiamo visto contro l’Ets – aggiunge nel merito Jan Rosenow, professore di Energy and Climate Policy all’Università di Oxford – Abbiamo appena visto la scorsa settimana il governo tedesco fare marcia indietro sulla legge per il riscaldamento, che aveva spinto la diffusione delle pompe di calore. Potrei citare altri esempi di recenti arretramenti su politiche nate con RePowerEu e con la crisi energetica del 2022, e ora all’improvviso ci ritroviamo di nuovo in una situazione simile. Quindi sarebbe molto interessante vedere se questo avrà l’effetto opposto».
Molto dipenderà da quanto dureranno le ostilità e dal loro effetto sul traffico marittimo attraverso lo Stretto di Hormuz, come osserva l’economista Simone Tagliapietra nell’analisi Bruegel. L’Europa è molto meno dipendente dal petrolio e dal Gnl del Golfo rispetto a Cina, India, Giappone o Corea del Sud, ma si tratta di mercati globali: senza Gnl attraverso lo Stretto di Hormuz venissero ridotti, la disponibilità spot globale si restringerebbe immediatamente, e l’Europa sarebbe allora costretta a competere con gli acquirenti asiatici come già avvenuto durante la crisi energetica 2021-2023. E gli alti prezzi del gas si riflettono su quelli dell’elettricità, a causa del meccanismo del prezzo marginale.
Che fare? «Se non l’hanno già fatto – incalza Tagliapietra – i decisori politici europei dovrebbero predisporre piani di emergenza nel caso di un confronto prolungato in Medio Oriente. Sul gas, la Commissione europea dovrebbe coordinarsi con i governi dell’Ue sulle misure di sicurezza dell’approvvigionamento da attivare nell’eventualità di un forte picco dei prezzi o di carenze. Queste potrebbero includere: i) il monitoraggio dei mercati del Gnl per comprendere l’ampiezza di qualsiasi possibile dirottamento di carichi verso l’Asia, e l’attivazione di tutte le opzioni possibili per garantire la sicurezza dell’approvvigionamento; ii) la preparazione di una strategia Ue di riduzione della domanda di gas; iii) operazioni di riempimento degli stoccaggi di gas più coordinate nei prossimi mesi, per assicurare efficacia dei costi e sicurezza dell’approvvigionamento per il prossimo inverno (per il quale il riempimento inizia in primavera)».
Ma sullo sfondo resta un dato più fondamentale: «L’esposizione dell’Europa agli shock geopolitici resta radicata nella sua continua dipendenza da combustibili fossili importati scambiati su mercati globali volatili – anche se ha spostato la dipendenza dalla Russia ad altri fornitori, non ultimi gli Stati Uniti. Piuttosto che rallentare la transizione a basse emissioni di carbonio, le nuove tensioni – conclude Tagliapietra – mostrano che la diffusione di fonti energetiche pulite, prodotte a livello domestico, dovrebbe essere accelerata. Solo riducendo la dipendenza strutturale dalle importazioni di petrolio e Gnl l’Europa può proteggere in modo duraturo la propria economia da shock esterni ricorrenti».
Il problema è che al momento l’Italia procede a passo di gambero. Mentre la prestigiosa rivista Science ha premiato l’inarrestabile crescita delle energie rinnovabili nel mondo come “svolta scientifica” del 2025, nello stesso anno nel Belpaese è rallentata la crescita sia della potenza installata (-3,9%) sia dell’elettricità prodotta (-2,3%) da fonti pulite, col 2026 che è iniziato ancora peggio: a gennaio le installazioni segnano -31% rispetto all’anno scorso, strette nella morsa tra disinformazione e ostacoli normativi.
