Skip to main content

La Toscana centrale verso le città spugna. Dopo alluvioni con danni da 4 miliardi di euro in 3 anni, Plures ha un piano per aumentare la resilienza di Firenze, Prato e Pistoia

 |  Editoriale

Tra Firenze, Prato e Pistoia si estende uno dei sistemi urbani più dinamici del Paese, cuore manifatturiero e logistico della regione, ma anche uno dei più esposti a una combinazione crescente di vulnerabilità fisiche e pressioni climatiche. Geologia di pianura alluvionale, morfologia chiusa tra rilievi e reticoli idraulici diffusi, forte impermeabilizzazione dei suoli e urbanizzazione stratificata nel tempo compongono un quadro di fragilità strutturale che gli eventi recenti hanno reso evidente.

Il Report di Plures sui 65 comuni dell’area, presentato oggi al convegno Anci-Toscana presso l’Istituto europeo di design a Firenze, mette a fuoco un punto chiave: la gestione emergenziale non è più sufficiente. Occorre una transizione verso politiche di prevenzione strutturale, capaci di integrare pianificazione urbanistica, infrastrutture verdi e gestione del rischio. In questo contesto, il paradigma delle “città spugna” – fondato su de-impermeabilizzazione, drenaggio urbano sostenibile e rinaturalizzazione dei territori – non rappresenta un’opzione sperimentale, ma una necessità sistemica.

governare cambiamento platea

In termini urbanistici bisogna passare dal concetto di invarianza idraulica, che consiste nel “non peggiorare il rischio” rispetto alla situazione data “all’aumentare la capacità di resilienza” di un territorio. Cioè da una posizione “difensiva e compensativa” ad una posizione “trasformativa e adattiva”.

L’Italia figura stabilmente ai vertici mondiali per danni economici da eventi catastrofali. La Toscana centrale ne offre una conferma recente: l’alluvione del 2 novembre 2023, con 8 vittime e circa un miliardo di euro di danni nella sola area centrale; gli eventi del 9 settembre 2024 e del 14-15 marzo 2025; una sequenza ravvicinata che porta a una stima complessiva di circa 4 miliardi di euro di danni diretti nel triennio, senza considerare gli effetti indiretti su Pil, industria e turismo.

Dal 2023 al marzo 2025 la Regione Toscana ha mobilitato circa 600 milioni di euro per emergenze e ristori, sostenendo oltre 11.000 famiglie. Ma il fabbisogno stimato per una ricostruzione completa supera i 2,5 miliardi di euro. Il dato economico segnala un problema strutturale: il costo della non-prevenzione cresce più rapidamente delle risorse disponibili.

Ciò che colpisce non è solo la frequenza degli eventi, ma la loro intensità e modalità. Precipitazioni concentrate in poche ore – come i 180 mm in tre ore registrati nell’area di Prato nel 2023 – hanno generato flash floods e fenomeni convettivi autorigeneranti che eccedono i parametri tradizionali dei modelli probabilistici basati su tempi di ritorno centenari. Le reti fognarie storiche e i sistemi di drenaggio urbano non sono stati progettati per questo tipo di sollecitazioni.

Il contesto climatico regionale conferma che non si tratta di anomalie isolate. Nel 2025 la temperatura media toscana ha registrato un’anomalia di +2,1°C rispetto al periodo 1961–1990 e di +1,1°C rispetto al 1991–2020, collocandosi tra gli anni più caldi dal 1955. Le estati mostrano scarti prossimi a +2,9°C e le ondate di calore risultano triplicate negli ultimi vent’anni. Il decennio 2010–2020 è stato il più caldo degli ultimi 150 anni.

Le proiezioni indicano che, in assenza di mitigazione incisiva, l’aumento medio regionale potrebbe raggiungere tra +2,5°C e +2,9°C entro la fine del secolo. Per l’area Firenze–Prato–Pistoia, le elaborazioni del Centro euro-mediterraneo sui cambiamenti climatici (modello VHR-PRO_IT, scenari RCP4.5 e RCP8.5) prevedono, nel periodo 2036–2065, un incremento dei giorni con temperature superiori ai 35°C e un aumento significativo degli estremi di precipitazione giornaliera, in pianura fino a +17% nello scenario più emissivo.

Il segnale è chiaro: anche a fronte di variazioni modeste nelle precipitazioni cumulate annue, cresce l’intensità degli eventi estremi concentrati in brevi intervalli temporali. È proprio questa intensificazione a generare il salto di rischio.

L’urbanizzazione spinta tra Firenze, Prato e Pistoia ha progressivamente ridotto la capacità naturale di infiltrazione dei suoli, tombato tratti del reticolo idraulico minore e compresso le aree di espansione delle piene. Il risultato è la trasformazione di porzioni urbane in veri e propri “nodi idraulici” o “imbuti”, in cui l’acqua si concentra rapidamente senza possibilità di deflusso graduale.

L’esondazione di numerosi corsi d’acqua minori negli ultimi eventi non è solo il prodotto di precipitazioni intense, ma anche di una ridotta resilienza morfologica del territorio urbanizzato. Dal 2000 si contano 35 giorni con precipitazioni superiori a 80 mm nell’area, ma oltre 900 eventi compresi tra 40 e 79 mm hanno comunque generato allagamenti diffusi. Ciò dimostra che non sono soltanto gli eventi eccezionali a produrre danni: in un contesto impermeabilizzato, anche piogge di media intensità diventano critiche.

Si assiste così a un’evoluzione tipologica del rischio: insieme alle grandi alluvioni fluviali si sperimenta una moltiplicazione di “urban floods” localizzati e concentrati, in cui il problema non è solo il fiume principale, ma l’interazione tra precipitazione intensa, drenaggio insufficiente e suolo impermeabile.

Il nodo centrale non è più soltanto tecnico, ma di governance. Continuare a intervenire ex post, con stanziamenti emergenziali e ristori, implica un’esposizione crescente della finanza pubblica e un’erosione progressiva della resilienza socioeconomica dell’area.

La prospettiva delle “città spugna” introduce un cambio di paradigma: aumentare la capacità della città di assorbire, trattenere e rilasciare lentamente l’acqua piovana attraverso superfici permeabili, tetti verdi, bacini di laminazione diffusi, corridoi ecologici e sistemi di drenaggio urbano sostenibile. Non si tratta solo di opere idrauliche tradizionali, ma di una riconfigurazione integrata dello spazio urbano. Il tema sta entrando in maniera significativa, nelle più avanzate e dinamiche realtà urbane europee come Londra, Copenhagen, Parigi, Amsterdam e altre ancora, nel più ampio concetto di rigenerazione urbana.

In questo senso, la manutenzione sistematica del reticolo idraulico minore, la de-impermeabilizzazione progressiva di aree pubbliche e private e l’integrazione tra pianificazione urbanistica e pianificazione idraulica rappresentano condizioni necessarie. Al tempo stesso, l’aumento del rischio fisico solleva questioni assicurative per troppo tempo non considerate in Italia.  La gestione del rischio climatico non può essere disgiunta da strumenti assicurativi coerenti con la nuova distribuzione delle probabilità e quindi con nuovi calcoli attuariali che tuttavia devono tenere conto nello stesso tempo sia della distribuzione reale del rischio, sia della necessaria mutualizzazione a fini di equità sociale e territoriale.

La Toscana centrale si trova oggi di fronte a una sfida che è al contempo climatica, urbanistica e finanziaria. La sequenza di eventi 2023–2025 non può essere letta come una parentesi eccezionale, ma come un’anticipazione di una traiettoria possibile in assenza di adattamento strutturale.

Senza un’inversione di rotta, il territorio rischia di entrare in una spirale di emergenze ricorrenti e costi crescenti. Con un cambio di paradigma, invece, può diventare un laboratorio di adattamento urbano, trasformando una fragilità storica in un’opportunità di innovazione territoriale e di resilienza sistemica.

È per questo che, per avviare un progetto operativo di lungo periodo mirato alla realizzazione di un sistema integrato di interventi legati al concetto di “città spugna”, nel Rapporto viene presentato un piano finanziario” di circa 1 miliardo di euro che consiste in 400 milioni di opere strutturali e in circa 600 milioni di opere “nature-based” contro il dissesto idrogeologico. Si tratta di una spesa “minima” rispetto alle esigenze di investimento per un’area complessa come quella di Fi-Po-Pt ma che, come dimostrano le valutazioni realizzate in sede Ocse sulle esperienze in corso nel mondo sviluppato, può avere un rendimento atteso in termini di benefici e di minori danni decisamente superiore alla spesa iniziale. 

Ritorno di un dollaro speso per “sponge-city”

Tipo di beneficio incluso

Range di ritorno stimato per $1 investito

Solo danni evitati da alluvioni

~2–4 USD per 1 USD

Tutti i benefici cumulati

~6–8 USD per 1 USD

In effetti un dollaro speso in “sponge-city” rende tra 2 e 4 dollari solo come minori danni attesi e circa 6-8 dollari se si considerano anche i benefici ambientali, urbanistici e sanitari che la realizzazione degli investimenti genera nel territorio.

Ma il piano non è fatto solo di “soldi”. Ma si regge su un “sistema di regole” (le dieci regole) che tracciano una via sistematica per attuare un Piano di resilienza idraulica nella Toscana centrale, superando le frammentazioni e le incertezze che da sempre ostacolano la sicurezza contro le alluvioni.

Al cuore del modello c'è la continuità programmatica: investimenti garantiti a medio-lungo termine, un fondo rotativo regionale per progettazioni continue e un legame stretto con il presidente della Regione Toscana in veste di Commissario contro il dissesto idrogeologico. A questo si affianca una coesione politica trasversale, che mette in pausa i conflitti partitici per stringere patti di sicurezza validi oltre i mandati elettorali. Un modo per creare un “clima favorevole e una passione civile” a favore del piano.

La validazione scientifica, multidisciplinare – coinvolgendo Regione, Comuni, Autorità di bacino e Autorità idrica, Publiacqua, Consorzi di Bonifica, Lamma, Università e Plures – assicura rigore tecnico, in armonia con i piani territoriali esistenti. L'esecuzione può risultare accelerata grazie all'inserimento nel quadro nazionale delle opere "no-stop" (contro ricorsi temerari), al monitoraggio georeferenziato tramite piattaforme database integrate tra Pubblica amministrazione e ricerca, e a una manutenzione perpetua su argini, difese urbane e tombature.

Infine, la trasparenza digitale – con informazione aperta e Chatbot che traducono tecnicismi in linguaggio accessibile ai cittadini – chiude il cerchio, convertendo la prevenzione in consapevolezza diffusa della comunità e delle istituzioni locali.

In definitiva, la Toscana centrale può candidarsi a svolgere un ruolo di apripista nelle politiche di adattamento al cambiamento climatico, attivando un’azione coordinata tra istituzioni, soggetti operativi e sistema della conoscenza. Imprese, centri di ricerca e amministrazioni locali dispongono delle competenze tecniche e scientifiche necessarie; ciò che occorre è metterle a sistema, individuando risorse finanziarie adeguate e valorizzando il capitale umano, per orientare investimenti, produzione e innovazione tecnologica verso la resilienza territoriale.

Le condizioni per avviare un programma strutturale esistono già, proprio mentre l’urgenza cresce di giorno in giorno. Rendere il territorio più sicuro, resiliente e vivibile nel lungo periodo non è più una scelta opzionale, ma una responsabilità collettiva. La domanda, a questo punto, non è se farlo, ma perché continuare a rimandare.

Mauro Grassi

Mauro Grassi, economista, ha lavorato come ricercatore capo nell’Istituto di ricerca per la programmazione economica della Toscana (Irpet), ha lavorato a Roma come dirigente caposegreteria del Sottosegretario ai Trasporti Erasmo D’Angelis (Ministero delle Infrastrutture) e quindi come direttore di Italiasicura (Presidenza del Consiglio) con i Governi Renzi e Gentiloni. Attualmente è consulente e direttore della Fondazione earth and water agenda.