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Transizione indietro tutta, torna la stagione delle trivelle: quest’anno il ministro Pichetto vuole aumentare l’estrazione di gas fossile del 18%

 |  Editoriale

Cosa c’è di meglio che aumentare la dipendenza del Paese dal gas fossile, per allievare i costi in bolletta di cittadini e imprese gravati dall’ennesima crisi geopolitica legata ai combustibili fossili, ovvero la guerra in corso tra Usa, Israele e Iran ormai allargata all’intero Medio Oriente? È questo l’approccio confermato ieri dal ministro dell’Ambiente, Gilberto Pichetto, durante le interrogazioni parlamentari alla Camera.

Se nel 2005 l’Italia produceva «12 miliardi di metri cubi di gas, ed è stato un décalage fino ad arrivare a poco più di 2 miliardi», come ricordato dal deputato Luca Squeri (Forza Italia), con questo Governo «è stata invertita la tendenza». Difatti Pichetto snocciola che «nel 2025 la produzione nazionale è risalita a 3,3 miliardi di metri cubi, invertendo un trend pluriennale decrescente attraverso l’efficientamento di concessioni già attive e sicure. Dall’implementazione del gas release si attende un incremento di gas annuale estratto per circa 600 milioni di metri cubi».

Si tratta dunque di un incremento atteso pari a oltre il 18% in dodici mesi, già stigmatizzato nei giorni scorsi da Greenpeace, Legambiente e Wwf nell’ambito del decreto Bollette, che all’articolo 11 prevede «la semplificazione del processo autorizzativo con tempistiche pari a 6 mesi per le nuove estrazioni di combustibili fossili, così come con quella della misura del gas release finalizzata ad incrementare i volumi di estrazione del gas».

L’idea sottesa al gas release è quella di incrementare i volumi di gas estratti su territorio nazionale e offrirli a prezzi calmierati ai clienti finali industriali, perché è utile ricordare che in genere il gas estratto in Italia (come altrove) finisce semplicemente sul mercato, a prezzi di mercato, su cui l’Italia non ha praticamente voce in capitolo visti i volumi che può mettere in campo. E anche il gas release non ha funzionato, l’ultima volta che è stato messo in campo.

«Nel 2022, in risposta alla crisi ucraina – spiegano nel merito dal think tank Ecco – è stata introdotta, con il decreto Energia (Dl 17/2022, art. 16), la possibilità di destinare una quota del gas estratto in Italia alle aziende ‘gasivore’ a prezzo controllato, in cambio dello sblocco di nuove estrazioni e concessioni, in particolare nell’Adriatico. Grazie a questo meccanismo, formalizzato come “gas release nazionale” e affidato al Gse, sarebbero state rilasciate nuove concessioni per aumentare la produzione nazionale (da 3.5 a 4-5 miliardi di Smc/anno), in cambio di 1–2 miliardi di m³ venduti alle imprese a un prezzo controllato fissato dal Gse. Nelle ipotesi, non contenute però nel DL, era previsto un prezzo tra 50 e 100 €/MWh, che rispecchiava la situazione del 2022, in cui il prezzo del Psv ha raggiunto picchi di oltre 230 €/MWh. Questo meccanismo, per la verità, non è mai diventato operativo. Anche se il recente Dl 21/2026 (art. 11) (Decreto Bollette) cerca di riprenderlo».

Dopo la Polonia, oggi l’Italia è il secondo Paese europeo più esposto all’import di gas dal Qatar (che ha interrotto la produzione di Gnl a causa della guerra), da dove arriva l’11% del gas che consumiamo. Anche volendo dare fondo a tutte le riserve italiane di gas, in circa un anno sarebbero finite per sempre: lungo lo Stivale si contano infatti riserve certe di gas fossile per 42,5 mld mc, cui se ne affiancano dai probabili/possibili pari a 36,2 mld mc, per un totale di 78,7 mld mc a fronte di un consumo annuo pari a 61,9 mld mc.

ecco riserve gas fossile italia

La soluzione strutturale al caro energia resta dunque quella di affidarsi a fonti alternative alle fossili, come il sole e il vento che in Italia (gratuitamente) abbondano: grazie a capitali investiti in rinnovabili, efficienza ed elettrificazione, la domanda gas italiana si è ridotta complessivamente del 16% tra 2021 e 2025 (17,5% nel settore domestico, 15,6% nell’industria e 13,6% nel termoelettrico). In termini di minori costi, calcolano da Ecco, l’importazione di 11,5 miliardi di mc in meno di gas «corrisponde a 4,3 miliardi di euro risparmiati». Tuttavia, le rinnovabili in Italia non godono ancora della priorità politica: «In tre anni, tra il 2022 e il 2024, l’Italia ha installato solamente 15 GW di nuova capacità rinnovabile ovvero circa la metà prevista dagli obiettivi del Governo di 9 GW all’anno entro il 2030. Rallentare le rinnovabili significa salvaguardare la quota di mercato elettrico del gas e rimanere legati a importazioni estere: infatti raggiungere l’obiettivo annuale permetterebbe di sostituire oltre 2 miliardi di mc di gas, equivalenti a un risparmio annuale sui costi di importazione pari a quasi un miliardo».

Luca Aterini

Luca Aterini, toscano, nasce settimino il 1 dicembre 1988. Non ha particolari talenti ma, come Einstein, si dichiara solo appassionatamente curioso: nel suo caso non è una battuta di spirito. Nell’infanzia non disegna, ma scarabocchia su fogli bianchi un’infinità di mappe del tesoro; fonda il Club della Natura, e prosegue il suo impegno studiando Scienze per la pace. Scrive da sempre e dal 2010 per greenreport, di cui è oggi caporedattore.