
Le conseguenze della Terza Guerra del Golfo sui mercati energetici rischiano di far impallidire tutte le precedenti

Il primo ministro Pedro Sánchez è intervenuto ieri al Congresso dei Deputati spagnolo per ribadire la contrarietà del proprio Paese alla guerra in corso in Medio Oriente, scatenata il 28 febbraio dall’attacco di Usa e Israele contro l’Iran e ormai arrivata a coinvolgere l’intera area. Finora i bombardamenti hanno colpito oltre 3.000 obiettivi strategici e distrutto più di 40.000 abitazioni, oltre a ospedali, scuole e infrastrutture energetiche: il bilancio delle vittime ha raggiunto quasi 2.000 morti e oltre 4 milioni di persone sono state sfollate in Iran e Libano, mentre i mercati energetici sono in crisi a causa dei prezzi alle stelle di gas e petrolio. Se le crisi causate dalle guerre in Ucraina e in Iran hanno dimostrato qualcosa, è che meno dipendiamo dal gas e dal petrolio, più saremo autosufficienti come Paese e più saremo resilienti a questo tipo di shock energetici che stiamo vivendo», spiega Sánchez, forte dell’enorme vantaggio conquistato negli ultimi anni dalla Spagna sul fronte delle rinnovabili.
Ma siamo solo all’inizio. Il primo ministro ha ricordato la guerra in Iraq del 2003, esplicitando che il conflitto attuale presenta uno scenario «molto peggiore», con una portata potenziale «molto più ampia e profonda» dato che l'Iran è una potenza militare con «più soldati regolari di Germania, Francia e Italia messe insieme», oltre a possedere una tecnologia avanzata in grado di distruggere aerei in volo, lanciare missili a lungo raggio ed esercitare il controllo sullo Stretto di Hormuz da cui passa circa il 20% dei flussi globali di gas e petrolio.
L'Agenzia internazionale dell'energia (Iea) ha già descritto la guerra in corso come la più grande interruzione delle forniture nella storia del mercato petrolifero globale, e con gli attacchi alle infrastrutture del gas – in particolare all'impianto di Ras Laffan in Qatar la scorsa settimana – la probabilità di una rapida normalizzazione sta diminuendo.
Dopo la Prima Guerra del Golfo dei primi anni ’90 e la Seconda avvenuta all’inizio del nuovo millennio, questa Terza in corso gira sempre attorno agli interessi oil&gas ma rischia di essere ancora più distruttiva in termini geopolitici, economici, ambientali. In base alla durata del conflitto, potrebbero non esserci paragoni rispetto a tutti gli altri recenti avvenuti sul fronte dei combustibili fossili.
Ad affermarlo – nel consesso del National Press Club of Australia svoltosi a Canberra – è direttamente il direttore esecutivo della Iea, Fatih Birol, per il quale il mondo si trova oggi ad affrontare una crisi energetica peggiore del doppio shock petrolifero degli anni '70 e delle conseguenze della guerra in Ucraina messi insieme: «Allo stato attuale – sottolinea Birol – questa crisi è come se fossero state messe insieme due crisi petrolifere e un crollo del prezzo del gas».
In base ai dati messi in fila da Birol, la chiusura dello Stretto di Hormuz e gli attacchi alle infrastrutture energetiche hanno ridotto le forniture globali di petrolio di circa 11 milioni di barili al giorno, più del doppio del deficit complessivo registrato durante le crisi degli anni '70. Inoltre le forniture di gas naturale liquefatto (Gnl) si sono ridotte di circa 140 miliardi di metri cubi, rispetto a un deficit di 75 miliardi di metri cubi registrato in seguito all'invasione dell'Ucraina da parte della Russia (dove però lo stop ai flussi di gas si è abbattuto prevalentemente sull’Europa, mentre la crisi in corso è meno concentrata).
Jan Rosenow, professore di Energy & Climate Policy all’Università di Oxford, concorda pur precisando che la stima sui 140 mld di mc è una proiezione annualizzata, dunque potrebbe essere meno dura in base all’effettiva durata del conflitto; al contempo: «Birol ha assolutamente ragione quando afferma che i mercati e i responsabili politici potrebbero sottovalutare la portata di questa crisi», sottolinea Rosenow.
Che fare? La soluzione strutturale è sempre la stessa: allentare rapidamente la dipendenza da gas e petrolio per dare gambe alle energie rinnovabili, oggi strumento di pace e contenimento di costi in bolletta oltre che di lotta alla crisi climatica.
