
Fate presto! Per evitare una nuova crisi energetica serve tagliare la domanda di combustibili fossili, non favorirla con nuovi sconti sulle accise. Il conto è già salito a 14 mld di euro in Ue

Lo scorso 18 marzo il Governo Meloni ha approvato il decreto carburanti, per provare a lenire il costo alla pompa della benzina – schizzato alle stelle a causa della guerra innescata dagli “alleati” Usa e Israele contro l’Iran –, impiegando mezzo miliardo di euro per uno sconto di 25 cent sulle accise per 20 giorni. Non ha funzionato. I costi ai distributori sono cresciuti ancora e nel mentre sono saliti anche i costi della bolletta elettrica, dove a fissare per l’89% delle ore il costo all’ingrosso è il gas fossile. Eppure il Governo vuole riprovarci: l’ipotesi in campo è di un decreto carburanti bis, da approvarsi in settimana, prima della scadenza prevista al 7 aprile per il vecchio provvedimento, come conferma il ministro Foti.
Si tratta di un approccio diametralmente opposto rispetto a quello consigliato ieri dalla Commissione Ue, ancor prima dall’Agenzia internazionale dell’energia (Iea) e dall’esperienza empirica della crisi energetica deflagrata nel 2022. Prima che la situazione peggiori ancora – servono 4-6 settimane prima che le ultime petroliere partite dallo Stretto di Hormuz arrivino a destinazione – è dunque urgente invertire la rotta.
«Mentre la crisi in Medio Oriente entra nel suo secondo mese, è evidente che ci troviamo di fronte a una situazione molto grave – spiega il Commissario Ue per l’Energia, Jørgensen – Dall'inizio del conflitto in Medio Oriente, i prezzi nell'Ue sono aumentati di circa il 70% per il gas e del 60% per il petrolio. In termini finanziari, 30 giorni di conflitto hanno già aggiunto 14 miliardi di euro alla spesa dell'Unione per le importazioni di combustibili fossili. Non dobbiamo illuderci che le conseguenze di questa crisi sui mercati energetici saranno di breve durata. Perché non lo saranno. È quindi di fondamentale importanza agire in unità e in stretto coordinamento, evitando risposte nazionali frammentate e segnali destabilizzanti per il mercato».
Tra i suggerimenti messi in campo dalla Commissione Ue spiccano l’accelerazione nell’installazione di impianti rinnovabili, la (nuova) diffusione dello smart working, la riduzione degli spostamenti in auto e in aereo, di fatto ricalcando quanto già affermato dalla Iea, dal trasporto pubblico al car sharing. Tutte misure temporanee per tagliare da subito i consumi di gas e petrolio, anziché incentivarne il consumo con riduzioni alle accise.
Gli sconti a pioggia infatti non solo non funzionano, ma vanno a beneficio soprattutto dei ricchi, allo stesso modo degli extraprofitti che stanno gonfiando i guadagni delle imprese oil&gas come mostrano a livello internazionale economisti come Isabella Weber. Anche in Italia, come ricorda Matteo Villa dall’Istituto per gli studi di politica internazionale (Ispi), nel 2022 i tagli alle accise decisi dal Governo Draghi non impedirono la corsa dell’inflazione, costarono 9 miliardi di euro e i due terzi andarono a beneficio della metà più ricca della popolazione (che consuma più combustibili fossili); meglio sarebbe intervenire sui costi dei beni e servizi di prima necessità, ad esempio abbassando l’Iva per alcuni prodotti alimentari o incidendo sui costi dei trasporti pubblici.
«In caso di shock dei prezzi, la tentazione è quella di sopprimerli, come si è visto durante la crisi energetica del 2022-2023. Questo sarebbe un errore – confermano oggi dal think tank Bruegel – Gli aiuti finanziari dovrebbero essere mirati ai gruppi più vulnerabili, mantenere intatti gli incentivi al risparmio e promuovere gli investimenti in tecnologie di elettrificazione a prova di futuro. Invece di ridurre le tasse sul gas, una riduzione delle tasse sull'elettricità contribuirebbe a diminuire le bollette energetiche delle famiglie. Ciò renderebbe anche più economiche le tecnologie di elettrificazione, come le pompe di calore e le auto elettriche».
Anziché seguire quest’approccio, il Governo Meloni sta invece ripetendo gli errori del 2023, quando – calcola Legambiente – complessivamente ha stanziato 33 miliardi di euro di sussidi emergenziali per il settore energetico e 374 milioni di euro per il settore trasporti. Se solo 20 di questi miliardi fossero stati investiti in rinnovabili anziché per tenere artificialmente basso il prezzo dei combustibili fossili, avrebbero portato – spiega il Cigno verde – a circa 13,3 GW di nuova potenza installata e una produzione di 30 TWh di energia pulita; pari al fabbisogno di 12 milioni di famiglie e la metà del fabbisogno elettrico domestico italiano, con un risparmio annuo di 4 miliardi di metri cubi di gas. Tutto questo però è stato bollato come “Green deal ideologico”, e a pagarne le conseguenze sono ancora una volta i cittadini oltre al clima.
L’ennesima crisi innescata dai combustibili fossili, se approcciata con razionalità e sostenibilità, potrebbe invece dare l’occasione per portare avanti la doppia istanza della decarbonizzazione e della giustizia sociale. Basti osservare che il sistema fiscale italiano è regressivo (in barba all’articolo 53 della Costituzione), mentre se fosse applicata una patrimoniale anche solo all’1% più ricco – cioè a chi possiede almeno 1,7 milioni di euro di patrimonio – si otterrebbe un gettito addizionale di circa 30 miliardi di euro, come già spiegato su queste colonne da Demetrio Guzzardi, ricercatore dell'Università della Calabria e della Scuola Superiore Sant'Anna di Pisa. Risorse per trovare le quali serve però coraggio politico, ben più che per tagliare di qualche centesimo le accise alla pompa di benzina.
