
Un governo fossile e una maggioranza parlamentare che approva leggi diventate già preistoria. E intanto l’Ocse certifica che siamo un Paese a rischio per risanamento dei conti pubblici, occupazione e crescita economica

Caso vuole che nelle stesse ore in cui la premier Giorgia Meloni parla a Montecitorio per un’informativa alle Camere attesa da tempo (arriva dopo una netta sconfitta al referendum sulla giustizia e dimissioni e storie di amanti ministeriali, mentre le bombe non smettono di cadere in Medio Oriente e mentre il mondo è alle prese con una crisi energetica che a detta dell’Agenzia internazionale dell’energia è peggiore di quelle del 1973, 1979 e 2022 messe insieme), a Parigi l’Ocse presenta un documento altrettanto atteso dedicato ai “Fondamenti della crescita e della competitività” (“Foundations for Growth and Competitiveness 2026”). Ebbene, mentre Meloni difende l’operato del suo governo di fronte ai parlamentari, nella capitale francese viene illustrato questo documento che nella scheda di analisi dedicata all’Italia è a dir poco impietoso per quel che riguarda i nostri conti pubblici, il mercato del lavoro, la crescita.
Mentre la premier dice che se la situazione in Iran dovesse peggiorare bisognerebbe sospendere il Patto di stabilità, che impone agli Stati membri di mantenere sotto controllo le proprie politiche di bilancio, a Parigi viene distribuito un documento in cui si legge, riguardo ai nostri conti pubblici, che «nei prossimi anni, le tensioni sulle spese legate alla difesa, alle pensioni e al cambiamento climatico si accentueranno mentre i bisogni in investimento pubblico resteranno importanti, il che complicherà il risanamento».
Mentre a Roma Meloni attacca l’opposizione per le critiche al suo governo, a Parigi e poi per via digitale nel resto del mondo si legge che dobbiamo «ridurre la spesa in rapporto al Pil e utilizzare eventuali entrate straordinarie per ridurre il disavanzo di bilancio», «rafforzare ulteriormente il ruolo dell’esame di spesa, rendendo obiettivi di risparmio più ambiziosi», «rafforzare la base di gettito continuando a contrastare l’evasione fiscale, riducendo le spese fiscali e migliorando l’efficacia dell’amministrazione fiscale, anche promuovendo l’uso dei pagamenti digitali» (il governo con la legge di bilancio 2023 ha fissato il limite per il contante a 4.999,99 euro e con un emendamento alla manovra 2026 è stato proposto di alzarlo ulteriormente a 10 mila euro, per dire).
Mentre Meloni assicura che non c’è motivo per chiedere le sue dimissioni, l’Ocse scrive che la produttività del lavoro è «migliorata alla fine degli anni ‘10» ma «da allora si è indebolita», che «il debole livello di istruzione e la qualità insufficiente dell’insegnamento nuocciono alle competenze della popolazione attiva, in particolare, alle competenze digitali, amplificando gli effetti dell’invecchiamento demografico» e che «i tassi di occupazione restano inferiori a quelli di gran parte dei Paesi Ocse, principalmente a causa del debole livello di attività delle donne e dei giovani».
Ora, non tutto ciò è ovviamente solo di responsabilità di chi ci sta governando dal 2022. Né è del tutto vero quello che la segretaria del Pd Elly Schlein ha replicato in Aula, ovvero, in sintesi, «potevate fare tutto, non avete fatto niente». Però, però. Si potrebbe discutere a lungo di come questo governo ha (non) sfruttato l’occasione del Pnrr, ma basta richiamare le politiche messe in campo a fronte della crisi energetica innescata dall’invasione dell’Ucraina di quattro anni fa per evidenziare che non poche cose sono state fatte dall'autunno '22 in poi da questo esecutivo, e però sbagliate. Difficoltà a far quadrare i conti pubblici? Crescita? Di fronte al fatto che siamo tra i paesi europei che pagano di più l’energia elettrica e a fronte della nostra vulnerabilità rispetto all’import di gas, Meloni e soci hanno continuato a insistere in questi quattro anni con la ricetta delle fonti fossili (e ancora nelle ultime settimane la premier si è recata in Algeria e nel Golfo per discutere di approvvigionamenti di gas), carbone compreso, hanno insistito per il ritorno al nucleare che se tutto va bene arriverà tra una quindicina d’anni, hanno a dir poco pasticciato con i decreti riguardanti le aree idonee per le rinnovabili e provocato una frenata delle nuove installazioni di eolico e fotovoltaico sprecando un’opportunità che era emersa in tutta evidenza già con la crisi del 2022.
Ancora in queste ultime settimane il governo ha messo in campo politiche e misure pro-tempore che si sono rivelate fallimentari alla prova dei fatti e non in linea con quel che sta succedendo. Il «decreto carburanti»? Si va avanti a botte di 500 milioni di spesa ogni ventina di giorni senza riuscire a far abbassare i prezzi alla pompa. Il «decreto bollette» che giusto ieri il Senato ha definitivamente convertito in legge? Dice giustamente il Codacons: «È già preistoria». Con le tariffe del gas sul mercato tutelato salite a marzo del +19,2% rispetto a febbraio e incrementi per la luce del +8,1%, le misure varate da Palazzo Chigi e convertite in legge dalla maggioranza di destra sono belle che superate nei fatti dai nuovi rincari. «I bonus in favore delle famiglie meno abbienti rappresentano un palliativo che non risolve il problema del caro-energia né la crisi delle ultime settimane, stessa cosa dicasi per il contributo su base volontaria lasciato alla totale discrezione delle aziende energetiche – sottolinea il Codacons – Le altre misure approvate non forniscono adeguate certezze circa la capacità di tramutarsi in un reale abbattimento delle tariffe di luce e gas pagate da utenti e imprese e, alla luce del nuovo scenario economico, crediamo il decreto sia del tutto inadeguato ad affrontare la crisi in atto».
Meloni difende l’operato del governo, la maggioranza parlamentare interviene in aula per plaudere e accusare l’opposizione di disfattismo. Ma tra ricette pro-fossili e decretazioni d’urgenza già scadute quando vengono convertite in legge, la preistoria sembra davvero ormai il segno distintivo di questo governo.
