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L’infinita emergenza di Chernobyl. Il 26 aprile 1986 esplose il reattore della centrale atomica: dai top secret alle verità sulla strage nucleare con oltre 9.000 morti e terre avvelenate per sempre. E l’Italia si mobilitò per i “Bambini di Chernobyl”

 |  Editoriale

Nell’anno della catastrofe nucleare di Chernobyl, il 1986, un incidente in una delle 4 centrali atomiche italiane allora attive - Caorso, Latina, Trino Vercellese e Garigliano a Sessa Aurunca - e in quella quasi completata di Montalto di Castro, era negli scenari delle “Emergenze Radiologiche” richiesti dall’allora Ministro della Protezione Civile, Giuseppe Zamberletti, ai nostri enti scientifici e alle autorità militari. Erano generici schemi di piani, mai testati né monitorati per garantirne efficacia e capacità operativa nel raggiungere obiettivi che prevedevano, in caso di esplosioni e incidenti, “misure protettive” attraverso “procedure di attivazione di catene di comando e controllo, gestione delle informazioni alla popolazione coinvolta, azioni delle autorità statali e locali - per limitare gli effetti di una eventuale nube radioattiva”. Ma tutto cambiò, a partire da quei piani sulla carta mai testati che rivelarono tutta la loro inconsistenza, dopo la doppia esplosione, che all’una e venticinque della notte di sabato 26 aprile 1986 fece saltare in aria la famigerata “Unità 4”, il reattore RMBK-1000 di una delle centrali più rischiose del mondo, quella di Cernobyl, in una Ucraina allora parte dell’Unione Sovietica, poco distante dal confine con la Bielorussia.

Quella notte tragica del 26 aprile, nella centrale nel paese di Prypjat, i tecnici erano impegnati in spericolati test sul generatore della turbina del Reattore 4. Ci furono errori, sottovalutazioni, sperimentazioni e manovre che nessuno ancora oggi è in grado di valutare con precisione, che innescarono due catastrofiche esplosioni. Le deflagrazioni distrussero e fecero schizzare in aria anche la robusta copertura del reattore, esponendo all’aria aperta anche il nocciolo, che conteneva oltre 1.600 canali con barre di combustibile a base di biossido di uranio arricchito al 2% e blocchi di grafite che fungevano da moderatore, dove l'uranio subiva la fissione nucleare. Tutto bruciava, a partire dalla micidiale grafite, rilasciando materiali radioattivi proiettati nei cieli dell’Ucraina e che venti perturbazioni avrebbero spostato sui cieli della confinante Bielorussia e dell’intera Europa.

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Nella zona di Chernobyl, le radiazioni superarono di almeno 900 volte il livello della radioattività provocata dalla bomba atomica sganciata su Hiroshima. Era in corso la peggior catastrofe del XX secolo e la perenne nube di materiali radioattivi superava ogni confine. Raggiunse la parte occidentale dell’allora URSS, l’Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche, poi i cieli dell’Europa Orientale, della Scandinavia e dei Paesi del nostro continente.

Molto tempo dopo, eliminati tutti i top secret, si sarebbero contati 65 morti dovuti all'esplosione del reattore con 28 vigili del fuoco primi soccorritori mandati a morire senza alcuna protezione e uccisi da radiazioni acute. Ma le stime a lungo termine dell'OMS dei decessi per tumori e leucemie indicano complessivamente la strage con oltre 9.000 morti tra soccorritori, evacuati e residenti nelle zone ad alta contaminazione. 

I 49mila abitanti della cittadina di Pripyat, a nemmeno 4 chilometri dalla centrale, non furono evacuati, nessuna telefonata avvertì autorità locali e popolazione dell’alto rischio. E oggi sulla Lenin Street della cittadina fantasma e allora dell'Urss, su entrambi i lati ci sono ancora i palazzoni vuoti di epoca sovietica e il ferro rugginoso e radioattivo della ruota panoramica che avrebbe dovuto essere inaugurata il 1maggio del 1986.

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Le autorità sovietiche, con Michail Gorbaciov leader supremo dell'URSS avendo assunto la carica di Segretario Generale del Partito Comunista dell'Unione Sovietica l'11 marzo 1985, minimizzarono. Non ci fu la glasnost promessa, e al posto della "trasparenza" e della fine delle censure fecero girare veline che indicavano a Chernobyl “un semplice incendio”. Non evacuarono né Pripyat né i dintorni, confermarono la parata del 1° maggio a Kiev nonostante gli alti livelli di radiazioni. E lo stesso Gorbaciov ammise tempo dopo che Chernobyl è stata una delle cause del collasso dell'Unione Sovietica, ha contribuito ad avviare il crollo evidenziando le inefficienze del sistema sovietico che aveva tentato di coprire la gravità dell'evento, lasciando morire soccorritori e cittadini ignari del rischio.

Milioni di ettari di terre dell’Ucraina verso il confine con la Bielorussia sono state trasformate per sempre in un angosciante cimitero radioattivo. Sono oggi suddivise in “Zona Rossa di Alienazione” che copre un raggio di 30 km intorno alla centrale con incluse le città di Pripyat e di Chernobyl contaminate in modo permanente per almeno 24.000 anni a causa degli alti livelli di radionuclidi a lunga vita come il Cesio-137; nella zona della Foresta Rossa una delle aree più radioattive al mondo; nella “Zona di Contaminazione Parziale” tra Kiev e Žytomyr oltre il perimetro di 30 km da Chernobyl dove le coltivazioni sono state vietate per i prossimi decenni; nella zona del Bacino del fiume Pripyat dove sono necessarie colossali operazioni di dragaggio dei sedimenti contaminati.

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È una emergenza anche la struttura di isolamento della centrale, la gravità delle sue condizioni è inaudita visto che ricopre soprattutto il reattore esploso nel 2016. Dovrebbe essere imposta una tregua, e anzi mettere fine alla folle invasione russa dell’Ucraina, per permettere di ricoprire circa 300 tra fessure e piccole fratture ripristinando l’integrità della cupola per poter garantire la massima sicurezza del guscio metallico che protegge la centrale. Nel febbraio 2025, infatti, tra le follie degli attacchi di droni russi su Chernobyl, un drone ha avuto come obiettivo proprio la cupola, ha forato il cilindro d’acciaio che sigilla l’area di emissione di radioattività, compromettendo l'integrità e l’isolamento della struttura.

L’IAEA, l’Agenzia internazionale per l’energia atomica lancia continui Sos chiedendo di evitare azioni contro siti nucleari, di garantire accesso e verifiche indipendenti, di ripristinare rapidamente la piena integrità delle strutture di protezione. Nella Zona di esclusione, squadre tecniche hanno rilevato molti impatti e lesioni su elementi della copertura. E anche se fortunatamente finora i sistemi di monitoraggio non rilevano variazioni significative dei livelli radiologici all’esterno, l’IAEA fa pressing per garantire controlli su ogni giunto e pannello per verificare la resistenza del New Safe Confinement, l’imponente struttura ad arco in acciaio completata nel 2019 per proteggere il vecchio sarcofago deteriorato e permettere prima possibile lo smantellamento sicuro del reattore che ha una vita utile prevista di almeno 100 anni. La sicurezza di tutti, dipende dall’integrità di ogni singolo componente. E la centrale non può essere un “obiettivo” militare e servono immediati corridoi sicuri per gli ispettori, protocolli condivisi, comunicazioni trasparenti.

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L’emergenza “nube nucleare radioattiva” trovò l'Italia, come la quasi totalità di paesi europei, totalmente impreparata a gestirne gli effetti. Che qualcosa di grave era accaduto, si intuì solo dalla lettura di una nota dell’agenzia Ansa delle 17.58 di lunedì 28, ormai a due giorni dall’esplosione. Riportava la notizia che in Scandinavia i sistemi di controllo della centrale nucleare di Forsmark, a circa 150 Km a nord di Stoccolma, stavano rilevando livelli di radioattività anomali e fin troppo elevati. Il mondo non era a conoscenza della terribile esplosione nella centrale nucleare ucraina, ma l’anomalo livello di radioattività fece scattare l'emergenza in Scandinavia con l'evacuazione dei 600 dipendenti della loro centrale nucleare, pensando ad una fuoriuscita non segnalata dagli impianti.

Nessuno poteva risalire alla fonte radioattiva in Ucraina. Il capo dell'Istituto nazionale di ricerca per la difesa svedese, Ingemar Vintesved, in una dichiarazione alla radio di Stoccolma lanciò l’ipotesi che la radioattività potesse provenire dalle zone dell'Unione Sovietica. Ma dieci minuti dopo, dall’Istituto per l'Energia Atomica dell’Urss comunicarono all'Ambasciata di Svezia a Mosca che nessuno “ha notizie di incidenti in centrali nucleari sovietiche”. La sera stessa, però, la TASS, l’agenzia di stampa sovietica, fu costretta ad ammettere che sì, un incidente c’era stato: "Il danneggiamento di un reattore ha provocato oggi un incidente nella centrale nucleare di Chernobyl, nella regione di Kiev, in Ukraina. Si sta dando aiuto a coloro che sono stati colpiti". Insomma, una emergenza sotto controllo.

Con l’edizione serale del Tg1 di lunedì 28 aprile, anche gli italiani appresero che una nube radioattiva avrebbe potuto sorvolare parte dell’Europa. In quelle ore, a Cernobyl, si combatteva una battaglia disperata e impossibile. La centrale nucleare era in fiamme, continuava a sprigionare in alta quota tutto il suo mortale carico radioattivo, e la nube al Cesio 137 stava per penetrare sui cieli della gran parte dell'Europa. Il 30 aprile attraversò le Alpi e la mattina del 2 maggio coprì la nostra Penisola.

Nessuna autorità riusciva a chiarire quanto stava accadendo. Non solo nell’URSS, erano top secret militari, in linea con il modello nucleare di quegli anni, gli incidenti nelle centrali atomiche, spesso censurati e gestiti nelle prime fasi nel silenzio totale. Come accadde negli USA dopo il disastro nella centrale atomica di Three Miles Island del 28 marzo 1979, con il nocciolo fuso e detriti altamente radioattivi che hanno ucciso e contaminato, causando poi a verità acquisita la generale opposizione pubblica che bloccò nuove costruzioni di centrali per decenni. Nell’allora Germania dell’Est, persino una fuoriuscita radioattiva in una centrale nei giorni di Chernobyl fu tenuta nascosta sotto la nube nucleare ucraina, e la verità venne a galla solo molto tempo dopo. La censura nucleare era allora impenetrabile. Ma nessuno immaginava la tragedia in corso a Chernobyl e la grande nube radioattiva trascinata dai venti verso ovest e l'Europa centrale, e poi verso l'Europa sud occidentale. Iniziò a superare i confini del nostro Paese tra il 29 e il 30 aprile 1986.

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Solo il 5 maggio, l’allora ministro della Protezione Civile, Giuseppe Zamberletti, in una concitata conferenza stampa spiegò che effettivamente in diverse zone della Penisola era stata superata la soglia d’allarme per la radioattività. Coadiuvato dal Ministero della Sanità e da istituti scientifici a partire dall'Istituto Superiore di Sanità, Zamberletti gestì l'emergenza attivando monitoraggi dei livelli di radioattività su aria, acqua, latte, verdure. Gli italiani si trovarono di fronte ad annunci choc, come il blocco delle importazioni alimentari e il divieto di vendita di latte e verdura fresca a foglia larga per 15 giorni sull’intero territorio nazionale per limitare il consumo di alimenti a rischio per il possibile deposito di iodio-131 e cesio-137, soprattutto nelle regioni settentrionali.

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La risposta delle associazioni ambientaliste arrivò un secondo dopo la conferenza stampa, con l’annuncio di una grande manifestazione a Roma per il 10 maggio della Lega per l’Ambiente. Chicco Testa, Ermete Realacci, Massimo Scalia e Gianni Mattioli, resero noti i dati top secret che documentavano la ricaduta preoccupante di radionuclidi su molte aree del Paese. Giorgio Nebbia, tempo dopo ricordava come: “in quei giorni erano inesistenti o contraddittorie le informazioni sulla quantità di radioattività caduta al suolo in Italia e contraddittorie le decisioni su quanta verdura o mozzarella poteva essere mangiata senza pericolo, con giravolte di decreti e di divieti”, e indicò “la quantità di sostanze radioattive uscite dal reattore: complessivamente fra 200.000 e 500.000 curie, 5.000-14.000 Petabecquerel cadute nelle varie parti del continente europeo. Nonostante la giustificazione dei centri economici interessati al nucleare italiano che spiegavano che era 'una centrale dell’Est, roba comunista, tecnologia superata, gli operatori erano ubriachi', a Latina funzionava un reattore del tipo moderato a grafite, anche se raffreddato a gas, anziché ad acqua come quello di Chernobyl”.

Ormai tutti i partiti avanzavano dubbi sul nucleare. Soprattutto quando, il 10 maggio 1986, videro sfilare a Roma l’imponente manifestazione antinucleare. L’impatto emotivo di Cernobyl era enorme e portò nella Capitale oltre duecentomila persone. Chiedevano la chiusura delle centrali esistenti e la sospensione dei lavori per quelle in costruzione. Primi passi verso il referendum ormai maturo per essere lanciato, e che l'anno successivo sancì la fine dell'avventura nucleare italiana.

Nel mese di luglio, Lega per l'Ambiente, Wwf, Lipu, Italia Nostra, Amici della Terra, forze politiche come la Federazione giovanile del Pci, Verdi, Partito radicale, Democrazia Proletaria, avviarono la raccolta di firme su 3 quesiti referendari per l’abrogazione di articoli di legge che regolavano le procedure per la realizzazione delle centrali. In due mesi furono raccolte più di un milione di firme, il doppio del necessario. E gli italiani furono chiamati alle urne per esprimersi su tre domande. La prima sulla localizzazione delle centrali: “Volete che venga abrogata la norma che consente al Comitato interministeriale per la programmazione economica di decidere sulla localizzazione delle centrali nel caso in cui gli enti locali non decidono entro tempi stabiliti?”. La seconda sui finanziamenti agli enti locali in cambio delle centrali: “Volete che venga abrogato il compenso ai comuni che ospitano centrali nucleari o a carbone?”. La terza sugli investimenti nucleari all’estero dell’Enel: “Volete che venga abrogata la norma che consente all'Enel di partecipare ad accordi internazionali per la costruzione e la gestione di centrali nucleari all'estero?”.

L’esito non lasciò dubbi. Con percentuali di Sì che dal 72% per il terzo quesito all’80,6% per il primo, l’Italia diventava il primo Paese industrializzato antinucleare, e il Presidente del Consiglio, Giovanni Goria, prese atto e avviò le procedure per la sospensione dei lavori della centrale di Trino 2, per la chiusura delle 4 centrali di Trino Vercellese, Latina, Caorso e Garigliano, e per l’avvio della riconversione della centrale di Montalto di Castro.

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Passata la grande emozione, la Lega per l’Ambiente lanciò e organizzò una delle campagne più emozionanti che rende fiera l’Italia: l’adozione temporanea da parte di migliaia di famiglie italiane di bimbi ucraini e bielorussi per gestire lunghi periodi di decontaminazione. Fu attivato un ponte umanitario per assistere i bambini colpiti dalle radiazioni, e negli anni ne sono stati ospitati decine di migliaia. Tra i “bambini di Chernobyl” c’era anche Dmytro Ivanovyc Kuleba, diventato Ministro degli Esteri ucraino dal 4 marzo 2020 al 5 settembre 2024. È stato ospitato più volte dalla famiglia di Domenico Ventre, un maresciallo dei carabinieri irpino di Atripalda. Il suo primo soggiorno risale al 1994, quando aveva circa 13 anni ed ha creato un legame indistruttibile con la sua seconda famiglia. Ventre lo ha sempre considerato come “un terzo figlio”. E Kuleba considera quella di Ventre la sua seconda famiglia.

Quella tragedia infinita alla quale si è aggiunta una guerra di occupazione, ha mobilitato centinaia di migliaia di italiani per salvare quanti furono colpiti e rischiavano la morte sicura per le micidiali radiazioni. Era ed è l’Italia migliore che continua come può a ridurre i costi umani della nube nucleare di Chernobyl.

Erasmo D'Angelis

Erasmo D’Angelis, giornalista - Rai Radio3, inviato de il Manifesto e direttore de l’Unità -, divulgatore ambientale e autore di libri, guide e reportage, tra i maggiori esperti di acque, infrastrutture idriche, protezione civile. Già Segretario Generale Autorità di bacino Italia Centrale, coordinatore per i governi Renzi e Gentiloni della Struttura di Missione “italiasicura” contro il dissesto idrogeologico, Sottosegretario alle Infrastrutture e Trasporti del governo Letta, Presidente di Publiacqua e per due legislature consigliere regionale in Toscana. È Presidente della Fondazione Earth Water Agenda, tra i promotori di Earth Technology Expo e della candidatura dell’Italia al World Water Forum.