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Londra, dal rapporto Stern alla città spugna. Come il Thames Tideway Tunnel è riuscito a rivoluzionare le fognature, mobilitando la finanza privata contro il rischio alluvioni

 |  Editoriale

Quando nel 2006 la Stern Review ridefinì il cambiamento climatico come una variabile macroeconomica determinante, le grandi metropoli europee compresero che la resilienza non poteva più essere relegata a un capitolo marginale delle politiche ambientali. Stern quantificò per la prima volta il costo dell’inazione, dimostrando che non intervenire avrebbe comportato perdite globali paragonabili a quelle dei grandi conflitti mondiali.

Il Rapporto Stern non si limitò a una fredda analisi macroeconomica globale, ma fornì la base scientifica per ridisegnare il volto di Londra. Nicholas Stern introdusse il concetto di "valutazione del rischio sistemico", spiegando che per una metropoli come Londra, il cambiamento climatico non è solo una minaccia meteorologica, ma un moltiplicatore di costi assicurativi e immobiliari. Secondo le proiezioni economiche derivate dalla sua visione, senza interventi radicali sulle infrastrutture idriche, la City avrebbe potuto subire perdite di produttività per miliardi di sterline a causa dei cosiddetti "eventi di pioggia intensa" (i cloudburst), capaci di paralizzare i trasporti sotterranei e danneggiare i centri dati.

Per Londra, questa analisi divenne rapidamente un riferimento strategico: in una città dove la concentrazione di asset finanziari e infrastrutture critiche è massima, ogni shock idraulico rappresenta un rischio sistemico che minaccia la stabilità stessa dell’economia urbana

La capitale britannica sa di convivere con un’eredità vulnerabile, simboleggiata dal sistema fognario vittoriano progettato da Joseph Bazalgette. Sebbene sia un capolavoro di ingegneria, questo sistema unitario – in cui acque nere e meteoriche confluiscono nello stesso condotto – è stato pensato per una popolazione di quattro milioni di persone, circa la metà di quella attuale. Di conseguenza, bastano precipitazioni di modesta intensità per mandare la rete in saturazione, forzando lo sversamento di acque miste nel Tamigi.

Il Thames Tideway Tunnel nasce proprio per correggere questa fragilità strutturale attraverso una soluzione di "intercettazione e stoccaggio". Tecnicamente, l'opera funge da enorme bypass sotterraneo: il tunnel intercetta i 34 scarichi fognari più inquinanti prima che questi raggiungano il fiume, convogliando i flussi in una condotta di 7,2 metri di diametro che corre in pendenza sotto il letto del Tamigi. In caso di tempesta, invece di finire in acqua, i reflui vengono stoccati nel tunnel – che funge da vero e proprio polmone di compensazione – per poi essere pompati verso l'impianto di depurazione di Beckton una volta esaurito il picco di piena.

Il Thames Tideway Tunnel rappresenta, ancor prima che una sfida ingegneristica, un paradigma rivoluzionario di ingegneria finanziaria applicata alla resilienza urbana. La sua sostenibilità economica poggia sul modello del Regulated Asset Base (RAB), un’architettura regolatoria che ha saputo trasformare un rischio fisico e ambientale in un asset finanziario appetibile per il mercato. Il successo di questa operazione risiede nella capacità di distribuire equamente il rischio tra gli operatori, l’autorità di regolazione (Ofwat) e l’utenza finale, garantendo un impatto estremamente contenuto sulle bollette dei cittadini. Grazie a tassi di remunerazione certi e garantiti per l’intera vita dell’opera, il progetto è riuscito ad attrarre i cosiddetti "capitali pazienti" — come fondi pensione e grandi gruppi assicurativi — interessati a flussi di cassa stabili e prevedibili nel lungo periodo.

A blindare l'intera struttura interviene il Government Support Package, un sistema di garanzie pubbliche che protegge gli investitori da eventi estremi o imprevisti catastrofici, abbattendo drasticamente il costo del capitale senza tuttavia gravare sul debito pubblico. In ultima analisi, il caso Tideway dimostra che la finanza privata può diventare il motore dell'adattamento climatico solo quando esiste un quadro istituzionale capace di rendere "investibile" la protezione del territorio.

Questa infrastruttura ha trasformato un rischio ambientale in un asset investibile che ha mobilitato capitali istituzionali garantendo rendimenti stabili a lungo termine sotto l'ombrello di garanzie pubbliche mirate. È possibile, pensando all’Italia, traslare questa lezione non solo come opera ingegneristica, ma come salto di paradigma per la missione stessa delle utility. Una versione italiana del modello Tideway richiederebbe infatti una profonda revisione del perimetro del Servizio Idrico Integrato. Oggi, le competenze delle aziende idriche sono spesso confinate alla gestione del ciclo "dal rubinetto allo scarico", mentre le grandi opere di difesa del suolo, la lotta alla siccità e la gestione degli eventi meteorologici estremi restano frammentate tra una miriade di enti, dai consorzi di bonifica alle autorità di bacino.

Per rendere possibile un investimento di portata metropolitana, sarebbe necessario che il servizio idrico evolvesse, ampliando le proprie competenze industriali verso la gestione del territorio e della risorsa naturale nella sua interezza. Questo ampliamento di mandato permetterebbe di ricondurre sotto un'unica logica regolatoria interventi che oggi faticano a trovare finanziamento perché considerati "costi puri" di difesa del suolo. Se la regolazione tariffaria riconoscesse che la creazione di invasi strategici contro la siccità, la rinaturalizzazione dei corsi d'acqua o la costruzione di vasche di laminazione sono funzionali alla sicurezza stessa del servizio, queste opere diventerebbero asset remunerabili e quindi bancabili. Il gestore idrico non sarebbe più solo un fornitore di servizi a rete, ma un vero e proprio "custode della resilienza territoriale", capace di pianificare interventi complessi su orizzonti decennali che integrino la gestione delle acque reflue con la mitigazione del dissesto idrogeologico e con gli interventi contro la siccità.

In questo scenario, la tariffa idrica smetterebbe di essere solo il prezzo dell'acqua potabile per diventare la spina dorsale di un flusso di cassa stabile, in grado di sostenere investimenti in infrastrutture blu e verdi. L'obiettivo non è scaricare l'intero costo delle opere sulla bolletta, ma utilizzare la leva tariffaria come moltiplicatore per capitali privati e fondi pubblici, trasformando l'adattamento climatico da gestione dell'emergenza a strategia industriale di lungo respiro. Senza questa evoluzione istituzionale, in cui il servizio idrico si fa carico della difesa attiva del territorio e della gestione della scarsità idrica, il costo dell'inazione continuerà a logorare il patrimonio nazionale in particolare dentro le città. Integrare la dimensione industriale con quella ambientale significa riconoscere che proteggere un bacino idrografico non è un'attività esterna al servizio, ma la condizione stessa per la sua sostenibilità futura.

Tornando a Londra: il Tideway non va considerato come una soluzione isolata o un’opera fine a sé stessa, ma come il pilastro infrastrutturale invisibile — la cosiddetta "ingegneria grigia" — che abilita e protegge l’evoluzione della superficie urbana. È proprio la presenza di questo enorme serbatoio sotterraneo a permettere a Londra di implementare con successo i sistemi di drenaggio sostenibile (SuDS, Sustainable Drainage Systems). Tetti verdi, pavimentazioni permeabili, rain gardens e bacini di ritenzione naturale non sono infatti alternative al tunnel, ma componenti di un’unica strategia integrata.

In questa architettura della resilienza, le soluzioni basate sulla natura occupano un ruolo prioritario e nobile: hanno il compito di rigenerare il tessuto urbano, favorire la biodiversità e gestire il "carico quotidiano" delle precipitazioni, filtrando e rallentando l'acqua alla fonte. Tuttavia, l'ingegneria verde presenta limiti fisici intrinseci di fronte alla violenza degli eventi meteorologici estremi, che possono saturare rapidamente le capacità di assorbimento del suolo. È qui che l'opera grigia rivela la sua funzione insostituibile: non come un dinosauro tecnologico del passato, ma come una valvola di sicurezza di ultima istanza. Il tunnel garantisce che, quando il "verde" ha raggiunto il suo limite massimo, l'eccesso idraulico venga intercettato e rimosso, impedendo che l'intero sistema urbano collassi inondando case e infrastrutture critiche.

La visione che emerge è quella di un ecosistema di interventi dove la tecnologia pesante (il grigio) e i processi naturali (il verde) cooperano per un obiettivo comune. Senza il supporto strutturale del grigio, il verde risulterebbe fragile e insufficiente nelle emergenze; senza il contributo diffuso del verde, il grigio dovrebbe avere dimensioni e costi insostenibili.

Il caso londinese offre dunque una lezione universale: l'adattamento climatico richiede prima di tutto un salto di qualità istituzionale. Significa smettere di gestire il rischio idraulico come una voce di spesa emergenziale, legata alla riparazione dei danni, per trattarlo come una componente strutturale e programmata della sicurezza urbana e dello sviluppo economico. L'opera grigia, in questo senso, diventa un abilitatore di investimenti verdi, poiché ne garantisce la tenuta complessiva all'interno di un sistema regolato e sicuro. Solo attraverso questa "alleanza infrastrutturale" le città possono smettere di subire l'acqua come una minaccia e iniziare a gestirla come una risorsa integrata nel paesaggio e nell'economia.

Mauro Grassi

Mauro Grassi, economista, ha lavorato come ricercatore capo nell’Istituto di ricerca per la programmazione economica della Toscana (Irpet), ha lavorato a Roma come dirigente caposegreteria del Sottosegretario ai Trasporti Erasmo D’Angelis (Ministero delle Infrastrutture) e quindi come direttore di Italiasicura (Presidenza del Consiglio) con i Governi Renzi e Gentiloni. Attualmente è consulente e direttore della Fondazione earth and water agenda.