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Da Santa Marta arriva una buona notizia, chi vuole uscire dai fossili si è messo a fare sul serio (ma l'Italia nicchia)

 |  Editoriale

Si è chiusa ieri sera a Santa Marta (e i festeggiamenti sono durati a lungo), in Colombia, la prima conferenza internazionale interamente dedicata all'uscita da petrolio, gas e carbone. Per cinque giorni Colombia e Paesi Bassi hanno ospitato cinquantasette paesi, mezzo migliaio di organizzazioni della società civile, comunità indigene, sindacati, accademici, parlamentari, banche multilaterali. Il documento ufficiale dei co-host pubblicato oggi 30 aprile parla chiaro: l'obiettivo non era fissare nuovi target, ma fare quello che le COP non sono riuscite a fare in trent'anni — avviare un percorso concreto e basato su evidenze scientifiche su come si esce dai fossili, in un contesto che rende evidente che la transizione, come scrivono Colombia e Paesi Bassi, «è oltre il punto di non ritorno»: un dato su tutti: secondo l'IEA la capacità rinnovabile mondiale è cresciuta del 50% tra il 2023 e il 2025, e quasi tutta la nuova domanda di energia oggi viene coperta da rinnovabili.

Niente è scontato, però

Attenzione, non è il mondo intero. Sono 57 paesi su quasi 200, e non tutti sono convinti allo stesso modo; e mancano Stati Uniti, Cina, India, Russia e le monarchie del Golfo. Lo stesso documento dei co-host lo dice: questa è «frontrunner cooperation», cooperazione d'avanguardia, di chi vuole muoversi, perché aspettare il consenso unanime delle Nazioni Unite ha prodotto trent'anni di progressi fondamentali, ma troppo lenti per la velocità richiesta dall'emergenza climatica. Ma proprio per questo Santa Marta è una buona notizia: dimostra che è possibile rompere l'immobilismo, costruire spazi alternativi che restano collegati al sistema ONU senza esserne ostaggio, e mettere in moto dinamiche si spera positive.

Gli organizzatori/trici hanno annunciato cinque risultati operativi. La seconda conferenza è già fissata per il 2027 a Tuvalu, la pre-conferenza si svolgerà in Irlanda. Tre workstream cominciano subito: uno sulle roadmap nazionali, guidato dal nuovo e importantissimo Science Panel for the Global Energy Transition con sede all'Università di San Paolo e dalla NDC Partnership, una coalizione che unisce oltre 260 membri tra cui più di 140 paesi (sviluppati e in via di sviluppo) e oltre 120 istituzioni; uno sull'architettura finanziaria internazionale, in collaborazione con IISD (un prestigioso think tank indipendente con sede in Canada), che affronterà i veri ostacoli — debito sovrano, costo del capitale, sussidi, e il meccanismo di arbitrato ISDS che permette alle compagnie petrolifere di fare causa agli Stati che le ostacolano; uno sull'allineamento tra paesi produttori e consumatori di fossili, supportato dall'OCSE. Il documento finale verrà consegnato alla presidenza COP30 prima dell'intersessione UNFCCC di giugno a Bonn, presentato alla London Climate Action Week, portato al Segretario Generale ONU a New York, fatto confluire nel secondo Global Stocktake: si cerca perciò una connessione diretta e operativa con il processo globale in corso: non è una dichiarazione che finisce nel cassetto.

Senza la società civile non sarebbe successo niente

Senza la società civile mobilitata da mesi, Santa Marta non sarebbe esistita. Il People's Summit ha riunito centinaia di organizzazioni dal 24 al 26 aprile, prima ancora che arrivassero i ministri. Trecentoquaranta organizzazioni hanno firmato una dichiarazione che chiede l'eliminazione dei meccanismi che permettono alle compagnie petrolifere di fare causa agli Stati. La coalizione del Fossil Fuel Treaty è sostenuta da centouno premi Nobel, dall'Organizzazione mondiale della sanità, dal Parlamento europeo, da quattromila organizzazioni, da tremila scienziati. I governi non si sono svegliati da soli: sono stati spinti. Anche la delegazione italiana della società civile a Santa Marta — coordinata da Fossil Free Rising e GEA, con WWF, Legambiente, Rete dei Numeri Pari, LAV, Salviamo la Costituzione e altri — è arrivata con trecento proposte concrete. Prima della conferenza, undici associazioni italiane (CGIL, Greenpeace, Legambiente, Fridays for Future, A Sud, Extinction Rebellion, WWF e altre) avevano firmato un appello a parlamentari ed europarlamentari. Senza questa pressione dal basso, il governo italiano, che è rimasto in disparte ma era comunque presente, non avrebbe mandato un rappresentante.

E in Europa? Tre mesi fa il Green Deal sembrava destinato a essere smantellato e in parte è ancora sotto assedio. Oggi la situazione pare meno drammatica. Il Clean Industrial Deal, l'Affordable Energy Action Plan, l'Industrial Accelerator Act presentati dalla Commissione hanno provato a tenere insieme decarbonizzazione e competitività. Le rinnovabili in Europa nel 2025 hanno prodotto più elettricità dei fossili per la prima volta nella storia. E la Francia ha presentato per prima, proprio a Santa Marta, una roadmap completa di uscita dai fossili: carbone nel 2030, petrolio nel 2045, gas nel 2050. Quattordici pagine, tre date precise. È la prima grande economia europea che mette il cronometro sul tavolo. Lo fa con un mix che combina nucleare e rinnovabili: Greenpeace France lo trova «largamente insufficiente», ed è senz'altro così, considerando la vetustà degli impianti nucleari francesi e l'enorme buco di bilancio che qualsiasi reale rilancio su grande scala del nucleare comporterebbe. Però è una mossa importante che speriamo sarà presto seguita da altri paesi.

E l'Italia?

E l'Italia, appunto. Era presente con il delegato Clima Francesco Corvaro. Niente annunci dal governo, nessuna delegazione di alto livello, nomi mai resi pubblici. Tutti usano la stessa parola, “in sordina”. Normale, visto che l'Italia continua ad agire in controcorrente rispetto agli obiettivi climatici che pur ha sottoscritto. Mentre la Francia annunciava la roadmap, il governo italiano convertiva con voto di fiducia un decreto-legge che rinvia il phase-out del carbone dal 2025 al 2038, nonostante già oggi il carbone copra poco più dell'1% del nostro mix elettrico. Tredici anni in più e vari milioni per compensare gli operatori e mantenere pronte, ma per lo più spente, le nostre poche centrali a carbone. Una scelta davvero illogica, che si pone in continuità con il miliardo di euro speso per una temporanea riduzione delle accise e il prolungamento a oltre il 1 maggio per il gasolio che pare già deciso.

E il 29 aprile, mentre Santa Marta chiudeva, da Bruxelles è arrivato un altro segnale: la Commissione ha adottato il METSAF, il nuovo quadro temporaneo sugli aiuti di Stato per la crisi del Medio Oriente. Permette agli Stati di sostenere imprese e settori colpiti dal caro energia, ma non include la possibilità di rimborsare ai produttori a gas le quote ETS che pagano. Cioè proprio l'articolo 6 del decreto bollette italiano. ARERA, ECCO, le associazioni l'avevano detto in tempo. Il governo è andato avanti lo stesso. Oggi Bruxelles ha chiarito la situazione: il governo cercherà altre scappatoie, ma se ci saranno saranno temporanee e non potranno smontare l'ETS.

Il momento di agire è adesso

La conferenza di Santa Marta è un segnale importante: non siamo sconfitti. La transizione esiste, è in moto, ha una coalizione globale di chi non aspetta più, una roadmap francese che apre la strada, un Green Deal europeo che sta resistendo alla tempesta, una società civile che continua a fare il suo lavoro.

Il problema italiano è un altro: un governo che chiama «realismo» il proprio immobilismo climatico, una rappresentanza industriale ancora legata al vecchio fossile e cieca davanti ai propri stessi campioni dell'innovazione, e un racconto pubblico — su media sempre più scettici — fatto di sconti di poche settimane sulle accise, shopping di gas in giro per il mondo e velleitarie insurrezioni contro l'Europa al grido di «faremo da soli». Tutto questo mentre la spesa energetica annua di una famiglia italiana supera i duemila euro, e la Spagna paga meno della metà perché ha investito nelle rinnovabili.

Non c'è nulla di meno ideologico della transizione verso rinnovabili ed efficienza. È pura matematica industriale, sociale, geopolitica. Il momento di agire è adesso, in Italia e in Europa. E il fatto che a Santa Marta ci fosse un pezzo importante d'Italia, quella della società civile e dei territori, è la prova migliore che il paese non è fermo. È fermo solo il governo. Ed è impotente solo perché vuole esserlo.

Riceviamo e pubblichiamo di seguito un commento dal prof. Francesco Corvaro, nominato nel 2023 "Inviato speciale per il cambiamento climatico" dai ministeri dell'Ambiente e degli Affari esteri, che ha rappresentato l'Italia al vertice internazionale di Santa Marta.

Per chi ha vissuto in prima linea Santa Marta, è stato possibile constatare che la narrativa sull’Italia non è come rappresentata. Abbiamo sollevato punti rilevanti, tra cui quello “diplomatico” sui rapporti con attori assenti, che ha suscitato interesse ed è stato richiamato dalle due co-chair. Inoltre, il tema della trasparenza è stato da me posto anche come co-pair per la COP29.

Sul livello di partecipazione, anche la Francia come il Canada o UK erano presenti con il proprio climate envoy, come l’Italia, ma molti commentatori italiani non conoscono questo ruolo. È un limite, perché l’envoy è utile proprio quando eventi si sovrappongono, come il G7. Infine, sull’idea che il governo nicchi sulla transizione, devo dissentire, nonostante alcuni fatti accaduti recentemente. I governi di ogni Paese devono operare nel contesto storico contingente e, in primo luogo, rispondere alle esigenze di sicurezza. La transizione può essere portata avanti solo se vi è una volontà condivisa e non condizionata da interessi politici; tuttavia, in Italia molte realtà governative locali si atteggiano a strateghi nazionali, bloccando diversi progetti strategici nel settore delle rinnovabili.

Le risorse naturali vanno utilizzate dove si trovano e secondo le capacità che offrono, nell’esclusivo interesse dell’intero Paese, non in base all’intenzione di programmare il futuro energetico della singola regione. Dico questo perché, una volta superati i numerosi vincoli e le difficoltà burocratiche e autorizzative che pur esistono, se intervengono dinieghi politici locali, non ha davvero senso indignarsi per una transizione che non arriva.

Monica Frassoni

Laureata in scienze politiche, nel 1987 è stata eletta segretario generale della Gioventù Federalista europea e si è trasferita a Bruxelles. Dal 2002 al 2009, è stata Co-presidente del gruppo dei Verdi con Daniel Cohn-Bendit. È stata co-Presidente del Partito Verde Europeo dall’ottobre 2009 al novembre 2019. Dal 2020 presiede il Consiglio Comunale di Ixelles, comune della Regione di Bruxelles. Presiede dal 2011 la European Alliance to Save energy e dal 2013 il European Centre for Electoral Support. Il suo sito è monicafrassoni.eu