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L’azione del Governo Meloni spinge verso «l’inevitabile», terzo referendum contro il ritorno delle centrali nucleari in Italia

 |  Editoriale

Arrivando al Consiglio energia informale in corso a Cipro, il commissario Ue all’Energia – Dan Jorgensen – è stato perentorio: «Siamo di fronte a una situazione molto seria, la crisi energetica in Medio Oriente mette sotto pressione l'Europa. È una crisi energetica ma è più corretto dire che si tratta di una crisi di energia fossile. Per questo dobbiamo portare avanti i nostri obiettivi di transizione dai combustibili fossili e intensificare i nostri sforzi per migliorare l'efficienza energetica e sostituire una quota maggiore di combustibili fossili con le energie rinnovabili».

In questo contesto, il Governo Meloni sta pensando bene di affidare la chiave di volta della transizione energetica a una tecnologia come quella nucleare, con costi e tempi più elevati rispetto a quelli necessari alle rinnovabili: le tecnologie attualmente consolidate richiedono da 10 a 19 anni (coi siti Ue verso il limite superiore) per realizzare una nuova centrale, mentre quelle futuribili come gli Smr ancora semplicemente non esistono sul piano commerciale (e le stime di costo sono tutt’altro che ottimiste). «Invece di aspettare 10 anni per l’energia nucleare – come emerso nei giorni scorsi all’Onu – si può ottenere un decennio di energia solare o eolica a una frazione del costo».

Il Governo Meloni non dev’essere stato avvisato. Mentre il ministro Pichetto Fratin e anche la premier Meloni promettono nome attuative entro l’anno e legge delega sul nucleare entro l’estate (con il primo sbeffeggiato da Calenda e la seconda da Renzi), le commissioni Ambiente e Attività produttive a Montecitorio hanno iniziato a discutere e votare i vari emendamenti di maggioranza e opposizione. Come da copione, quelli del centrosinistra sono stati cassati, compreso uno in cui si chiedeva di dare priorità allo sviluppo delle energie rinnovabili e ai sistemi di accumulo.

È assai implausibile che l’Italia veda mai l’alba di una nuova era per le centrali nucleari (lo stesso ministro Pichetto ha escluso la possibilità di vederne approvata una anche solo in progetto entro la legislatura in corso), contando che il Governo pro-nucleare in carica si rifiuta di localizzare anche solo il necessario Deposito unico per i rifiuti radioattivi, ora con orizzonte 2041 (peraltro come ricorda il ricercatore Luigi Moccia, anche in base ai pur discutibili criteri della tassonomia Ue, il nuovo nucleare è definito sostenibile se e solo se c’è anche un progetto entro il 2050 per il deposito geologico dei rifiuti ad alta attività).

Si profila però un’affilatura dell’arma di distrazione di massa contro un rapido progresso delle fonti rinnovabili, in attesa del fantasma nucleare. E per un’operazione verità contro questo scenario catastrofico potrebbe essere necessaria l’ennesima mobilitazione popolare contro l’energia dell’atomo.

Sarebbe la terza volta. La prima, l'8 e il 9 novembre del 1987 con l’affluenza del 65% degli elettori e i "Sì" oltre l'80% per l'abrogazione di norme per la localizzazione delle centrali e del potere al Cipe di localizzarle anche in caso di opposizione degli enti locali, per l’abolizione dei contributi finanziari ai comuni ospitanti e il divieto per l'Enel di partecipare alla costruzione o gestione di centrali nucleari anche all'estero. Insomma, l'addio al programma nucleare nazionale e la chiusura delle centrali atomiche.

Il secondo referendum fu invece il 12 e il 13 giugno 2011: ha abrogato norme che avrebbero permesso il ritorno alla produzione di energia nucleare. Anche allora il 54,8% dei votanti, oltre il quorum necessario per la validità della consultazione, al 94,05% scelsero il "Sì", bloccando definitivamente i vecchi piani per la costruzione di nuovi impianti atomici sul territorio nazionale. 

E oggi? Chiamare alle urne referendarie gli italiani per un Si o un No allo sblocco e al rapido aumento della capacità rinnovabile installata per accelerare la transizione verso la sicurezza energetica e il risparmio di risorse finanziarie mobiliterebbe l’elettorato? Pensiamo proprio di sì. E non siamo i soli: «Il referendum sulla giustizia – spiegava pochi giorni fa su queste colonne Katiuscia Eroe, responsabile Energia di Legambiente – è stato un chiaro esempio del fatto che le persone e i giovani hanno voglia di partecipare. Non è certamente automatico che un referendum sul nucleare sarebbe partecipato allo stesso modo, ma credo che in qualche modo, visto che il Governo va avanti da solo senza considerare appieno le conseguenze economiche di tale scelta, alla fine sarà inevitabile. Noi eventualmente ci faremo trovare pronti all’ennesima battaglia. Certo il Governo ha messo oltre 6 milioni di euro in campagna di comunicazione per il nucleare, non partiamo alla pari».

Luca Aterini

Luca Aterini, toscano, nasce settimino il 1 dicembre 1988. Non ha particolari talenti ma, come Einstein, si dichiara solo appassionatamente curioso: nel suo caso non è una battuta di spirito. Nell’infanzia non disegna, ma scarabocchia su fogli bianchi un’infinità di mappe del tesoro; fonda il Club della Natura, e prosegue il suo impegno studiando Scienze per la pace. Scrive da sempre e dal 2010 per greenreport, di cui è oggi caporedattore.