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Il mistero dei rifiuti urbani prodotti ma non trattati. Ispra, qualcosa non torna nei bilanci di massa e nei costi: serve rendere pubblici dati dei MUD comunali

 |  Editoriale

Come ogni anno, ISPRA ha pubblicato la relazione sulla produzione e gestione dei rifiuti urbani in Italia. Un’opera ciclopica che costituisce la fonte più aggiornata di informazioni ufficiali su questa materia. Alla relazione scritta, che occupa centinaia di pagine fitte di grafici e tabelle, si affiancano i dati, liberamente scaricabili, relativi alle quantità raccolte, con il dettaglio delle raccolte differenziate (a livello comunale), ai rifiuti in ingresso negli impianti autorizzati, ai costi di gestione ripartiti nelle diverse componenti identificate dalla regolazione ARERA.

Un’impresa meritoria, che non ha molti riscontri in altri paesi europei, per la quale dobbiamo senz’altro essere grati all’Istituto. Un’autentica manna dal cielo anche per i ricercatori: non a caso, il settore dei rifiuti urbani in Italia risulta tra i più analizzati, anche con strumenti econometrici, con molti lavori pubblicati nella letteratura scientifica e accademica.

Da questa relazione si evince che il nostro Paese ha compiuto progressi anno dopo anno. Si pensi che il ricorso alla discarica, che all’inizio del millennio sfiorava il 70%, è in costante diminuzione e ha raggiunto il 14,8%, non lontano dal target del 10% fissato dall’UE per il 2035. La raccolta differenziata si estende a tutto il territorio nazionale, anche al Sud, attestandosi in media poco sotto il 70%; cresce di conseguenza anche il riciclo effettivo, che ha superato quota 50%, ancora sotto i target europei, ma comunque avendoli nel mirino.

Tutto bene? No, perché, come in tutti gli anni da qualche decennio a questa parte, nei dati di ISPRA continuano a esserci inspiegabili buchi, per via dei quali l’interpretazione può risultare fuorviata. Ne è vittima la stessa Eurostat che, quando riporta il dato italiano, evidenzia una misteriosa frazione di rifiuti che risultano prodotti ma non trattati, come se venissero abbandonati in modo incontrollato (se così fosse, una procedura di infrazione sarebbe il minimo da attendersi; se non è avvenuto, è perché anche a Bruxelles sanno come stanno le cose realmente).

Ciò risulta ancora più difficile da comprendere, se si pensa che la fonte principale dei dati elaborati da ISPRA sono i cosiddetti MUD (i “modelli unici di dichiarazione” che i comuni sono tenuti a compilare e Unioncamere raccoglie e gestisce per trasmetterli poi all’istituto). Mettere le mani sulla fonte originale si rivela impossibile. Io personalmente ho provato a chiederli a Unioncamere, a ISPRA, ad ARERA, ad altri enti che per ragioni istituzionali ne sono in possesso, sentendomi sempre opporre un diniego quando le mie richieste, pure inviate via PEC, non sono rimaste senza risposta. Tuttavia, di questi dati, che pure esistono, ISPRA ne fa un uso parziale, omettendo di rendere pubbliche informazioni che potrebbero invece rivelarsi preziose per chi fa ricerca.

Prima questione: i bilanci di massa non tornano. Se si confrontano le quantità raccolte con quelle conferite agli impianti, tenendo conto anche delle esportazioni, mancano all’appello ben 1,7 milioni di tonnellate, quasi il 6% del totale. Una parte potrebbe essere dovuta a perdite per evaporazione, diciamo poco più della metà. Il resto, verosimilmente, si perde nell’andirivieni di trattamenti in sequenza, in particolare quando ciò che esce dagli impianti di trattamento meccanico-biologico (TMB) finisce “messo in riserva” o avviato a successivi trattamenti che lo trasferiscono nell’orbita dei rifiuti speciali, uscendo quindi dalla contabilità del rifiuto urbano. Può essere rassicurante sapere che verosimilmente questi rifiuti non finiscono dentro un tombino o abbandonati, tuttavia, sarebbe interessante conoscerne il destino, visto che poi sulle percentuali si gioca anche il raggiungimento degli obiettivi europei.

Se questi flussi avessero come destinazione finale lo smaltimento, ciò significherebbe che quel 14,8% di flussi destinati alla discarica andrebbe incrementato fino al 6%. Il 14% è una cosa, il 20% è tutta un’altra cosa.

Questa opacità è probabilmente un’eredità del tempo non lontano in cui le Regioni, pur di poter millantare la fatidica “chiusura del cerchio” entro i propri confini territoriali, affidavano agli impianti TMB la soluzione del problema, come se dai TMB uscissero materiali collocabili sul mercato (compost, combustibili secondari). Ciò non è mai avvenuto se non in piccola parte: ma così facendo, i TMB trasformavano i rifiuti urbani in rifiuti speciali, facendoli sparire dalla contabilità ufficiale dei rifiuti urbani. Siccome questo non si poteva dire, perché avrebbe imbarazzato troppa gente e messo in difficoltà politici e amministratori, si preferì far finta di niente. Ora, da tempo, questo trucco non funziona più: i flussi in uscita dai TMB sono ancora classificati a tutti gli effetti come “rifiuti urbani”, e i TMB sono considerati impianti intermedi e non come destinazioni finali. Ma, evidentemente, qualcosa ancora non torna.

In un articolo che ho scritto con Andrea Sbandati su “Energia”, abbiamo mostrato che esistono metodi molto semplici e affidabili per riconciliare i dati in una contabilità che faccia finalmente battere le entrate e le uscite, e l’abbiamo applicata ai dati del 2024[1]. Con qualche inevitabile semplificazione cui siamo stati costretti dalla mancanza di un dato puntuale, abbiamo mostrato, per esempio, che, considerando anche i flussi destinati all’estero e cercando di ricostruire in qualche modo il destino dei flussi intermedi, la quantità di rifiuti gestiti nei termovalorizzatori è almeno di un paio di punti superiore al dato ufficiale, così come per la discarica.

Altre informazioni che i MUD, teoricamente, riportano e che invece ISPRA non ci comunica riguardano i modelli di raccolta. I Comuni devono riportare nei MUD quanto si raccoglie tramite i sistemi stradali, porta a porta o con altri sistemi (centri di raccolta e simili). Ancora, non è dato di conoscere puntualmente quali comuni applicano forme di tariffazione puntuale e da quanto tempo (cosicché, risulta impossibile valutare, se non su base aggregata, se effettivamente tali sistemi ottengono quanto promettono)

Seconda questione: i costi. La contabilità basata sul piano tariffario ARERA riporta diligentemente tutte le voci di costo. Purtroppo, omette di riportare quanto i Comuni ricavano dalla vendita dei materiali che raccolgono. Un dato che pure dovrebbe essere riportato nel MUD, anche perché è presente nella ricostruzione dei costi che ARERA riconosce in tariffa. Omettendo il ricavo, il costo di gestione risulta pertanto sovrastimato, tanto più quanto più elevati sono i tassi di raccolta differenziata. Abbiamo segnalato ripetutamente ad ISPRA questo problema, ma abbiamo ricevuto solo silenzi o alzate di spalle. Ovviamente, di accedere direttamente al dato non se ne parla nemmeno. Qui impera sovrano il totem della privacy, la scusa burocratica per negare l’accesso alle informazioni (privacy de che? Sono dati oggetto di delibere comunali, che volendo si potrebbe andare a recuperare sui siti dei Comuni, ma come ognuno capisce non è possibile umanamente scaricare una per una quasi ottomila delibere comunali).

Io non so quale ragione impedisca di rendere pubblica questa informazione: forse si vuole nascondere il fatto che all’aumento della differenziata non corrisponde un aumento dei ricavi (il che vuol dire che la qualità peggiora, contraddicendo uno dei mantra rifiutozeristi)? Oppure è un dato che i comuni non riportano, anche se dovrebbero (strano, perché nei piani economico-finanziari approvati da ARERA questi dati ci sono, basterebbe copiarli da lì)?. Sta di fatto che, anche questa volta, chi volesse fare un ragionamento sui costi reali della gestione dei rifiuti è costretto a ricostruire questi ricavi per via parametrica, perdendo un sacco di informazioni.

È troppo chiedere che i dati dei MUD comunali siano resi accessibili?

[1] A.Massarutto e A.Sbandati, 2025, “Alla ricerca del rifiuto perduto”, ENERGIA, 3/2025

Antonio Massarutto

Antonio Massarutto (1964) è professore di Scienza delle Finanze all’Università di Udine e Research Fellow del GREEN (Center of research on Geography, Natural Resources, Environment, Energy and Networks) of Bocconi University, Milano); e del SEEDS, centro di ricerca inter-ateneo su Ambiente, Sostenibilità e Dinamica; del CIMET, Centro Universitario Nazionale di Economia Applicata. La sua attività di ricerca, spiccatamente applicata e orientata alla policy, è focalizzata sull’economia dell’ambiente e delle risorse naturali, organizzazione e regolazione dei servizi pubblici, economia circolare, economia e politica dell’acqua, gestione dei rifiuti. È autore di numerose pubblicazioni in ambito scientifico, istituzionale e divulgativo. È associate editor per le riviste internazionali Utilities Policy e Waste Management e direttore scientifico di Economia Pubblica – The Italian Journal of Public Economics & Law. Collabora con testate online come lavoce.info, RIEnergia, L’Astrolabio, Stroncature.com. Curriculum completo di pubblicazioni: https://people.uniud.it/page/antonio.massarutto