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Lo spettro di un referendum spaventa il governo che si balocca col nucleare fantasma

 |  Editoriale

È bastato che un ministro, neanche a dire il vero "una prima fila" all’interno della compagine governativa, dicesse quel che dovrebbe essere scontato, e cioè che «inevitabilmente si farà un referendum sul nucleare», per far salire la tensione tra Palazzo Chigi, maggioranza parlamentare e settori industriali che puntano alla corsa all'atomo (una decina di giorni fa Enel, Ansaldo Energia e Leonardo hanno formalizzato la costituzione di Nuclitalia, società che, hanno scritto i tre protagonisti dell'operazione in una nota congiunta, «si occuperà dello studio di tecnologie avanzate e dell'analisi delle opportunità di mercato nel settore del nuovo nucleare»). Tanto che lo staff di quello stesso ministro è stato costretto, poco dopo l’innescarsi delle polemiche, a diramare una nota di chiarimento infarcita di «supposizione», «ipotizzato» e altri termini indicanti un repentino quanto imbarazzato (e imbarazzante) dietrofront.

Protagonista della vicenda è il ministro per i Rapporti col Parlamento Luca Ciriani: è un personaggio assai vicino a Giorgia Meloni (tra i fondatori di Fratelli d’Italia, capogruppo Fdi al Senato nella passata legislatura) del quale le cronache non riportano un gran protagonismo (per usare un eufemismo) quando governo e Parlamento hanno affrontato temi anche rilevanti circa i rapporti tra Camere ed esecutivo, come le riforme istituzionali, la discussione della nuova legge elettorale e, per come l’aveva impostata lo stesso governo guardando ai rapporti tra politica e magistratura, la riforma della giustizia. Ieri però Ciriani si è trovato ad intervenire al Festival dell’economia di Trento e ha detto: «Inevitabilmente si farà un referendum. Discuteremo anche su questo, però noi ci prendiamo la responsabilità di indicare al Paese quelle che secondo noi sono le strade da percorrere». Apriti cielo.

Meloni, che ha promesso la legge delega sul nucleare entro l’estate, ha sempre evitato di parlare dell’eventualità di una chiamata alle urne dei cittadini per decidere sul ritorno del nucleare in Italia, sapendo che le centrali atomiche sono state già bocciate due volte dagli italiani – novembre del 1987 con affluenza al 65% e i “Sì” per i tre quesiti tra il 71,8%, il 79,7% e l’80,5%, e poi giugno 2011 con affluenza al 54,8% e sì al 94% al quesito per abrogare definitivamente le norme sul nucleare – e probabilmente anche perché scottata dalla batosta del referendum sulla separazione delle carriere tra giudici e pm.

Così, quando le agenzie di stampa e poi i siti web hanno iniziato a rilanciare la dichiarazione di Ciriani, al ministro è iniziato a squillare insistentemente il telefono e pochi minuti dopo l’ufficio stampa del dicastero ha fatto partire una nota tesa a calmare le acque: «Le dichiarazioni del ministro su un eventuale referendum sul nucleare sono da intendersi come una supposizione del ministro che nel corso di un dibattito sull’energia ha ipotizzato che chi in Italia è sempre stato contrario al nucleare potrebbe raccogliere le firme per portare al referendum abrogativo della legge sul nucleare che il governo Meloni auspica di approvare in tempi rapidi».

Ma è servito a poco. Le forze di opposizione sono andate all’attacco puntando il dito su tutti i dettagli che indicano quanto la strategia governativa per il ritorno del nucleare in Italia sia fallimentare. Per il Pd, l’eurodeputata Annalisa Corrado ha parlato di «vittimismo preventivo»: «Il governo tenta di nascondere il suo totale fallimento sulle politiche energetiche in quattro anni di nulla mischiato con il niente. Non hanno trovato ancora il deposito nazionale per le scorie radioattive del vecchio nucleare, non hanno mosso un dito sul decomissioning e adesso tentano disperatamente di salvarsi la faccia in vista delle nuove elezioni vagheggiando di un nucleare che non esiste se non a livello di ricerca, con nessuna certezza sui possibili costi». La verità è che il governo, mentre sta rallentando anziché accelerare sulle rinnovabili, da mesi è alle prese col nucleare fantasma, perché di fatto gli Small modular reactor e le altre tecnologie di nuova generazione sbandierate da Palazzo Chigi e ministeri vari di fatto non esistono. Come riassunto già lo scorso giugno dalla Banca d’Italia, nel 2024 c’erano 98 progetti basati su tecnologie Smr, Amr (Advanced modular reactors) o Mmr (Micro-modular reactors) nel mondo. Peccato che alcuni di questi erano sospesi per assenza di fondi o in fase di sviluppo embrionale, e solo tre risultano operativi – uno in Cina e due in Russia – con Bankitalia a sottolineare peraltro che «l’introduzione di nuove tecnologie impone l’aggiornamento dei criteri di valutazione della sicurezza e dunque la maggior sicurezza di diversi nuovi progetti deve ancora essere dimostrata».

La proposta di un referendum sul nucleare, che riguardi anche l’uscita dai combustibili fossili e l’accelerazione sulle fonti rinnovabili, è stata lanciata dal nostro giornale nei mesi scorsi e ora è entrata nel dibattito politico e anche nei ragionamenti di parlamentari e costituzionalisti. A Palazzo Chigi sono convinti che se anche ci dovesse essere una chiamata dei cittadini ad esprimersi per il ritorno delle centrali atomiche in Italia, ciò potrà avvenire soltanto nel 2028, perché non ci possono essere appuntamenti referendari né negli anni in cui si svolgono le elezioni politiche né si possono depositare richieste di referendum «nell’anno anteriore alla scadenza di una delle due Camere». Ma alcuni costituzionalisti spiegano che questa disposizione previste dalla legge 352 del 1970 non impedirebbe la raccolta delle firme e la presentazione dei quesiti referendari entro il 30 settembre prossimo. Il governo, ufficialmente, ostenta tranquillità, ma le reazioni innescate dall’uscita del ministro per i Rapporti col Parlamento la dice lunga su quale sia la realtà.

Simone Collini

Dottore di ricerca in Filosofia e giornalista professionista. Ha lavorato come cronista parlamentare e caposervizio politico al quotidiano l’Unità. Ha scritto per il sito web dell’Agenzia spaziale italiana e per la rivista Global Science. Come esperto in comunicazione politico-istituzionale ha ricoperto il ruolo di portavoce del ministro dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca nel biennio 2017-2018. Consulente per la comunicazione e attività di ufficio stampa anche per l’Autorità di bacino distrettuale dell’Appennino centrale, Unisin/Confsal, Ordine degli Architetti di Roma. Ha pubblicato con Castelvecchi il libro “Di sana pianta – L’innovazione e il buon governo”.